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Ieri come oggi: i Gracco e la diseguaglianza

Negli ultimi tempi sta emergendo con forza la minaccia delle diseguaglianze crescenti tanto sul piano politico quanto su quello economico. L’avvenimento in sé non è una novità e già in passato si è fronteggiato il problema, anche se raramente con successo. Al riguardo oggi vorrei ricordare l’esperienza politica dei due Gracco.

Tiberio Gracco venne eletto tribuno della plebe nel 133 a.C. ed è passato alla storia per via della sua proposta di legge sui possedimenti agrari del demanio pubblico. Quest’ultimo era costituito dalle terre sottratte ai nemici di Roma ed in genere erano appannaggio del ceto senatorio. Gracco propose che sul demanio pubblico nessuno potesse sfruttare più di 500 iugeri di terra e progettava una redistribuzione delle terre ai ceti più poveri. Come finì la storia? Tiberio venne ucciso per mano di Cornelio Scipione Nasica, l’allora pontefice massimo, durante un’assemblea sul Campidoglio.

Non pago, il fratello Gaio si fece eleggere come Tribuno della plebe nel 123 a.C con un vasto programma riformatore. Si fece, infatti, promotore della fondazione di nuove colonie con relativa redistribuzione delle terre, sostenne una legge frumentaria che prevedeva periodiche distribuzioni di frumento a prezzo politico e, per calcolo politico, s’ingraziò il ceto dei cavalieri affidando loro le giurie dei processi per concussione e s’ingraziò i latini con varie proposte in merito al matrimonio e all’immigrazione. Memore del fratello, Gaio preparò con cura il territorio intorno a sé per ottenere il consenso necessario a portare a termine il suo programma riformatore, ma alla fine non ebbe comunque successo. Morì quasi suicida, si fece uccidere dal suo servo, poiché non era riuscito a fuggire dai partigiani dei ceti elevati della città.

La duplice esperienza dei Gracco è stata letta in passato sotto un’ottica marxista e i due fratelli sono stati considerati come dei rivoluzionari falce&martello ante litteram. In effetti la redistribuzione delle terre e la distribuzione di beni a prezzo politico sono due incubi che tormentano i sogni dei libertari puri&duri. Ma ben lungi dall’avere la foto di Che Guevara sulla biga, i due gracchi erano abbastanza furbi da capire la direzione presa dalla Repubblica Romana. Nei due secoli precedenti Roma aveva goduto di un’ampia espansione territoriale tale da uscire dalla penisola italica e approdare in quella iberica, il nord africa e la Grecia. I risultati furono l’affluire di una grande ricchezza insieme ad una grande povertà. L’esercito romano si basava sul servizio dei cittadini e non su elementi professionali. Il cittadino romano, però, era fondamentalmente un contadino e il prestare servizio per anni in terre lontane presentava un costo non da poco per un nucleo familiare. Le vittorie, infine, fecero affluire una grande quantità di schiavi nella città capitolina. Gli effetti furono scontati:

_ molti romani finirono in povertà;

_ il ceto senatorio (e quello dei cavalieri) si arricchì;

_ si passò da un sistema basato su una proprietà diffusa della terra ad uno basato sul latifondo coltivato dagli schiavi;

Le conseguenze sul piano sociale sono abbastanza ovvie e vi fu anche una conseguenza sul piano militare. L’organizzazione delle unità militari era su basa censuaria. La sottoproletarizzazione di ampi settori della società romana ebbe come conseguenza un forte squilibrio nell’arruolamento. A mancare, soprattutto, fu quest’uomo qua:

Velites.

Si tratta del velite, un membro della fanteria leggera. Stando alla descrizione di Polibio, la legione era composta da 3.000 fanti medi/pesanti, 300 cavalieri e 1.200 velites. Quasi un terzo dei legionari, allora, rientrava in questa categoria. Il motivo è abbastanza evidente. Anche se poco gloriosa, l’attività della fanteria leggera è essenziale per un esercito. Durante la marcia spetta loro il compito della ricognizione e del foraggiamento, mentre durante la battaglia alla fanteria leggera tocca il compito di aprire l’ostilità dando tempo alla fanteria media/pesante di schierarsi in assetto di battaglia.

Le riforme dei Gracchi, allora, più che un atto di rivoluzione proletaria fu un modo per rimediare agli squilibri sociali/militari causati dalle conquiste al di fuori dell’Italia. Il Senato, invece, si oppose e affossò gli intenti riformatori. L’esito è noto: gli squilibri militari furono risolti con la professionalizzazione delle forze armate che diede un immenso potere ai generali che divennero dei veri signori della guerra. Alla fine il Senato perse il posto a favore di una dittatura di stampo militare. Com’ è che si dice? Chi troppo vuole nulla stringe? È un vero peccato che i romani non avessero una versione latina di questo detto.

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2 commenti su “Ieri come oggi: i Gracco e la diseguaglianza

  1. Connacht
    9 settembre 2014

    Da aggiungere che la casa dei Gracchi fu saccheggiata dalla stessa plebe che voleva essere difesa da loro, la testa di Caio fu riempita di piombo da un suo “amico” perché il senato ne aveva promesso come ricompensa il peso in oro e molti dei suoi fedelissimi lo avevano già abbandonato quando propose di estendere la cittadinanza agli altri italici del Lazio (allora come ora, alla gente non piace l’idea di condividere le poche risorse con i fratelli immigrati, anche da pochi km di distanza) votando per un suo rivale alle elezioni per il tribunato.

    • Charly
      10 settembre 2014

      Nessuna buona azione rimarrà impunita. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 8 settembre 2014 da in società con tag .
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