Charly's blog

Ipse dixit: Draghi e la UE

Viene quasi da chiedersi chi abbia più potere. I politici, come Renzi o la Merkel, che vengono analizzati al dettaglio o chi pur potendo muovere l’economia di un intero continente non viene seguito con la stessa attenzione. Per risolvere il dilemma oggi vi propongo un discorso tenuto da Draghi presso l’Università di Helsinki [1]. Qui si argomenta su un comune equivoco sulla UE:

un comune equivoco sull’Unione europea – e sull’area dell’euro – scaturisce dal fatto che si tratta di un’unione economica senza un’unione politica alla base. Ciò riflette un profondo fraintendimento su cosa significhi “unione economica”: per sua natura è un’unione politica. Lo stesso mercato unico è una costruzione politica che non potrebbe operare in assenza di strutture politiche adeguate.

Non mancano, ovviamente delle difficoltà:

È però evidente che, malgrado la sua tenuta, la nostra unione è ancora incompleta. […] Quindi, finché non avremo completato l’Unione economica e monetaria (UEM), ovvero non avremo soddisfatto i requisiti minimi in tutti gli ambiti affinché la nostra unione sia realmente sostenibile, i dubbi sul suo futuro non saranno mai fugati del tutto. E questa è una verità a prescindere dall’impegno politico espresso. Oggi vorrei illustrare quali sono i requisiti minimi necessari a completare la nostra unione attraverso modalità atte ad apportare stabilità e prosperità per tutti i suoi membri.

I requisiti minimi della UE

Un’unione monetaria comporta un piccolo problemino:

Quando entrano a far parte di un’unione monetaria, i paesi condividono la politica monetaria e cessano di avere ognuno il proprio tasso di cambio. Questa condizione offre benefici significativi, ma crea anche dei costi.

La cosa comporta dei i pro e dei contro:

Da un lato, soprattutto per i paesi più piccoli, condividere la sovranità sulla politica monetaria è un modo di riacquistare sovranità. Invece di lasciare che detta politica sia determinata di fatto da un vicino più grande, possono contribuire su un piede di parità alle decisioni prese per l’intera area dell’euro. Anche il venir meno delle incertezze sul cambio apporta benefici immediati in termini di riduzione dei premi per il rischio. Dall’altro lato, condividere la politica monetaria e in particolare il tasso di cambio priva le economie nazionali di alcuni strumenti di aggiustamento da utilizzare a fronte di shock locali.

In realtà il pro è decisamente dubbio. Se il sistema si basa sul principio dell’unanimità tanto vale mettersi l’animo in pace e lasciare ogni speranza di una decisione politica. Se conta il principio della maggioranza a vincere è la conta dei nasi più che le dimensioni di un paese. Se poi conta il peso specifico di un paese…

Sia come sia, dovrebbe essere evidente che

il successo dell’unione monetaria in qualsiasi sua parte dipende dal suo successo in ogni sua parte. L’euro è – e deve essere – irrevocabile in tutti gli Stati membri che l’hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica.

E fin qui siamo alla dichiarazione d’intenti. Ma come si può realizzare l’obiettivo?

In tutte le economie nazionali i trasferimenti permanenti avvengono dalle regioni più prospere a quelle più depresse, dalle aree più densamente popolate a quelle meno abitate, dalle aree più ricche di risorse naturali a quelle meno dotate. Questo accade negli Stati Uniti, dove i trasferimenti sono effettuati tramite il bilancio federale. E accade anche in Germania, Italia, Finlandia. I trasferimenti di bilancio, purché restino equi, spesso aiutano a cementare la coesione sociale e a scongiurare tentazioni secessionistiche.

Il che spiega perché la UE non è gli USA:

Ma dato che tali trasferimenti non sono previsti all’interno dell’area dell’euro, questo modello a noi non si applica. Abbiamo bisogno di un approccio diverso per assicurare che ogni paese stia permanentemente meglio all’interno dell’unione che al di fuori di essa e ciò implica due requisiti minimi.

