Charly's blog

Perché il PIL deve crescere? Per far progredire la scienza, dearie

Su ROARS Patrizio Dimitri lamenta lo stato disastroso nel quale versa l’università italiana [1]:

Una nazione civile ha il dovere di garantire un degno futuro ai suoi giovani meritevoli, invece in Italia, costringendoli a fuggire, non solo si produce una grave emorragia di “capitale umano” e si mandano in fumo le risorse economiche investite per la loro formazione, come sottolinea La Cava, ma si pregiudicano, o addirittura si cancellano, anche ricerche promettenti. Senza dimenticare le migliaia di ricercatori e docenti, giovani e meno giovani, armati di passione e dedizione, quelli che sono rimasti e che da anni cercano di resistere. Anche essi sono esasperati e umiliati dalla mancanza di considerazione che la classe politica e dirigente di questo paese mostra nei confronti del loro lavoro.

A mancare è la governance dato che «molti stati europei programmano in largo anticipo piani di spesa dettagliati e investono significative percentuali del PIL nella ricerca, perché la ritengono un elemento cardine per la crescita. In Italia, al contrario, la ricerca pubblica ormai da anni langue, in assenza di programmazione e risorse adeguate».

 

Penitenziagite!

Ma quali sono le cause del fenomeno? Semplice a dirsi: «in Italia si sono anteposti gli interessi personali di grandi e piccoli gruppi di potere politico-economico a quelli del paese e dei cittadini». Senza dimenticare le nuove generazioni:

Le nuove generazioni sono state allevate e nutrite con i miti del successo facile. Piuttosto che andare all’università per studiare e formarsi, oggi c’è chi farebbe di tutto pur di partecipare a qualche demenziale programma televisivo, pur di apparire, pur di diventare ricco e famoso come un calciatore o una velina. Questi sono i modelli dominanti che ispirano molti giovani. Niente da stupirsi se in questa situazione di profondo degrado, l’istruzione, la ricerca e più in generale, la cultura, una volta elementi fondamentali e necessari per la crescita e lo sviluppo di un paese, sono diventati degli inutili optional, o meglio, dei fastidiosi ostacoli alla scalata sociale, all’affermazione personale che si basa esclusivamente sulla ricerca di potere e denaro.

E pensare che i costi della politica tagliabili, citando un rapporto della UIL, ammonterebbero a 23,9 miliardi! Insomma: castacriccacorruzzzzzione!

Ma i soldi crescono sugli alberi?

Qualche anno orsono venne pubblicato il saggio I ricercatori non crescono sugli alberi che descriveva in dettaglio lo stato precario dei ricercatori e della ricerca universitaria. Si sono, però, dimenticati il capitolo E manco i soldi!. Che l’Italia spenda poco in R&S o istruzione è un dato di fatto, ma è altrettanto vero che spende poco anche per le spese militari o i sistemi di protezione sociale. A parte la spesa previdenziale e gli interessi sul debito l’Italia spende meno rispetto ai principali paesi europei e alle medie del caso (Eurostat, OECD). Eppure è noto che la pressione fiscale sia decisamente elevata. Dove finiscono, allora, i soldi dei contribuenti?

Piccola premessa: l’Italia non spende di meno in questi settori da oggi, ma da anni è anni. Nello stesso tempo l’Italia ha presentato una crescita del PIL inferiore alla media dei paesi europei da parecchio tempo. Il PIL, stranamente, non viene neppure menzionato nell’articolo anche se è da questo indicatore statistico che vengono le risorse necessarie per finanziarie le attività economiche e sociali. Ma perché l’Italia cresce poco? Per fattori interni ed esterni. Nel primo caso, oltre alle note lamentele relative alla burocrazia, alla giustizia, alla carenza delle infrastrutture, si deve notare la presenza del debito pubblico. Dal 1992 l’Italia ha seguito un percorso di risanamento tirando la cinghia aumentando le tasse e reindirizzando le risorse alla costituzione di un avanzo primario. È da vent’anni che l’Italia è in avanzo primario e questo semplice fatto dimostra quanto sia stupido affermare che l’Italia abbia vissuto al di sopra dei propri mezzi.

Sul piano esterno l’Italia soffre la fase attuale della globalizzazione e l’ascesa delle economie emergenti data la stessa specializzazione produttiva basata su prodotti low tech (il che spiega anche perché la laurea conti relativamente poco sul mercato del lavoro italiano). Dagli anni ’90 al quadro si sono aggiunti prima i parametri di Maastricht e poi l’euro che hanno affossato la domanda interna e danneggiato quella esterna. Dal 2011 ad oggi per coprire il deficit della bilancia commerciale si è proceduto a stringere la cinghia ulteriormente. Ma questa è storia degli ultimi 3 anni.

La scienza costa!

Il quadro macroeconomico degli ultimi 20 anni spiega perché il mondo accademico soffra i tagli. Per lo stesso motivo per il quale tutti li soffrono, dalla sanità al welfare, dalle spese militari agli investimenti. Manca il denaro per via della bassa crescita e quel che poco che c’è finisce a risanare le finanze pubbliche. E la corruzione? A leggere bene il report della UIL si può notare che nel novero vengono anche conteggiati i costi relativi alle funzioni delle province e dei comuni. Riordinando  l’apparato istituzionale italiano si può risparmiare, è vero, ma allo stesso tempo non si deve dimenticare che gli enti locali sono titolari di determinate funzioni. Abolire le province non vuol dire che le funzioni da esse svolte possano essere eliminate del tutto. In più l’Italia manca di misure a sostegno alla disoccupazione (costo stimato di 20 miliardi) e di prevenzione della povertà (10 miliardi). Le risorse non ci sono perché l’economia non cresce (il che spiega anche la disoccupazione, la bassa occupazione, la scarsa produttività, eccetera) e non per un chissà quale complotto consumistico di calciatori&veline.

Che lezioni si può trarre da questa storia? Che in ambito capitalistico i debiti si pagano guadagnando di più e non spendendo di meno tagliando i servizi essenziali per via degli effetti recessivi delle sforbiciate. Allo stesso tempo la ricerca scientifica costa e assorbe le risorse che non possono essere drenate da altri settori quali la sanità o la spesa previdenziale. L’Italia è un paese vecchio e malconcio ed è normale che in queste condizioni qualcosa salti. E quel qualcosa è l’astrofisica o le biotecnologie. L’aspetto curioso è che molti accademici deplorano l’attenzione dedicata al PIL e la mentalità mercantile sottintesa. Peccato che sia il PIL a dar da mangiare alla spesa pubblica e a chi lavora nel pubblico. Ma che non abbiano timore i nostri eroi: in recessione i primi a saltare sono gli emolumenti di chi lavora nella PA. Si parte dai precari per poi giungere alle varie indennità che costituiscono il reddito dei lavoratori del settore. Ma se si è convinti di cavarsela con la litania del castacriccacorruzzzione, o beh, ognuno è libero di cucinarsi come meglio crede.

Approfondimenti:

_ il rapporto della UIL: http://www.uil.it/documents/NEW%20costipoliticade2013-1.pdf.

_ i ricercatori e gli alberi: http://ricercatorialberi.blogspot.it/.

_ sulla crescita: http://www.lavoce.info/archives/27248/perche-litalia-non-cresce/.

[1] Cfr. http://www.roars.it/online/la-guerra-al-maiale-e-la-ricerca-scientifica-nel-paese-del-mondo-di-mezzo/.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2015 da in economia con tag , , .
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