Charly's blog

De precario scolastico

In genere c’è una certa confusione sul termine precario in ambito lavorativo. L’idea più diffusa è che con questo termine si possa descrivere l’infinita sequela di contratti a tempo, ma una simile descrizione non è esaustiva e del tutto corretta. Molti lavori basati sulla consulenza e quelli imprenditoriali sono, tecnicamente parlando, a termine senza che questo arrechi danno di sorta in termini di reddito o professionali. Il precariato, invece, è il progressivo degrado delle condizioni lavorative che fa sì che a parità di mansione i requisiti d’accesso siano più elevati per i nuovi arrivati e con tanto di benefit (salario, orari) peggiori. Si può presentare la cosa come un segno della modernità, ma sotto sotto è solo una forma di lotta di classe al contrario.

Ancor più erroneo è l’identificazione del precariato con i lavori a basso valore quali quelli del fast food o i camerieri. Il salario di un lavoro è determinato da due fattori:

_ i numeri: quante sono le posizioni disponibili e i candidati;

_ la necessità: quanto è essenziale per chi apre il portafoglio;

Un lavoro essenziale ma scoperto di candidati porterà a casa un salario più elevato rispetto a un lavoro non qualificato pieno di candidati. Per questo motivo friggere le patatine non è molto remunerativo dato che la mansione è semplice e l’offerta di lavoratori è enorme. Ovviamente a questo quadro si deve aggiungere la situazione economica complessiva dato che un elevato numero di disoccupati può aggravare ulteriormente la situazione per i lavoratori poco qualificati, ma non per quelli qualificati (se sono tanti ma privi delle qualifiche necessarie i disoccupati non sono adatti per la mansione).

Questo è il quadro generale, ma vi sono delle curiose eccezioni. Prendiamo, ad esempio, la scuola. La situazione del comparto scolastico è tanto nota quanto tragica. Le scuole cadono letteralmente a pezzi sul piano strutturale e sono semplicemente degli ospizi su quello del personale. Il corpo docente italiano, infatti, è il più anziano d’Europa: più del 50% dei docenti di ruolo supera i 50 anni, mentre in Francia la stessa categoria supera appena il 40%, in Spagna e nel Regno Unito il 30% e in Germania non arriva neppure a questa percentuale. Utilizzando i dati Ocse si possono continuare i raffronti impietosi con gli altri paesi europei. L’età media dei docenti è di 45 anni in Francia, di 44 anni in Spagna e di 42 anni in Germania e Portogallo. Gli under 34 superano il 20% in Francia, il numero è prossimo al 30% in Finlandia e nel Regno Unito, mentre supera il 30% in Germania. In Italia, invece, supera di poco il 5%. In dettaglio, nel corpo docente universitario italiano l’età mediana dei docenti ordinari è di 49 anni, quella dei docenti associati è di 43 e quella dei ricercatori è di 35. Gli over 50 costituiscono più dell’80% degli ordinari, il 55% degli associati e quasi il 30% dei ricercatori. Fra gli ordinari, la metà dei docenti totale supera i 60 anni, più di un quarto dei professori ha già spento più di 65 candeline. Gli under 44 sono appena il 7% dei docenti ordinari, il 25% degli associati e il 56% dei ricercatori (si veda il Rapporto Miur). Al di fuori dell’università, l’età mediana dei docenti della scuola primaria è di 48 anni, quella secondaria inferiore è di 51 anni e quella della secondaria superiore è di 50 anni. Su queste macerie aleggia lo spettro di un numero indefinito di docenti precari, formati e già utilizzati nelle supplenze, in attesa di entrare in ruolo, mentre complessivamente i salari dei docenti sono fra i più bassi nei paesi dell’area OCSE [1].