E persino l’immigrazione non basta:

Il primo è che tutti i paesi dell’area dell’euro devono essere in grado di prosperare in maniera indipendente, ovvero tutte le economie devono essere sufficientemente flessibili da trovare e sfruttare i rispettivi vantaggi comparati, in modo da beneficiare del mercato unico. Devono essere capaci di allocare le risorse in modo efficiente e creare un contesto dinamico per le imprese, affinché le loro economie possano attrarre capitale e generare abbastanza occupazione. Devono inoltre essere sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine, anche attraverso l’aggiustamento salariale o la riallocazione di risorse tra settori. Questo aspetto è particolarmente importante perché, date le barriere culturali, la mobilità del lavoro offre solo una piccola valvola di sfogo a una disoccupazione locale elevata nell’area dell’euro, almeno rispetto a unioni più omogenee quali gli Stati Uniti. Certo, una maggiore mobilità fra paesi sarebbe auspicabile e dovremmo incoraggiare le misure in suo favore. Ma, come suggeriscono le ricerche, è improbabile che i flussi migratori transfrontalieri riescano mai ad affermarsi come motore dell’aggiustamento dei mercati del lavoro dopo grandi shock. In ogni caso, nessun paese potrà prosperare se la sua popolazione l’abbandona.

Insomma, Draghi ha fin qui argomentato perché la UE è fallimentare.

Molti shock possono essere prevenuti con le giuste politiche. Ma per gli altri shock l’aggiustamento interno sarà in genere più lento rispetto a una situazione in cui i paesi sono in grado di correggere subito i prezzi relativi attraverso il proprio tasso di cambio. In queste circostanze una qualche forma di ripartizione del rischio oltre i confini nazionali è essenziale per contribuire a ridurre i costi di aggiustamento in quei paesi ed evitare che le recessioni lascino segni profondi e indelebili.

Penitenziagite!

Draghi è appena diventato un populista no Euro? No, ecco la stoccata:

Sappiamo inoltre che le economie flessibili in grado di distribuire in maniera efficiente le risorse traggono il massimo beneficio dal mercato unico sfruttando i propri vantaggi comparati. A fronte poi di un invecchiamento della popolazione, dispongono anche di maggiori opportunità di innalzare la crescita potenziale. Anche in questo caso si tratta di una verità teorica che trova peraltro riscontro nella pratica. A titolo di esempio, nella classifica mondiale per la competitività internazionale il World Economic Forum colloca la Finlandia al quarto posto, contro l’81° della Grecia.

Ed ecco l’onnipresente Grecia. Chissà perché non si citano mai la Spagna e l’Irlanda visto che sono stati i primi paesi ad entrare in crisi…

Se in un’unione monetaria alcuni paesi mostrano sistematicamente un aggiustamento più lento rispetto ad altri, è probabile che presentino sempre una maggiore disoccupazione. Se hanno anche un potenziale di crescita inferiore, è più probabile che tale disoccupazione si cristallizzi e diventi strutturale. In altre parole, la carenza di riforme strutturali evoca lo spettro di un divario economico permanente tra i membri. Questo, nella misura in cui pregiudica la coesione essenziale dell’unione, può risultare dannoso per tutti i partecipanti all’UEM.

Ma perché la Grecia è il simbolo di un paese corrotto e vizioso. E dopo il delitto, arriva il castigo:

mediante una reale condivisione della sovranità nella governance delle riforme strutturali.

Che tradotto vuol dire che devi cedere la sovranità politica a Bruxelles. Facile, no?

Morituri te salutant

Si deve ammettere che l’intervento di Draghi è non poco singolare. Vengono elencati i perché del mancato funzionamento della UE (niente omogeneità economia o sociale, niente trasferimenti interni, niente mobilità dei lavoratori) e dare la colpa a chi “non ha fatto le riforme” è risibile. Se la Grecia e la Finlandia sono tanto differenti è più logico concludere che non le si dovrebbero mettere nello stesso contenitore, no? In più non vengono risolti i soliti interrogativi sul piatto:

_ quale sarà la struttura della UE? Federale alla tedesca, centralizzata alla francese o regionale alla spagnola?

_ quale sarà il livello della tassazione? Elevato alla danese o da dumping fiscale all’irlandese?

_ quale sarà il modello sociale? Welfare universale scandinavo o residuale anglosassone?

_ quale sarà la lingua? L’inglese? E perché non il tedesco, la lingua più parlata d’Europa? E chi lo dice ai francesi?

Spendere tempo dietro all’unione bancaria o alle misure non convenzionali della BCE serve solo a guadagnare tempo. E ho come il sospetto che era molto meglio realizzare una Confederazione (militare, politica, scientifica).

[1] Cfr. http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp141127_1.it.html.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 dicembre 2014 da in economia con tag .
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