Charly's blog

Ragnarok: il crepuscolo del giornalismo?

Spesso e volentieri si discute in merito alla fine del giornalismo e la recente chiusura de l’Unità è solo un esempio fra i tanti. A differenza di una normale attività economica, il giornalismo ricopre una funzione essenziale nelle democrazie contemporanee per via del suo ruolo di informazione e formazione dell’opinione pubblica rendendo perciò d’interesse pubblico il suo destino. Qui si argomenterà che il giornalismo se la passa benone e che i giornali di carta sono destinati all’estinzione.

Un paio di numeri

Fra il 1990 e il 2011 la vendita media dei giornali quotidiani è passata da quasi 7 milioni di copie a meno di 4,5 milioni [1]. Fra l’altro fra il 2006 e il 2011 si è perso un milione di copie passando da quasi 5,5 milioni al valore attuale. Il dato, ovviamente, presenta una forte variabilità territoriale e il 56% delle copie dei giornali viene venduto al Nord contro il 22% del Sud. Anche gli abbonamenti sono calati passando ai quasi 165.000 mila del 2008 ai neppure 130.000 del 2011. Al netto dei numeri in calo, si deve segnale però un  numero crescente di lettori tanto sulla carta quanto sul web.

Un discorso spesso taciuto ma di fondamentale importanza è quello delle inserzioni pubblicitarie. I lettori, infatti, sono solo una delle fonti possibili di finanziamento per i quotidiani. Su cento euro investiti nella carta nel 2002, nel 2011 ne erano rimasti 58 e in termini assoluti nell’arco di un decennio sono andati perduti 700 milioni. Di questi solo 250 milioni sono dovuti alla contrazione complessiva del mercato, mentre la rimanenza si è spostata su altri media. Fra le realtà in crescita troviamo la televisione e internet (dati espressi in migliaia):

2002 2011
Stampa 2.881.790 2.144.127
TV 3.929.717 4.627.166
Radio 283.934 433.506
Affissioni 181.379 1 117.001
Cinema 72.130 46.575
Internet (dati 2004) 116.123 635.605

La televisione assorbe 57% del mercato complessivo, internet il 18% e la radio il 5,4%. L’esito finale è il calo dei ricavi e dell’occupazione nel settore.

Questi numeri non sono un’anomalia tutta italiana, ma il trend complessivo percentuale più percentuale meno [2]. Non dovrebbe essere una novità dato che sul versante della pubblicità la televisione e internet offrono un servizio assai migliore per copertura e possibilità di personalizzazione della pubblicità. Era scontato e ampiamente previsto.

Il limite di un medium

Il discorso è un differente se si considera il versante prettamente informativo. Un giornale soffre di evidenti magagne:

_ il supporto fisico limita il numero delle notizie: se il quotidiano è composto da 60 pagine potrò scrivere solo su 60 pagine e il menù è fisso;

_ mancata interattività;

_ mancato aggiornamento per via della pubblicazione giornaliera;

La televisione soffre solo della mancata interattività, mentre un sito internet non ha nessuna di queste carenze. È ovvio, allora, che in un contesto diretto non ci sia partita per il cartaceo. O, meglio, non ci può essere su questo aspetti. La televisione, soprattutto, è caratterizzata da una forte tendenza alla superficialità. Le si può lasciare l’informazione, ma non l’approfondimento. Internet, invece, in teoria può combinare entrambi gli aspetti.

I giornali, invece, negli ultimi anni hanno scelto di andare a rimorchio della televisione offrendo sempre meno approfondimento e sempre più gossip. In aggiunta internet permette di accedere direttamente alle fonti. Su un report Istat il giornale medio si limita a copiare il lancio dell’agenzia, mentre grazie a internet posso accedere direttamente allo scritto. Senza contare che l’impaginazione dei giornali è fissa e potrebbero esserci moltissime pagine per il quale non si nutre interesse di sorta, mentre internet offre la possibilità di personalizzare le news in base ai propri interessi. Perche mai, allora, si dovrebbe spendere dei soldi per un giornale cartaceo?

Eppure il futuro sorride ai giornalisti

A livello prettamente teorico è possibile organizzare una comunità di blogger ognuno dei quali specializzato in un determinato campo. Così facendo si potrebbe ottenere una copertura quasi totale delle aeree d’interesse per una comunità di lettori. Ho scritto quasi perché ai blogger rimane comunque preclusa un determinato settore del giornalismo quale quello delle inchieste sul campo. Senza dimenticare la natura parassitaria del lavoro dei blogger: senza i dati gratuiti forniti dall’Istat o dall’OCSE ci sarebbe molto meno di cui scrivere. La differenza con i giornalisti professionisti c’è e si sente.

In un mondo sempre più complesso e variegato nel fornire le news serve qualcuno in grado di fornire ordine e una chiave d’interpretazione. Il giornalismo è richiesto tanto nella copertura delle news (quello televisivo) quanto nella comprensione dei fenomeni (d’approfondimento, d’inchiesta). Solo dei professionisti sono in grado di  portare a compimento questi compiti quale che sia il medium. La carta è morta, ma anche su internet sono richiesti dei giornalisti. La vera difficoltà consiste nel trovare un modello di business in grado di finanziarsi anche sul web e si può ben dire che è più facile a dirsi che a farsi. Ma lo si farà.

[1] Cfr. http://www.fieg.it/upload/salastampa/rapporto_2012.pdf.

[2] Cfr. http://www.ilpost.it/2014/08/21/shirky-fine-giornali-carta/.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 agosto 2014 da in Uncategorized con tag , , .
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