Charly's blog

Il big bang delle pensioni: non basterà Tito Boeri a salvare la baracca

Natale ha portato in dono la nomina di un nuovo presidente dell’INPS: Tito Boeri. Come riporta La Voce [1]:

Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Università Bocconi, dove è stato dal 2012 al 2014 prorettore alla Ricerca, e Centennial Professor alla London School of Economics. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica.

La sforbiciata di Boeri?

Alla nomina Boeri ha commentato che l’INPS «è un’istituzione molto importante per il Paese, soprattutto alla luce dell’andamento demografico, degli squilibri e dei grandi interrogativi che presenta il mercato del lavoro in relazione ai giovani» [2]. Sul tema pensionistico il Boeri pensiero è piuttosto noto. Partendo dal dualismo previdenziale metodo retributivo/contributivo, l’economista propone un intervento imperniato su due considerazioni [3]:

Principi di equità distributiva e intergenerazionale legittimano interventi sulle pensioni in essere circoscritti a 1) redditi pensionistici al di sopra di un certo importo e 2) su quella parte della prestazione che non è giustificabile alla luce dei contributi versati, vale a dire la differenza fra le pensioni che si sarebbero maturate con il sistema contributivo definito dalla legge del 1995, e quelle effettivamente percepite.

Un contributo di solidarietà circoscritto al solo reddito pensionistico superiore ai 2 mila euro al mese «creerebbe, tra i soli lavoratori dipendenti, una base imponibile di circa 17 miliardi. Sarebbe composta da 1,7 milioni di persone, di cui 850mila di ex-dipendenti privati, 770mila pubblici e 100mila lavoratori autonomi». Se si considerano i lavoratori dipendenti del privato «si tratterebbe per lo più di pensionati d’anzianità, mentre le pensioni di vecchiaia sarebbero quasi tutte escluse, avendo basso o nullo squilibrio perché maturate in età molto più alte». Con un contributo pari al

– 20 per cento dello squilibrio su pensioni tra 2mila e 3 mila euro

– 30 per cento dello squilibrio su pensioni tra 3 mila e 5 mila

– 50 per cento dello squilibrio su pensioni superiori 5 mila

Si otterrebbe un gettito di circa 4,2 miliardi. Nel complesso «questo intervento chiede a solo il 10 per cento dei pensionati che hanno un reddito più alto, e che possiedono il 27 per cento del totale delle pensioni, un contributo medio pari a meno di un quarto di quanto non è giustificato dai contributi che hanno pagato».

Un altro cavallo di battaglia di Boeri è la possibilità di dare ai lavoratori una stima precisa della propria futura pensione [4] in modo da «Illustrare loro l’esistenza dei fondi pensione, come funzionano, i lori vantaggi fiscali e così via». Così facendo si potrebbe «promuovere la previdenza complementare, che non decolla principalmente per ostacoli informativi».

Ma i numeri remano contro

Leggendo in giro per la rete si possono trovare dei post inneggianti al nuovo Robin Hood che taglia le pensioni ai ricchi per darle ai poveri precari. Ma bastano un paio di numeri per disarmare il novello fuorilegge di Shervood.

Sul piano finanziario nel 2013 la spesa previdenziale ha superato i 270 miliardi e la usa incidenza sul PIL ha raggiunto il 16,85%, ma nei prossimi anni viene data in crescita fino a sfiorare i 290 miliardi. Viene spontaneo da chiedersi: ma i 4 miliardi racimolati da Boeri cosa possono fare su un aumento pari quasi a 20 miliardi? Ma è meglio non farsi illusioni su altri mirabolanti tagli: la carne non c’è. I pensionati sono 16,4 milioni e le pensioni erogare sono 23,3 milioni: il 75,1% ha più di 64 anni, circa un quarto (24,9%) dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà (il 51,0%) un’età compresa tra 65 e 79 anni e il restante quarto (24,1%) ha più di 80 anni.

 

Tabella n° 1: classi d’età pensionati (2013).

Classe età %
0-14 1,3%
15-39 2,4%
40-64 21,2%
65-79 51%
80+ 24,1%

Fonte: Istat

 

Sul piano dell’importo mensile la situazione è persino peggiore. Dato che «più trattamenti possono essere erogati allo stesso beneficiario, solo il 41,3% dei pensionati percepisce meno di 1.000 euro mensili, il 39,3% riceve tra 1.000 e 2.000 euro, il 13,7% tra 2.000 e 3.000 euro, mentre il 5,6% percepisce importi mensili superiori a 3.000 euro».

 

Tabella n° 2: pensioni per classe d’importo mensile (2013).

Importo mensile Numero % trattamenti % spesa
Fino a 499,99 7.868.357 33,7 11,1
500-999,99 7.546.573 32,4 22,7
1.000-1.499,99 3.190.229 13,7    17,3
1.500-1.999,99 2.264.614 9,7 17
2.000-2,999,99 1.762.941 7,6    18,5
3.000-4.999,99 515.339 2,2 8,3
5.000-9.999,99 165.689 0,7 4,6
10.000+ 8.536 / 0,5

Fonte: Istat.

