Charly's blog

I grafici del giorno: le riforme del mercato del lavoro

Si è già avuto modo di vedere la smodata passione degli esecutivi italiani per le riforme senza che nulla migliori. Il mercato del lavoro, ovviamente, non poteva mancare in questo lugubre evento. Ma prima diamo un’occhiata agli effetti di questa azione riformatrice. Partiamo dal tasso di occupazione (indicatore statistico che misura l’incidenza degli occupati sul totale della popolazione. Si ottiene dal rapporto tra gli occupati tra i 15 e i 64 anni e la popolazione della stessa classe di età [1]) basato sui dati Istat:

Tasso occupazione

Ecco il tasso di disoccupazione (sempre dati Istat):

Tasso disoccupazione

All’andamento dei due valori bisogna aggiungere un piccolo tassello: il variegato mondo delle riforme del lavoro. Ecco in sintesi:

_ 1997: Pacchetto Treu;

_ 2003: legge Maroni;

_ 2007: Protocollo Prodi-Damiano;

_ 2008: Riforma del lavoro pubblico e privato;

_ 2010: Collegato lavoro;

_ 2011: Testo unico apprendistato;

_ 2012: Riforma Fornero;

_ 2013: Pacchetto Letta;

_ 2014: Decreto  Poletti e Jobs Act;

Sorpresi dal numero? In effetti quasi tutti conoscono la riforma del 2003, quella della Fornero e gli ultimi ritrovati di quest’anno balordo. Ma non si deve dimenticare che l’avvio di questa degenerazione porta la firma di Treu e nel 2007 Prodi e Damiano non poterono non dire la loro. Poi fu la volta di Sacconi e nel 2010 del Collegato Lavoro che al dispetto del nome presentava norme relativa anche a [2]

_ lavori usuranti;

_ riorganizzazione di enti;

_ congedi;

_ aspettative e permessi;

_ ammortizzatori sociali;

_ servizi per l’impiego;

_ incentivi all’occupazione;

_ apprendistato;

_ occupazione femminile;

_ misure contro il lavoro sommerso;

_ disposizioni in tema di lavoro pubblico;

_ controversie di lavoro.

E che dire del Testo Unico dell’’apprendistato del 2011 [3]? Non molto, visto che poco dopo è stata la volta della Riforma Fornero, quella della “flessibilità buona”. Salvo poi avere subito dopo il Pacchetto Letta il cui impatto è misurabile nella scala che va da zero a nulla. E così siamo arrivati fino al dinamico duo rottamatore/Poletti e al contrasto Istat/Renzi.

Cosa ci dice tutta questa pappardella di cose? A prima vista si può dare ragione ai riformatori. Treu e Maroni hanno portato a una riduzione del tasso di disoccupazione e un aumento di quello di occupazione. Ma tra il 2007 e il 2008 il trend s’inverte e la disoccupazione supera il livello degli anni ’90 anche se il tasso di occupazione rimane più elevato rispetto a quello di quegli anni. È da notare che l’attività riformatrice aumenta negli ultimi anni senza che la cosa incida per davvero sull’andamento del lavoro.

La cosa mette in evidenza anche un altro punto relativo alla flessibilità e ai centri dell’impiego. Visto che fino al 2007 la situazione filava, possiamo concludere che svolgevano il loro lavoro fino a quella data salvo poi sballare del tutto? O, magari, quel che conta per davvero è il ciclo dell’andamento economico dato che la disoccupazione è un eccesso delle forza lavoro rispetto alla domanda delle imprese piuttosto che un mismatch fra domanda e offerta (i mitici lavori artigianali)?

[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/tasso-di-occupazione_%28Dizionario_di_Economia_e_Finanza%29/.

[2] Cfr.   http://www.tasse-fisco.com/lavoro/collegato-lavoro/collegato-lavoro-punti-importanti-201/105/.

[3] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-28/testo-unico-apprendistato-190334.shtml?uuid=AawVB5rD.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2014 da in economia con tag , .
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