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Recensione libro: La fine della storia e l’ultimo uomo, F. Fukuyama

La fine della storia e l'ultimo uomo

Se si leggono i commenti a La fine della storia e l’ultimo uomo, l’opera più celebre di Francis Fukuyama, si scoprirà che la critica più comune è che la storia non può finire e che ci saranno sempre la guerre, gli avvenimenti, le innovazioni, eccetera. Già, però si dovrebbe leggere l’intero libro e non solo la copertina. A pagina 10 il nostro scriveva:

La fine che io ipotizzavo non era quella degli avvenimenti, e tantomeno di quelli più grandi e più gravi, ma della Storia intesa come processo evolutivo unico e coerente.

Non si sta parlando della storia come res gestae, ma della storia ideologica e della storia intesa come punto d’arrivo a cui giungere. Fukuyama sosteneva che la democrazia e il liberalismo avevano vinto su tutti i possibili rivali:

_ società tradizionali;

_ nazifascismo;

_ comunismo;

Sepolti i rivali, il numero delle democrazie è cresciuto dalle tre presenti nel 1790 fino alle 13 del 1900, per poi aumentare alle 30 del 1975. Ma è bastata una generazione per raggiungere le 61 unità nel 1990. Allo stesso tempo, la caduta del Muro di Berlino e il balzo capitalistico della Cina hanno reso il libero mercato egemone su quasi l’intero globo, eccezion fatta per Cuba, la Corea del Nord e qualche altro posto del terzo mondo. La democrazia liberale, allora, costituirebbe il punto d’arrivo dell’evoluzione ideologica umana, la forma definitiva di governo. Per questo motivo non sarebbe persino possibile un futuro migliore:

Al contrario, oggi noi riusciamo a malapena a immaginarci un mondo migliore del nostro, o un futuro che non sia sostanzialmente democratico e capitalista. È ovvio che all’interno di questa cornice molte sono le cose che potrebbero essere migliorate […] Anche altre epoche, meno riflessive della nostra, hanno pensato di essere le migliori, ma noi siamo arrivati a questa stessa conclusione stanchi, per così dire, dell’aver cercato alternative che secondo noi dovevano essere migliori della democrazia liberale.

La tesi del libro è piuttosto semplice da capire, mentre le argomentazioni sono piuttosto strambe. Fukuyama tira già un polpettone fumoso infarcito di Hegel, Platone e scienze delle merendine filosofiche varie. Sarebbe stato molto più semplice basarsi sulla storia e sull’evoluzione in un contesto di competizione e risorse scarse. Le liberal democrazie hanno vinto i propri avversari grazie a tutta una serie di vantaggi che tale forma di Governo e società possono offrire: ricchezza, innovazione tecnologica e potere militare, pacificazione di conflitti interni tramite il gioco democratico e via dicendo.

Neppure la presenza della Cina – capitalista, ma illiberale – o dell’integralismo islamico smentiscono la tesi dello studioso americano. In entrambi i casi abbiamo fenomeni che non esercitano attrattiva al di fuori delle aree geografiche coinvolte e delle spiegazioni relative a queste eccezioni (modernità fallita nel mondo islamico nel secondo dopoguerra, accumulazione di ricchezza in corso in quello cinese). Al riguardo, Fukuyama offre l’efficace immagine di un convoglio di carri lungo una strada. Procedono a velocità diverse e per strade diverse, ma prima o poi o si raggiunge la città o il carro viene distrutto da fattori esterni. Tradotto: o nel bene o nel male si diventa liberal democratici, pena l’essere distrutti nella competizione globale.

Che dire, allora, di questa ipotesi? Si è già visto che le argomentazioni offerte sono inadatte, ma che se ne possono trovare molte altre a sostegno con irrisoria facilità. Il problema è che l’autore non tiene conto dell’evoluzione tecnologica come fattore di disturbo. O, meglio, lo considererà poi in una seconda sede. In merito al transumanesimo, Fukuyama è arrivato a definirlo come l’idea più pericolosa del mondo [1]:

  Underlying this idea of the equality of rights is the belief that we all possess a human essence that dwarfs manifest differences in skin color, beauty, and even intelligence. This essence, and the view that individuals therefore have inherent value, is at the heart of political liberalism. But modifying that essence is the core of the transhumanist project. If we start transforming ourselves into something superior, what rights will these enhanced creatures claim, and what rights will they possess when compared to those left behind? If some move ahead, can anyone afford not to follow?

E:

Our good characteristics are intimately connected to our bad ones: If we weren’t violent and aggressive, we wouldn’t be able to defend ourselves; if we didn’t have feelings of exclusivity, we wouldn’t be loyal to those close to us; if we never felt jealousy, we would also never feel love. Even our mortality plays a critical function in allowing our species as a whole to survive and adapt (and transhumanists are just about the last group I’d like to see live forever). Modifying any one of our key characteristics inevitably entails modifying a complex, interlinked package of traits, and we will never be able to anticipate the ultimate outcome.

Ancora una volta le argomentazioni sono fuorvianti. Un liberale che tocca la tematica dell’uguaglianza è pari a un pedofilo che tesse le lodi all’educazione infantile. Non scherziamo, suvvia: se si teme la nascita delle diseguaglianze è sufficiente offrire la possibilità a tutti quale che sia il reddito. Sul secondo punto, stendiamo un velo pietoso. Se si temono gli effetti non previsti è sufficiente muoversi con cautela e sperimentando con giudizio.

Quel che manca, però, è l’elemento di gran lunga più interessante. Fukuyama non si rende conto che la tecnologia porta ad un superamento dell’economia capitalistica. In un sistema completamente, o quasi, automatizzato il lavoro muore e con esso il salario. Senza il salario a morire è il consumatore e con esso l’imprenditore. Delle due l’una: o si blocca l’evoluzione tecnologica – e non si può fare per via delle sfide ambientali e sociali che la stessa tecnologia pone – o si provvede ad una società socialista con un sistema produttivo automatizzato e privo di persone. Alla Star Trek, per intenderci. E così ci siamo giocati la prima parte della duarchia liberaldemocrazia.

Su un punto, però, Fukuyama ha ragione: è difficile intravedere un’alternativa alla democrazia. Le sole possibilità riguardano forme di governo considerate più democratiche – partecipativa, deliberativa – rispetto a quella rappresentativa. Per certi versi il libro si configura più come lo zeitgeist dell’Occidente e la sua chiusura degli orizzonti politici. Morte le grandi narrazioni e le alternative politiche, la politica si è ridotta a mera gestione dell’esistente utilizzando spesso e volentieri la retorica dell’inevitabilità delle riforme vista la mancanza di alternative. Come non citare le disastrate riforme del lavoro degli ultimi 20 anni? Sarà divertente vedere le facce di questi profeti quando la tecnologia smonterà il giocattolino.

Per concludere, il libro di Fukuyama è davvero curioso. Scritto male e peggio argomentato, le 350 pagine del libro sono sprecate visto che ne sarebbero bastate una decina. Ma rimane un testo importante il cui impatto nelle discussioni politiche è secondo solo a quello dello scontro delle civiltà. Un must insomma, ma è sufficiente leggere un riassunto!

Voto: 6.

Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, Milano 2007. Prezzo di copertina: 10 euro.

[1] Cfr. http://www.foreignpolicy.com/articles/2004/09/01/transhumanism.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 ottobre 2014 da in recensioni con tag , , .
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