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Diamo i dati: la spesa per l’Istruzione

L’allora ministro dell’istruzione Gelmini ebbe a dire “che affermare che l’Italia spende poco per l’università è falso. Il nostro Paese spende molto ma lo fa male, alimentando sprechi e privilegi non più sostenibili”. Senza dimenticare che “è risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) ma come vengono spese le risorse destinate all’università. Spesso per aprire sedi distaccate non necessarie e corsi di laurea inutili. Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima università italiana al 174mo posto”. In effetti vi è una polemica ricorrente fra chi sostiene la necessità di un maggior utilizzo di risorse e chi ribatte che il vero problema è l’utilizzo delle risorse già presenti.

Per risolvere il dilemma è sufficiente adoperare i dati statistici raccolti dal report internazionale targato Ocse Education at a Glance [2]. Se si considerano le risorse dedicate all’istruzione l’Italia spende il 4,3% del proprio PIL e circa il 0,8% è dedicato all’istruzione terziaria. Il valore è inferiore alla media Ocse (5,6%) e a quello della media dei paesi UE (5,6% se si considera la UE a 21) . I principali paesi europei registrano una performance migliore: il Regno Unito è al 6 %, la Francia al 5,7%, la Germania al 5% e la Spagna al 4,8%. Anche i paesi minori investono un maggior numero di risorse come la Danimarca (8,7%), la Svezia (6,8%), la Svizzera (5,3%) e la Finlandia (6,8%). Al di fuori del continente europeo il Giappone spende il 3,8% del proprio PIL, gli Stati Uniti il 5,1%, la Corea del Sud il 5%. Oltre al paese del Sol levante, solo la Repubblica Slovacca e la Russia spendono di meno in istruzione. Se si considera soltanto la spesa dedicata all’Università l’Italia registra una differenza più o meno forte rispetto al valore inglese (1,3%), quello tedesco (1,4%), quello francese (1,3%) e non pareggia neppure con quello spagnolo (1,1%). Anche gli Stati Uniti spendono di più (1,3%), mentre la Corea del Sud spende quanto l’Italia.

Se si considera la spesa pubblica il risultato non cambia. L’Italia spende l’8,6% della spesa pubblica per l’istruzione contro il 12,9% della media Ocse e l’11,5% dell’Europa a 21. Ancora una volta il valore è inferiore a quello dei principali paesi europei come il Regno Unito (12,2%), la Germania (11%), la Francia (10,2%) e la Spagna (10,5%). Al di fuori dell’Europa gli Stati Uniti spendono il 13,6% della propria spesa pubblica, il Giappone il 9,1% e la Corea del Sud il 16,5%. Se si considera solo l’Università l’Italia spende l’1,7% contro il 2,7% britannico, il 3,1% tedesco, il 2,3% francese e il 2,5% spagnolo. Gli Stati Uniti doppiano il valore italiano giungendo al 3,5%, mentre la Corea del Sud spende il 2,6%. Il valore giapponese supera di poco quello italiano toccando l’1,8%.

Di fronte a questi dati si può obiettare che la spesa scolastica possa essere influenzata dalla dimensione demografica di un paese. Per ovviare al problema è sufficiente prendere in considerazione quanto viene speso per singolo studente.

Tabella n° 1. Spesa per studenti in dollari americani a parità di potere d’acquisto.

Educazione primaria Educazione secondaria Educazione terziaria
Media Ocse 8.296 9.280 13.958
Media UE 21 8.482 9.615 13.572
Regno Unito 9.857 9.649 14.223
Germania 7.579 10.275 16.723
Francia 6.917 11.109 15.375
Spagna 7.288 9.615 13.173
Italia 8.448 8.585 9.990
USA 10.958 12.731 26.021
Giappone 8.280 9.886 16.446

Fonte: Oecd, Education at a Glance, 2014.

L’Italia rientra nella media Ocse e Europea soltanto all’inizio del percorso scolastico per poi perdere terreno anno dopo anno. Anche se il numero degli studenti è rimasto stabile dal 1995 ad oggi, fino al 2008 la spesa è lievemente aumentata per poi calare. Se si considera il 2005 come base 100, la spesa per studente è passata dal 96 del 1995 al 104 del 2008 per poi calare a 92 nel 2011. Anche la spesa complessiva ha seguito un simile trend e se si considera il 2005 come base 100 il valore è cresciuto dal 97 del 1995 fino a 104 del 2008 per poi calare a 93 nel 2011. Negli altri paesi europei il trend può variare considerevolmente. Nel caso tedesco la riduzione del numero di studenti si è accompagnato a un aumento complessivo della spesa (con il 2005 pari a 100, il valore nel 1995 era 95 per poi salire a 118 nel 2011). Anche la Spagna e il Regno Unito hanno aumentato considerevolmente le spese, mentre la Francia ha aumentato di poco i valori.

Se si considera solamente il livello terziario, il numero degli studenti è aumentato fino al 2008 per poi calare. Facendo 100 il valore del 2005, gli studenti nel 1995 erano pari a 89, mentre dal 2009 al 2011 sono calati da 99 fino a 97. Le spese, invece, sono aumentate sia in generale sia per studente. Nel primo caso – sempre adottando il valore del 2005 come base 100 – il valore è cresciuto dal 73 del 1995 fino al 113 del 2008 per poi aumentare a 114 nel 2011. Nel secondo caso si è passati dall’82 del 1998 al 117 del 2011. Anche gli altri paesi economicamente più sviluppati hanno avuto trend simili nell’aumento delle spese e del numero degli studenti.

In linea di massima non si può dire che si spenda poco o tanto visto che manca un livello di spesa minimo da raggiungere. Ma è innegabile che l’Italia spenda sistematicamente di meno rispetto ai principali paesi europei e rispetto alle economie più sviluppate. Né tantomeno la demografia sembra essere la causa di queste differenze nell’impiego delle risorse.

[1] Cfr. http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_08/gelmini-times-universita-riforma_5c984e62-b407-11de-afa2-00144f02aabc.shtml.

[2] Cfr.  http://www.oecd.org/edu/education-at-a-glance-2014-indicators-by-chapter.htm.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 dicembre 2014 da in Uncategorized con tag .
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