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Perché bocciare è inutile: basta il buon Darwin

Premessa. Il buon Connacht ha avuto la bella pensata di postare il mio post sull’inutilità del bocciare sulla pagina di Facebook Italia unita per la scienza. La reazione è stata quantomeno negativa e fin qui nulla da dire. Ognuno è libero di concordare o meno su quanto scritto. Peccato che i nostri commentatori abbiano ricoperto di insulti il sottoscritto. E anche qui, pazienza, generalmente me ne fregherei allegramente. Ma siccome il gruppo è legato alla difesa della scienza non posso ignorare la cosa e ci riprovo. Anche perché come disse qualcuno:

Se uno mi ruba la borsa, ruba dei soldi; è qualcosa e non è nulla; erano miei, ora son suoi, come già furono di mille altri. Ma chi mi truffa il buon nome, mi porta via qualcosa che non arricchisce lui e fa di me un miserabile.

La squola dei voti

Pensiamo a come funziona l’attuale configurazione del sistema scolastico. Abbiamo un’aula disadorna, una cattedra, i banchi allineati e una lavagna. Un professore legge il testo nel silenzio complessivo dell’aula e gli alunni devo volgere la loro attenzione verso lo stesso punto senza emettere un suono. Le materie sono divise per disciplina senza che sia possibile un approccio multidisciplinare e il tempo è minuziosamente organizzato ed etero diretto fino a formare un approccio spezzatino allo studio (un po’ di questo, un po’ di quello). Anche se si insegna a scuola in realtà s’impara a casa con i compiti e lo studio individuale. Una volta tornati in classe allo studente è richiesto la ripetizione della materia più che l’acquisizione di una capacità o di una competenza: viene chiesta la storia della filosofia e non la capacità di contribuire alla risposta di un quesito filosofico. Se non si è in grado di rispondere agli standard prefissati (la sufficienza o il 6) si viene inesorabilmente bocciati. Una simile impostazione scolastica tradisce la sua origine avvenuta in società industrializzate organizzate sulle burocrazia di massa. La bocciatura, in pratica, è paragonabile allo scarto di un pezzo difettoso nella catena di montaggio. Gli alunni vengono trattati allo stesso modo e i programmi scolastici sono in teoria fissati a livello ministeriali e spetta al docente, eventualmente, adattarsi al materiale umano che si trova di fronte.

Sul piano dell’organizzazione complessiva, la scuola presenta una duplice struttura tripartita. La scuola primaria si limita a fornire una formazione di base, mentre la scuola secondaria inferiore deve primariamente ricoprire una funzione di smistamento degli studenti. E qui abbiamo di nuovo la struttura tripartita: i bravi al liceo, i mediocri al tecnico, gli scadenti al professionale. Il giusto premio delle capacità individuali, dite? Certo, se non fosse per quel piccolo dettaglio chiamato suffragio universale. Ma prima di spiegare il perché levatemi questa curiosità: la scuola, a che serve? La scuola assolve alla duplice funzione di socializzazione e selezione. Nel primo caso serve a trasmettere le norme e i valori per stare nella società, nel secondo caso facendo leva sulle capacità individuali si effettua una selezione in termini prettamente professionali. In teoria le professioni dovrebbero basarsi sulle capacità scolastiche, ma negli ultimi tempi questo rapporto si è fortemente indebolito per via dei cambiamenti tecnologici in corso. Ma questa è un’altra storia. Sia come sia, la scuola presenta una duplice funzione: una di formazione politica, l’altra di formazione professionale.

Se chiedete al sottoscritto ad essere più importante è l’aspetto politico e non quello professionale dato che la scuola  non è una succursale di Confindustria. Generalmente se si cita l’idea di buon cittadino nove volte su dieci si tireranno fuori parole quali moralità, etica e compagnia cantante. Ma una simile persona, per quanto ammirevole, può combinare ben poco se non ha le conoscenze sufficienti per comprendere il mondo contemporaneo. E da dove dovrebbero arrivare queste competenze se non dall’esperienza comune a tutti i cittadini chiamata scuola? Selezionare gli studenti in base alla bocciatura porta all’ovvia conseguenza che ampi strati della popolazione rimarranno esclusi dall’insegnamento di discipline essenziali per il gioco democratico. È il paradosso degli umanisti: la “cultuva” è così nobile, così essenziale che deve essere insegnata a pochi. In realtà neanche i liceali se la cavano così bene perché i programmi scolastici non presentano le materie essenziali nel dibattito pubblico. Per scoprire quali sono basta accendere la televisione: economia, scienze politiche, diritto, sociologia, psicologia, antropologia e in misura assai minore le materie scientifiche (ma grazie alla terza rivoluzione industriale il loro peso aumenterà). La recente farsa avvenuta sull’articolo 18 dimostra quanto l’elettore medio non sia in grado di capire di politica dato che non ha conoscenze specifiche in merito e non è in grado di difendersi dai frame perché, semplicemente, non sa cosa siano.

