Charly's blog

Fra Game of thrones e Star Trek: il futuro dell’economia

Per capire l’economia di mercato, l’attuale forma dominante di organizzazione economica, è sufficiente ricorrere a due concetti: il sogno di Zio Paperone e Monopoli. Nel primo caso si tratta di una storia che lessi su Topolino anni e anni orsono. I paperi scoprirono una macchina aliena il cui funzionamento era sconosciuto e Zio Paperone sognò che si trattasse di una macchina in grado di fabbricare qualsiasi cosa senza consumo di energia e materie prime (in realtà era tutt’altra cosa). Quanto al secondo, c’è poco da spiegare: lo sanno tutti che lo scopo del gioco è quello di mandare in bancarotta gli avversari e di impadronirsi dell’intero tabellone e di tutti i soldi.

Un sogno? No, un incubo

Invito, ora, a considerare gli elementi in comune di questi concetti. Se la macchina aliena si fosse rivelata esattamente come sognato da Zio Paperone, quali sarebbero state le conseguenze? Ovvio: la rapida messa fuori dal mercato dei concorrenti e il licenziamento degli operai nelle fabbriche di Zio Paperone. Il drastico calo del costo delle merci, in pratica nullo, avrebbe comportato anche la prematura scomparsa delle altre aziende legate ai servizi: dalla logistica al trasporto merci, fino alla riparazione (se costa nulla e più economico rifare piuttosto che riparare). In pratica avremmo assistito alla disoccupazione di massa unito a un calo di prezzo incredibile di tutte le merci prodotte. Non è solo chiaro un punto: chi le avrebbe comprate quelle merci in assenza di un reddito? Persino i lavori non toccati direttamente avrebbero sofferto della situazione. Un operaio privo di reddito è un operaio che non compra una pizza, che non può pagare l’elettricità o il gas, che non può mantenere un automobile. Di conseguenza a soffrire del calo dei redditi generalizzati ci sarebbero anche i ristoratori, i venditori, i manager. I quali, a loro volta, sarebbero costretti a fronteggiare i costi riducendo le spese e la prima voce di spesa per le aziende sono gli stipendi, riducendo ulteriormente l’area del mercato. Non male Zio Paperone!

Tutto questo ci porta a Monopoli. Il gioco non finisce perché si è raggiunto l’obiettivo, ma poiché non si può più andare avanti. Se nessuno ha più un reddito nessuno può più spendere e se nessuno spende il povero monopolista non guadagna più. Ecco a voi il capitalismo: si produce per vendere e non per produrre in quanto tale. Per vendere ci vuole qualcuno che compra e quel qualcuno che compra acquista le merci perché ha un reddito. E il reddito proviene dal lavoro per quasi tutti, salvo pochi che campano di rendita. Basta toccare il lavoro [1] e il giochino si inceppa: si può alimentare la cosa facendo leva sul debito, ma prima o poi il giochino scoppia. È la storia degli ultimi 30 anni, per dire.

E intanto, la Terza Rivoluzione Industriale

Per chi se la fosse persa, stiamo per entrare nella Terza Rivoluzione Industriale. La nuova fase economia si baserà sull’hi-tech: informatica, robotica, biotecnologia. L’impatto sull’occupazione è scontato e il settore manifatturiero perderà buona parte dei propri addetti che verranno sostituiti dalle macchine o dalle stampanti 3D. Al riguardo vorrei ricordare che l’industria assorbe il 27,25% degli occupati, l’agricoltura il 3,63% e i servizi il 69,12%. Tradotto in numeri, su 22.300.000 lavoratori, gli addetti nei servizi sono quasi 15 milioni e mezzo, gli addetti al settore agricolo non raggiungono neppure il milione e tutto il resto è composto da operai o muratori (in senso lato). Proviamo a immaginare, allora, che la robotizzazione porti con sé tre milioni di disoccupati. Voi riuscite a immaginarli i ristornati o i cinema pieni? Ecco, io no.

Gli ottimisti, a questo punto, obiettano che nasceranno nuove professioni nelle quali i disoccupati potranno insediarsi. Peccato che si dimenticano:

_ attualmente fra le professioni figurano la guru dei reggiseni e lo psicologo canino. Vuol dire che non solo abbiamo toccato il fondo, ma che abbiamo pure cominciato a scavare;

_ un operaio 45enne con la terza media che cosa potrebbe fare? Lo si forma come tecnico informatico? Ma un istituto tecnico dura 5 anni, l’università altrettanto. Anche limitandosi alle sole materie informatiche mi sembra difficile scendere sotto i due, tre anni. E poi dovrà competere contro dei neolaureati 25enni o delle persone che vantano 20 anni di esperienza.