La proposta di Boeri è la splendida dimostrazione di quanto sia difficile tagliare la spesa. Alla fine tutti i tagli possibili si riducono ad una manciata di miliardi, a meno che non si voglia mutilare il reddito dei pensionati. Per poi deportarli in qualche paese del terzo mondo.

E la demografia?

Visto che non di solo denaro si vive, i sistemi previdenziali richiedono due pilastri:

_ la copertura finanziaria;

_ la copertura demografica;

Nel primo caso sono essenziali i contributi che possono essere raccolti solo in presenza di una popolazione lavoratrice in modo diretto o in modo indiretto. Quanto alla demografia ecco il total fertility rate:

 

Tabella n° : total fertility rate.

80-85 90-95 00-05 10-15
Italia 1,54 1,28 1,25 1,48
Francia 1,87 1,72 1,88 1,98
Austria 1,60 1,48 1,38 1,47
Germania 1,46 1,30 1,35 1,42
Giappone 1,75 1,48 1,30 1,41
USA 1,80 2,03 2,04 1,97
UK 1,78 1,78 1,66 1,89

Fonte: OECD.

Ricordo che per tenere la popolazione stabile occorre un valore pari a 2,1. Attualmente la popolazione over 65 è pari al 34,5% della popolazione in età di lavoro ma si deve tenere conto dell’invecchiamento della popolazione italiana. Tra il 2002 e il 2011 la classe d’età 0-14 anni è calata dal 14,2% al 14,1% della popolazione complessiva, mentre la classe d’età 15-64 ha registrato un calo dal 67,1% al 65,4%. Gli unici ad aumentare sono stati gli over 65 passando dal 18,7% al 20,5%. Si stima che la componente della popolazione più anziana aumenterà fino al 2043 superando in quella data il 32%. Anche l’età media si sta spostando sempre più in là: nell’ultimo decennio è aumentata da 41,9 a 43,6 e si prevede che raggiungerà il suo picco massimo di 49,8 anni nel 2059 senza che, invece, si prospetti un aumento della popolazione residente. Si teme, anzi, una sua riduzione. L’indice di vecchiaia che rappresenta il rapporto percentuale fra gli over 65 e gli under 14 è passato da 131,7 a 145,7, mentre l’indice di dipendenza strutturale che misura il carico della popolazione non attiva su quella attiva è passato da 49,1 a 52,8. L’indice di ricambio della popolazione attiva, infine, che misura il rapporto fra la fascia della popolazione prossima alla pensione e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro è passato da un valore di poco superiore al 110% ad uno oscillante intorno al 130%.

Conclusioni

Le prospettive di epocali tagli alla spesa pensionistica sono del tutto irrealistici, così come è del tutto fantasioso l’idea di puntare sulle pensioni integrative. Oltre a non incidere sull’attuale spesa una simile soluzione richiede che si possa mettere da parte una parte del proprio reddito. Ma in anni di guerra spietata da parte del capitale contro i salari, disoccupazione e precariato non lo si può fare salvo scoprirsi kryptoniani e vivere di luce solare. E di certo la cosa non è dovuta alla poca informazione in merito.

Nel complesso il problema della spesa previdenziale si ricollega agli squilibri presenti nel mondo del lavoro e alla struttura demografica del paese. Non potendo importare il surplus di giovani nei paesi del terzo mondo per le note problematiche relative all’immigrazione e all’integrazione, è francamente difficile trovare una soluzione al problema. Ed è meglio far notare che il problema non si presenterà fra 50 o 60 anni, ma fra 20/30 anni. Chissà perché i 50enni attuali sono convinti di poter andare in pensione

 

Per approfondire:

_ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-03/l-inps-perde-10-miliardi-anno-giovani-e-stato-copriranno-buco-pagare-pensioni-ecco-come–175321.shtml?uuid=ABNEbEu.

_ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-06-07/pensioni-futuro-ribasso-063753.shtml?uuid=AbrO2s2H.

 

[1] Cfr. http://www.lavoce.info/la-redazione/tito-boeri/.

[2] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Tito-Boeri-Inps-Una-grande-responsabilita-faro-di-tutto-per-portare-a-termine-il-compito-864f90e6-b6ea-421e-9b24-a246ccd8c283.html?refresh_ce.

[3] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/16340/pensioni-equita-generazioni-contributi/.

[4] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/15537/pensioni-inps-governo-silenzio-colpevole/?utm_source=Good+Morning+Italia+-+Live&utm_campaign=3dccbaca9d-23_12_2014_LIVE12_22_2014&utm_medium=email&utm_term=0_717559c8d5-3dccbaca9d-56820309.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 gennaio 2015 da in economia con tag , , .
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