Ecco i dati del livello di scolarizzazione della società:

Tabella n° 1. Popolazione residente per livello d’istruzione in età superiore di 6 anni.

1951 1961 1971 1981 1991 2001
Analfabeti 12,9 8,3 5,2 3,1 2,1 1,5
Senza licenza 17,9 34,2 27,1 18,2 12,2 9,7
Licenza elementare 59 42,3 44,3 40,6 32,5 25,4
Licenza media 5,9 9,6 14,7 23,8 30,7 30,1
Diploma 3,3 4,3 6,9 11,5 18,6 25,9
Laurea 1 1,3 1,8 2,8 3,8 7,5

Fonte: Istat, Serie storiche, 2011. Ed ecco i numeri: Tabella n° 2. Popolazione di oltre 15 anni per titolo di studio.

Titolo di studio Valori
Licenza elementare o meno 10.352.188
Licenza media 16.593.479
Diploma 2-3 anni 3.148.398
Diploma 5 anni 15.558.519
Laurea 6.613.974

Fonte: Istat, 2014.

A prima vista la situazione è migliorata nel corso degli anni, ma di fatto siamo al punto di partenza. Pochi hanno le conoscenze necessarie per capire le tematiche in gioco. Peccato che le suddette tematiche in gioco non siano discipline astratte, ma questioni che toccano direttamente le persone. L’idea così diffusa del “piove Governo ladro” è falsa perché se è vero che Italia soffre di mala politica la cosa è dovuta alla mala politica di una pessima cittadinanza. La politica non viene dal nulla ma è frutto del gioco interattivo fra la politica e la cittadinanza. Solo un appunto: qualcuno si è mai preso la briga di spiegare cos’è e come funziona la democrazia? Ovviamente no. Son dettagli, che volete.

Selezionare tramite la bocciatura riducendo i livelli di scolarizzazione, allora, vuole dire privare i cittadini delle nozioni essenziali per capire il mondo. Con l’effetto non voluto che anche i presunti geni subiranno danno dalla cosa, dato che anche i ciucci votano. Per questo motivo i fanatici delle bocciature mi fanno ridere. Si scavano la fossa con le loro mani. In effetti, se si considerano le capacità cognitive ecco i risultati:

Tabella n° . Distribuzione dei rispondenti italiani alle prove IALS-SIALS.

1° livello 2° livello 3° livello 4°/5° livello
Testi in prosa 34,6% 30,9% 26,5% 8%
Grafici 36,5% 32,2% 25,3% 6%
Calcoli, problemi 32% 31,4% 27,6% 9%

E poi ecco i risultati della PIAAC: Tabella n° . Percentuale di persone che raggiungono il livello 2 e che superano il livello 3.

% fino a livello 2 % livello 3 e superiore
Italia 70 30
Germania 51 47
Francia 57 42
Spagna 67 32
USA 50 46
Media OCSE 48 50

Fonte: ISFOL.

Non spiego nel dettaglio i dati visto che considerato il numero di persone pronto a distribuire patenti di ignoranza a destra e manca di sicuro ne sanno più di me.

Nel testo originale del post ho anche trattato del rapporto fra le bocciature e il classismo della società di un tempo. Non si parla di teoria, ma di storia. Una volta i figli dei borghesi non presentavano problemi durante il percorso scolastico, a differenza dei figli dei proletari che venivano regolarmente respinti. Delle due l’una: o il razzismo aveva ragione ed esistono differenze biologiche fra le classi sociali, o la scuola era congegnata in un modo tale da respingere chi poteva contare di un capitale sociale famigliare inferiore. Se si seleziona in base alla conoscenza del latino, per far un esempio, i figli degli avvocati saranno avvantaggiati perché i suoi genitori conoscendo la materia potranno aiutarlo o, al massimo, potranno pagare al pargolo un docente privato. Il figlio dell’operaio, invece, si fotte allegramente perché deve contare sulle proprie forze. Basta cambiare la cosa e mettere, ad esempio, come mezzo di selezione una conoscenza propria del mondo operaio per far cambiare il quadro. Attenzione: al riguardo vi è un’ampia letteratura scientifica e ad essa rimando. Ma voglio far notare che il capitale sociale famigliare pesa tuttora, anche se al giorno d’oggi la cosa è declinata in termini socio economici (l’economia italiana è caratterizzata da una natura corporativa e dal nanismo delle imprese a conduzione familiare. Fate due più due).

