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La farsa dell’Art. 18

Com’è che diceva Vico? Corsi e ricorsi della storia? Bene, eccoci qui a parlare nuovamente dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Dopo aver ignorato Alfano il mese scorso, a quanto pare Renzi ha cambiato idea. In un video il Rottamatore ha affermato di non curarsi delle ideologie, ma di Marta. Chi è? Una 28enne che vorrebbe avere un figlio ma che non può perché non ha garanzie in quanto precaria. O a Giuseppe, un 50enne, che non può avere la Cassa Integrazione. In pratica Lui pensa a quelli che non ha pensato nessuno in questi anni, mica come la Camusso.

Strano, perché giusto un po’ di tempo il nostro la pensava in modo differente:

Penso sia un gigantesco specchietto per le allodole. Poi per capire bene la questione, non dico serva una specializzazione giuslavoristica ma quasi. Comunque, se ci interessano gli aspetti tecnici, se vogliamo una riforma all’americana o alla tedesca, sentiamo che hanno da dire Pietro Ichino e Tito Boeri…

E a domanda diretta:

Lo ripeto: per me l’articolo 18 possono conservarlo o cancellarlo, non cambia nulla. E’ la coperta di Linus sotto cui tutti nascondono le loro insicurezze. Io ricevo imprenditori russi, coreani, cinesi, tutti innamorati di Firenze, e quando gli chiedo di investire mica scappano perché c’è l’articolo 18. Scappano per la burocrazia, per le tasse, per la giustizia.

Che volete, le idee si cambiano.

Cos’è l’Art. 18

L’articolo 18 si trova nello Statuto dei Lavoratori [2] e si tratta di una sanzione che segue un iter giudiziario. Questo punto è importante: non è vero che l’art. 18 proibisca il licenziamento quanto tale, ma solo quello illegittimo con alcuni importanti caveat:

_ la dimensione: si applica soltanto nelle imprese con più di 15 lavoratori (più di 5 nel caso di quelle agricole);

_ si applica solo ai lavoratori con contratto di formazione o  a tempo indeterminato;

_ il lavoratore deve dimostrare l’illegittimità del licenziamento;

In origine l’art. 18 prevedeva il reintegro nell’azienda e nel caso di quelli discriminatori si aggiungeva il diritto al risarcimento (con tanto di contributi arretrati). Di recente la cosa è cambiata eliminando il reintegro con un risarcimento di 15-24 mensilità, mentre il reintegro è possibile ma non più obbligatorio. Per chi se lo chiedesse, le controversie giudiziarie in merito sono poche migliaia.

Considerata la nanica dimensione delle imprese italiane ci si aspetterebbe un ambito di applicazione molto ridotto. La CGIA di Mestre, invece, argomenta l’esatto contrario [3]. Se è vero che solo 156.500 aziende su 5.250.000 superano i 15 addetti, è altrettanto vero che in quelle 150.000 aziende lavora il 65,5% dei lavoratori dipendenti. Morale? Anche se si applica alla maggioranza dei lavoratori, l’Art. 18 non è affatto importante perché applicabile solo in caso dei licenziamenti discriminatori e non nei casi di un licenziamento in quanto tale. I numeri bassissimi in merito alla cause giudiziarie ne sono una lampante dimostrazione. Devo dare ragione al Renzi prima maniera: è uno specchietto delle allodole e poco più.

La logica mancante

Ad ascoltare i governativi e il piddino di turno, l’abolizione dell’Art. 18 unito al contratto a tutele crescenti sarebbe un passo necessario per abolire l’apartheid lavorativo fra precari e non. C’è solo un piccolo problema: la logica. Se l’abolizione dell’Art. 18 si applica soltanto ai nuovi assunti l’apartheid fra garantiti e non rimane. Se viceversa vale per tutti non abbiamo una parificazione nei diritti, ma nell’assenza dei suddetti diritti. Viceversa non si capisce la necessità delle tutele crescenti (altro apartheid fra chi inizia e chi è già arrivato): se serve la flessibilità per via dei cambiamenti del mercato del lavoro, allora, serve a qualunque età a meno che non si riconosca che la storia della flessibilità sia una panzana. E non mi stancherò mai di ripeterlo: la flexicurity danese si basa sul fatto che quasi un danese su tre lavora nel settore pubblico. Indovinate il perché.

L’Art. 18, inoltre, non ha rapporti di sorta con l’assenza di tutele della maternità o della Cassa Integrazione. Al riguardo si dovrebbe intervenire solo tramite una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali in modo da tutelare il lavoratore e non il posto del lavoro. Peccato che solo il sussidio di disoccupazione costi qualcosa come 20 miliardi e che il Governo abbia difficoltà a reperirne un paio. Fatevi due calcoli…

La flessibilità! Chi pensa alla flessibilità!