Ma come siamo arrivati a questa situazione? Oh beh, lo si era già visto con in beni culturali. Nella PA le risorse sono statali e se lo Stato è a corto di grano ne risente il suddetto settore. Se non ci sono i soldi per la benzina della auto della polizia, non ci sono neppure per i beni culturali. E se non ci sono i soldi per le auto della polizia e per i beni culturali, non ci sono neppure per la scuola. Sempre per questo motivo nei prossimi anni l’idea di poter assorbire il numero dei precari non è molto realistica, quale che sia l’età media del corpo docente.

C’è un fattore, però, che in genere non si tiene in considerazione. I docenti guadagnano poco, ma non sono affatto poco qualificati. Ormai si entra in ruolo solo con la laurea, corsi di aggiornamento e compagnia cantante. Pur essendo a tutti gli effetti paragonabili ai lavori a bassa qualifica in termini di salario, la mansione è invece del tutto confrontabile con le mansioni di più complicato accesso.  Ricapitoliamo:

_ i posti di lavoro sono sottopagati, privi di opportunità di carriera e in diminuzione;

_ i requisiti d’accesso sono elevati;

_ eppure l’offerta supera di parecchio la domanda;

Dati questi elementi è abbastanza ovvio per quale motivo il ruolo di docente sia grottescamente sottopagato. Si tratta di un mero meccanismo economico e non di un giudizio di valore. Spesso si sentono ragionamenti del tipo “il salario di un docente riflette il valore del ruolo in una società” ma sono affermazioni erronee. Una PS4 costa 400 euro, una Bibbia 10 euro, ma nessuno attribuisce alla console targata Sony un valore maggiore rispetto alla parola di un’entità (pata)metafisica, no? Anche qui abbiamo il solito giochino della domanda e dell’offerta unito a quello dei costi di produzione. Poi, per carità, possiamo anche mettere per legge la PS4 a 10 euro e la Bibbia a 400 euro, ma otterremo solo di far fallire la Sony.

Una simile situazione la si può ritrovare in altri ambiti professionali. Ci sono giornalisti, ad esempio, che vengono pagati meno di 3 euro al pezzo, mentre le testate più grandi [2]:

A partire dai quotidiani più importanti, che pure annualmente ricevono cospicui contributi dallo Stato: per esempio Repubblica, che riceve 16 milioni di euro di soldi pubblici,  paga un pezzo di 5-6mila battute soltanto 30 euro lordi (nel 2009 il compenso era di 50 euro); ilMessaggero arriva a un massimo di 27 euro  per gli articoli più lunghi, a fronte di un finanziamento statale di circa 1 milione e mezzo di euro. Nella “lista nera” c’è anche il Gazzettino, diffusissimo nel nord-est, con una tiratura di circa 100mila copie: i compensi sono di 4 euro per un pezzo che non supera le mille battute, 9,50 euro fino a duemila, 15 euro fino a tremila e 19 euro se si va oltre.

Di fronte  a queste condizioni lavorative s’impone con forza una domanda: ma perché c’è qualcuno che vuole ricoprire queste mansioni? Nei lavoratori a bassa qualifica non hai molta scelta, o è quello o e niente, ma giornalisti e docenti sono persone caratterizzate da un elevato titolo di studio (per i giornalisti almeno uno medio) e da possibilità economiche tali da studiare o lavorare all’estero. Eppure accettano queste condizioni lavorative. In genere i nostri eroi rispondono al quesito citando in causa la passione per il proprio lavoro, il senso missionario. Un comportamento ammirevole, invero, ma anche causa della propria rovina. È perché ci sono persone disposte ad accettare queste condizioni lavorative che le suddette condizioni lavorative si presentano. Se ci fossero più risposte negative e posizioni lavorative scoperte allora le condizioni contrattuali migliorerebbero pena la mancata disponibilità di figure professionali.

[1] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-12/stipendi-cenerentola-docenti-italiani-130249.shtml?uuid=Abq3ZCsG.

[2] Cfr. http://www.repubblicadeglistagisti.it/article/articoli-pagati-250-euro-e-collaborazioni-mai-retruite-ecco-i-dati-della-vergogna.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 agosto 2014 da in cronaca con tag , .
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