Sia come sia, temo che non si colga il punto dirimente della questione. Se precedentemente si è passati dall’agricoltura alla fabbrica e dalla fabbrica ai servizi, dopo non si potrà più replicare il giochino. Anche i servizi verranno falcidiati. L’automazione eliminerà le agenzie di prenotazione, i lavori di front office e persino quelli di customer care. Si può fare tutto con uno smartphone o  si può parlare con un software: addio uffici, banche, commercialisti, agenti di vendita. E poi le auto con IA elimineranno gli autisti, le macchine automatiche elimineranno l’artigiano (il pane negli Stati Uniti è fatto dalle macchine, non dai panettieri. E lo stesso vale per la pizza) e gli ologrammi le guide turistiche. Si verrà a formare un ambiente di lavoro tripartito:

_ aristocrazia finanziaria e tecnologica;

_ i superstiti: lavori che non possono essere automatizzati, che non conviene o che non si vuole fare. Avere un maggiordomo umano offre uno status symbol che un androide non può fornire (ma magari le ginoidi elimineranno le escort);

 _ il proletariato: lavori poco qualificati e poco pagati;

In ogni caso, ci sarà sempre meno lavoro e l’idea che basti aumentare la formazione delle persone è risibile. Se elimino 1.000 operai con 50 macchine, avrò bisogno di 10 tecnici. Potrò anche formare 1.000 tecnici, ma i lavori a disposizione rimarranno sempre 10. E sarei piuttosto curioso che cosa si possano inventare i rimanenti 990 tecnici se nessuno ha il reddito da spendere per nuovi prodotti. Se fosse sufficiente creare nuove aziende per eliminare la disoccupazione basterebbe dare un capitale di partenza ai disoccupati in modo da tirare su la propria micro aziendina. Per la cronaca, è quanto successo negli ultimi anni in Italia. In molti hanno avviato nuove attività dopo aver perso il lavoro, salvo poi chiudere poco dopo. E non mi pare che la disoccupazione sia diminuita (magari perché il problema nasce dall’assenza di domanda?).

Che fare?

Questa situazione non è ignota né tantomeno fantascientifica. L’Economist [2] ne ha discusso insieme a tanti altri [3], così come si è discusso a Davos della faccenda. Lì si sono prospettate due soluzioni:

_ bloccare la tecnologia;

_ creare un reddito di cittadinanza;

La prima ipotesi è impraticabile perché la tecnologia pone delle problematiche che possono essere risolte soltanto tramite un’altra dose di tecnologia (dall’energia alla riparazione ambientale, dal cibo alla medicina). La seconda ipotesi è la più ovvia, ma non dovrebbe sfuggire l’ironia della situazione. Si elimina il lavoratore per guadagnare di più, ma vista la necessità di un acquirente bisogna foraggiare il disoccupato tramite le tasse affinché compri un prodotto che fino a poco tempo prima era suo lavoro produrre. Geniale!

L’esito della situazione è scontato, ma la tempistica sarà lunga. Le frange più anziane della popolazione hanno poca dimestichezza con la tecnologia e molti lavori perdureranno per una generazione o due. In più non mancano le mode come quella di Slow Food anche se nel prossimo futuro si dovrà specializzarsi a vendere agli aristocratici perché gli altri saranno costretti a rivolgersi alla produzione a basso costo e di bassa qualità vista l’assenza di un reddito.

Benvenuto feudalesimo?

Sul piano politico l’esito possibile è duplice. L’evoluzione più ovvia è quella alla Star Trek con la sostanziale abolizione del lavoro e dei bisogni materiali: a fare tutto ci penseranno le macchine. Questo scenario presenta alcune difficoltà tecniche che richiedono un elevato livello di tecnologia e non è detto che le suddette tecnologie si possano sviluppare. Ma l’ostacolo più grande viene dai rapporti sociali: la Federazione è in pratica un’entità socialista, priva di classi o gerarchie. Peccato che chi attualmente risiede al vertice della scala sociale non abbia nessuna voglia di perdere la propria posizione di privilegio. Oggi un Briatore viene osannato, ma nella Federazione sarebbe un signor nessuno nel migliore dei casi o persino un oggetto di pubblico ludibrio nel peggiore. Questo ci porta al secondo esito: il feudalesimo tecnologico. I mezzi di produzione sono in mano a poche famiglie che poi suddividono i beni prodotti ai propri clientes ridotti a sgherri o a servi personali. Esattamente come succedeva nel Medio Evo, con la differenza che lì la cosa era limitata alla terra e qui copre ogni aspetto possibile della gamma produttiva.

Sul piano teorico le due tipologie di società possono coesistere e potremmo avere qualche città-stato socialisteggianti in opposizione a delle multinazionali che si muovono su uno sfondo formato dalla distruzione degli Stati-nazione, un mercato globale e un meticcio culturale misto a un rinascente tribalismo locale. Ma io non ce li vedo i feudatari accettare serenamente delle città libere e potenzialmente rivali.

In termini temporali, il passaggio a questa nuova realtà sarà piuttosto lungo e non aspettatevi di vedere a breve la cosa. Personalmente mi aspetto un lasso temporale compreso fra i 100 e i 200 anni. Il che vuol dire che alcuni dei lavoratori odierni poterebbero non essere minimamente toccati dalla cosa. O, almeno, si spera. Rimane solo un quesito da porgere a mr. ottimismo: se la tecnologia crea nuovi posti di lavoro, vorrei proprio sapere quali siano. Spara qualche numero, di grazia.

[1] Date un’occhiata qui: http://www.lavoce.info/la-slavina-dei-redditi-da-lavoro-dipendente/.

[2] Cfr. http://www.economist.com/node/21553017.

[3] Cfr. http://www.atlanticcouncil.org/blogs/futuresource/will-the-third-industrial-revolution-create-more-jobs-than-it-kills e http://www.mckinsey.com/insights/high_tech_telecoms_internet/disruptive_technologies.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2014 da in economia con tag , , .
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