Un altro stanco e logoro elemento di discussione nel dibattito italiano è la flessibilità del mercato del lavoro. Facendo un giretto sul database dell’OCSE alla voce protezione dei contratti viene fuori questo quadro qui (anno 2013):

Individuali e collettivi Individuali Collettivi A tempo
Germania 2,98 2,72 3,63 1,75
Francia 2,82 2,60 3,38 3,75
Italia 2,79 2,41 3,75 2,71
Danimarca 2,32 2,10 2,88 1,79
Spagna 2,28 1,95 3,13 3,17
Svizzera 2,10 1,50 3,63 1,38
UK 1,62 1,12 2,88 0,54
USA 1,17 0,49 2,88 0,33
OECD 2,29 2,04 2,91 2,08

I valori italiani sono inferiori a quelli francesi e tedeschi salvo un paio di eccezioni e sono maggiori rispetto a quelli degli altri paesi presi in esame. Ma si deve tenere conto anche del trend degli ultimi 20 anni nei rispettivi campi:

_ il valore è rimasto costante fino al 2012 per poi calare di un 0,20;

_ idem;

_ idem;

_ fra il 1990 e il 1997 il valore è passato da 4,88 a 4,75; fra il 1998 al 2002 è calato da 3,63 a 2,38. Negli ultimi dieci anni il valore è sceso ulteriormente a 2,0.

In pratica la flessibilità dei contratti è stata scaricata su quelli temporanei toccando poco gli altri. C’è chi ha fatto meglio tipo la Spagna:

_ calo netto nell’ordine di 1,5 punti con particolare rilevanza negli ultimi anni: da 2,66 a 2,28;

_ idem; dal 2008 al 2013 si è passati da 2,22 a 1,95;

_ da 3,75 del 2002 a 3,13;

_ calo maggiore di un punto; da 3,50 a 3,17 fra il 2008 e il 2013;

Il risultato? Il tasso di disoccupazione spagnolo è passato dal 8,1% del giugno 2007 al 26,3% del marzo 2013. Da allora il valore è calato fino al 24,5% del giugno 2014. Visto che si parla di modello spagnolo come un esempio da seguire è meglio prendere nota. E se siete amanti del brivido vi consiglio di guardare il dato spagnolo del numero degli occupati o dei salari.

Il mercato del lavoro italiano non è particolarmente rigido se comparato a quello dei principali paesi europei. In compenso mancano del tutto gli elementi propri di un welfare universalistico.

Dies irae

L’Art 18 in sé è poca roba e finora non si è ancora potuto leggere nulla sulle possibili riforme in campo lavorativo davvero importanti: i contratti e il diritto del lavoro. Nel primo caso di può già notare un superamento di molte forme contrattuali che solo pochi anni vennero sbandierate come bontà&progresso al favore del citato contratto a tutele crescenti. Sono l’unico ad avere la sensazione di essere nelle mani di dilettanti allo sbaraglio e di vedere delle discussioni sul nulla?

[1] Cfr. http://www.lastampa.it/2012/03/24/italia/politica/renzi-l-articolo-solo-un-totemil-vero-problema-e-la-burocrazia-7Tjk67uHaAAdPnEMtFSpOM/pagina.html.

[2] Cfr. http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728#titolo2.

[3] Cfr. http://www.cgiamestre.com/2012/02/articolo-18-interessa-solo-il-3-delle-imprese-ma-tutela-il-65-dei-dipendenti-italiani/.

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3 commenti su “La farsa dell’Art. 18

  1. milodonteskin
    28 settembre 2014

    Condivido la riflessione nel merito. E rimango fedele al Renzi della prima ora. La battaglia sull’art 18 nasconde in realtà l’l’incapacità di dare una risposta a poche e semplici questioni: pressione fiscale e accesso al credito da una parte e snellimento delle tipologie contrattuali dall’altra parte. Leggere i No senza alternativa della Cgil fa venire la malinconia, ma sbirciare tra i titoli delle prime pagine un virgolettato quale “l’art 18 va tolto, è inutile”, stupisce sempre per l’evidente ignoranza sui contenuti.

    • Charly
      28 settembre 2014

      Mi unisco alla malinconia. Non si discute mai nel merito delle cose.

  2. Pingback: Ipse dixit: Renzi e il perché (nascosto) dell’Art. 18 | Charly's blog

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2014 da in politica con tag , , .
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