Aperto l’inciso. Qualcuno ha citato Don Milani ed è vero. Se non si parte dalla natura classista della scuola del tempo non si può comprendere la natura della critica della Lettera a una professoressa. Ma nel testo redatto dai ciucci, dagli asini respinti dalle scuole troviamo anche questa perla [1]:

Il compito di francese era un concentrato di eccezioni […] passò con nove un ragazzo che in Francia non saprebbe chiedere nemmeno del gabinetto. […] io le lingue le ho imparate coi dischi. Senza neanche accorgermene ho imparato prima le cose più utili e frequenti. Esattamente come s’impara l’italiano. Quell’estate ero stato a Grenoble a lavar piatti in una trattoria. M’ero trovato subito a mio agio.

Quei ragazzini, quei ciucci respinti dalla profia di turno avevano capito esattamente perché gli italiani non parlano le lingue straniere. C’è da stupirsi se gli italiani presentano tuttora una scarsa dimestichezza con le lingue straniere [2]?

Ma al di là delle conseguenze politiche, bocciare è stupido in sé. Non si deve dimenticare che bocciare uno studente per la mancanza in una materia vuol dire che quel studente è costretto a ripetere l’intero anno, comprese le materie dove non aveva difficoltà. Sarebbe molto più sensato suddividere le materie per livelli di difficoltà. Se non si è capaci in una materia la si può lasciare indietro a patto che si ottenga di più in un’altra. Detto in termini più semplici: sei una cane in letteratura? Allora devi raggiungere livelli più elevati in quelle scientifiche (o viceversa). Così facendo si potrebbero coltivare le inclinazioni dei singoli studenti piuttosto che tentare di renderli tutti uguali. Si può teorizzare che un anno corrisponde a 10 moduli base e 10 avanzati di 10 discipline diverse. Per superare l’anno basta raggiungere quota 14 quale che sia la sua configurazione. Nulla di diverso da quanto accade nell’università con il sistema dei crediti liberi. Vorrei solo far notare che secondo la scuola italiana si dovrebbe bocciare Usain Bolt perché è un pessimo nuotare e Michaels Phels perché è un pessimo corridore. Ma magari è sufficiente mettere il primo in una pista e il secondo in una vasca, no?

La scuola della cittadinanza

Che fare, dunque? Partire dai presupposti di base:

_ la funzione politica è del tutto differente da quella lavorativa;

_ tutti devono avere la stessa formazione per via delle necessità del suffragio universale;

La configurazione più logica è quella di staccare l’elemento politico da quello professionale unificando tutti i percorsi scolastici. Così facendo viene meno la necessità della scuola secondaria inferiore e la si dovrebbe unire con quella primaria in un ciclo unico di 8 anni. Qui si apprendono le nozioni di base e il sistema può rimanere più o meno invariato se i votini piacciono tanto. Dopo il primo ciclo si passa al quadriennio di quello che può essere  definito come “liceo della cittadinanza”.  Lo scopo dell’indirizzo è quello di fornire gli elementi necessari per capire di politica e prevede un’organizzazione delle materie del tutto differente rispetto a quella attuale. Invece di adottare il solito metodo spezzatino si passa a un sistema organizzato su moduli mensili. Per ogni mese si studiano due moduli e si considera un tempo di lezione di 5 ore per 5 giorni vuol dire avere 23 ore più un paio per l’educazione fisica. A settimane alternate si viene ad avere un tempo per modulo di 11 e 12 ore per settimana. I moduli sono organizzati sulle idee e sulle domanda e da qui le ratificazioni per argomento:

_ modulo della democrazia: cos’è la democrazia (da Sartori a Dahl, da Bobbio a Weber) fino alla sua crisi. Da qui abbiamo il populismo e l’interpretazione che vede la democrazia sofferente per via della globalizzazione;

_ modulo della globalizzazione: che cos’è, come funziona, i suoi effetti. Da qui si passa all’economia (cos’è un mercato, indici economici usati in politica);

_ modulo della comunicazione: si parte dal populismo e si arriva ai media, passando per la retorica;

_ modulo del Sistema Solare: si studiano i pianeti e il Sole e da qui abbiamo la fisica e la chimica;

_ modulo della biologia: la Terra. Dalla biosfera alla geologia, al clima.

Eccetera, eccetera. Si parte dal presente e si procede a ritroso nel passato specie in chiave comparativa (cos’è la società? Si prende l’oggi e lo si compara all’Ancien Regime), in modo da destare l’interesse dello studente.

Lo scopo dei moduli non è prendere il votino, ma quello di fornire gli elementi essenziali per campare. Non si vuole studiare? Nulla da dire. Tanto quello che verrà stuprato dalla realtà non è il sottoscritto. Non è compito della società salvare i coglioni dalla propria coglionaggine.

E il lavoro?

Rimane l’aspetto professionale. Per questo scopo bastano un o al massimo due anni professionalizzanti dopo il quadriennio. Anche qui, ovviamente, addio al modello spezzatino e passaggio all’apprendimento delle nozioni necessarie per l’inserimento nel mondo lavorativo, stage aziendale compreso. Tengo solo a far notare che non si dovrebbe riporre una grande aspettativa nella cosa perché molte professioni non richiedono una grande quantità di skills lavorative. Non serve una laurea per vendere polizze assicurative o dedicarsi allo screening dei curricula…

Piccola riflessione a parte. In sé il sistema universitario non è un granché ben congegnato. Alcune discipline non hanno un effettivo rapporto professionalizzante (dall’economia alle scienze politiche),  altre lo hanno ma perdono di vista tutto il resto (medicina o ingegneria). Gli universitari, allora, sono dei sapienti selettivi e degli asini quasi universali. Sarebbe più sensato investire negli anni precedenti in quanto periodo comune a tutti piuttosto che investire sull’Università il cui vero scopo dovrebbe essere la ricerca. Sfortunatamente non si può dilatare troppo gli anni del ciclo precedente per non andare a detrimento di chi è costretto al percorso universitario per motivi professionali.

Torniamo all’argomento. L’attuale sistema professionale è un semplice buco nero per risultati e abbandoni scolastici (le celebri comparazioni internazionali tipo il Pisa: lo sapete della forte eterogeneità dei risultati per indirizzi scolastici, vero?). Al riguardo, come direbbe un arguto commentatore di prima, si obietta che:

Ma si, eliminiamo le bocciature non solo al biennio ma anche al triennio, anzi già che ci siamo aboliamo proprio l’istituzione scolastica e universitaria che questa mania del voler dare titoli di studio se te li meriti studiando è una pratica altamente discriminatoria nei confronti di chi non ha le capacità o la voglia. Facciamo che fino a 23 anni giochi e poi ti regalano la laurea che più desideri, senza sostenere alcun esame e senza dover preparare alcun programma. Tanto quello che studia mica serve davvero… che differenza volete che ci sia tra un ingegnere che ha studiato matematica, fisica e discipline tecniche per 5 anni e uno che non sa neanche fare un addizione con la calcolatrice, che differenze volete che ci sia tra un medico che ha studiato per 6 anni la fisiologia imana e per altri 5 i dettagli di un certo apparato e uno che non distingue ano da cavo orale.

Giusto, giustissimo e pure – mi perdoni la grammatica italiana – giusterrimo! Solo una curiosità: ma il lavoro è per diritto divino o c’è un passaggio da fare tipo il colloquio di lavoro? Non hai studiato medicina e ti presenti al colloquio? Nessun problema: dimmi un po’ la differenza fra un organo e un tessuto. Niente? Guardi, le faremo sapere. E così che funziona in un mondo reale: contano le skills. E per questo motivo che si dovrebbe essere motivati a studiare sennò non lavori.

Conclusione

Alla fine sul tavolo da gioco rimangono due concezione della scuola e della natura umana. Nella prima, quella classica, il pargolo è brutto, sporco e cattivo e per studiare bisogna punirlo. Ovviamente non si può chiedere perché si debba studiare x al posto di y, ma si deve fare perché sì. Nella mia concezione la scuola insegna gli elementi essenziali per sopravvivere e non c’è bisogno di minacciare o insultare. È sufficiente fare i propri interessi e dedicarsi allo studio della realtà circostante. Perché ci si può non interessare di politica, ma state certi che la politica si interesserà di voi. Ovviamente il giochino regge se la scuola è davvero utile, ma se così non fosse non ha senso mantenere in piedi una simile istituzione (no, non simpatizzo con Ivan Illich).

Lascio al lettore il giudizio su quale sia il modello migliore non solo per sé stessi ma anche per l’intera società. E la profonda pena umana per chi studia per il votino e non per il sapere.

[1] Cfr. M Gesualdi (a cura di), Lettera a una professoressa. Quarant’anni dopo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2007, pp. 21-3.

[2] Cfr. http://www.linkiesta.it/conoscenza-inglese.

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Un commento su “Perché bocciare è inutile: basta il buon Darwin

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Questa voce è stata pubblicata il 5 dicembre 2014 da in cultura, società con tag .
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