Charly's blog

La quarta sponda: ma l’Italia è pronta per la guerra in Libia?

Ricordate la guerra in Libia del 2011 con l’accoglienza trionfale riservata a Sarkozy e Cameron [1]?

 Sarkozy, Cameron, Libia

Ecco, adesso siamo arrivati al punto di dover ragione a Di Battista quando ricorda che le noie nascono dopo l’intervento in Libia che ha abbattuto Gheddafi [2]. Da lì la situazione è rapidamente degenerata, la Libia è ormai un paese fallito, e l’Italia si ritrova a pochi km dalle proprie coste una polveriera pronta ad esplodere. Quel che si dice mala tempora…

Cosa sta succedendo in Libia?

Inizialmente vi era il conflitto fra le forze di Gheddafi e gli insorti. Dopo la morte del dittatore la Libia sembrava aver intrapreso la strada per una svolta più o meno democratica, ma le notizie degli ultimi giorni rivelano che la situazione è ben peggiore di quanto si pensasse. Il potere politico centrale non esiste più e il paese si è frazionato in territori controllati da questa o da quella fazione armata o dalle minoranze etniche che richiedono un riconoscimento da parte del Governo centrale (quando c’è) o persino l’indipendenza. Se si considerano solo le forze più rilevanti, l’Est del paese è in parte in mano alle milizie governative, ma persino lì vi sono alcune città in mano alle milizie islamiste. A Ovest troviamo Alba Libica e nel mezzo un pulviscolo di gruppi che si rifanno più o meno all’ideologia islamista. In tempi recenti abbiamo l’infiltrazione dell’Isis e, a quanto pare, di Boko Haram dal Sud. In sintesi [3]:

 mappa Libia

Che fare?

Inizialmente il Ministro degli Esteri Gentiloni aveva dichiarato [4]:

Al di là delle drammatiche vicende dell’immigrazione, con una terribile situazione di sfruttamento, la Libia è uno Stato fallito, e l’Is può avere un buon gioco. L’Italia insieme all’Onu promuove una mediazione tra le diverse forze, se non si ottiene l’obiettivo bisogna ragionare con l’Onu sul da farsi. L’Italia è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale, non possiamo sottovalutare la minaccia, in una situazione che si sta deteriorando.

Ma in tempi recenti un intervento militare in territorio libico è stato escluso da Renzi. Di conseguenza Gentiloni ha aggiustato il tiro [5]:

“L’Italia è pronta ad assumersi responsabilità di primo piano”. “Siamo pronti – ha detto il ministro – a contribuire al monitoraggio del cessate il fuoco, al mantenimento della pace, a lavorare per la riabilitazione delle infrastrutture, per l’addestramento militare, per sanare le ferite della guerra e a riprendere il vasto programma di cooperazione sospeso la scorsa estate a causa del conflitto”. Ma ha precisato: “Dire che siamo in prima fila contro il terrorismo non vuol dire essere alla ricerca di avventure militari. La situazione è grave e il tempo non è infinito. Dire che siamo in prima linea contro il terrorismo non è l’annuncio di crociate”.

Da più parti, insomma, s’invoca una non meglio precisata soluzione politica. Qualunque cosa essa sia… e con chiunque esso sia. La soluzione politica prevede una negoziazione e una negoziazione prevede delle parti con cui negoziare disponibili al negoziato.

In termini generali, ci sono solo due opzioni sul tavolo:

  • L’interevento militare sul suolo libico;
  • Il contenimento del caos libico tramite il controllo del mare;

Nel primo caso si deve partire per forza di cosa da un paio di numeri. Stando ai dati del Sipri, l’Italia ha proseguito negli ultimi anni una politica di tagli nei confronti del budget della difesa passando dai 28 miliardi del 2008 ai 24,5 del 2013, lo stesso livello del 2001. Come rilevano a La voce, l’Italia spende in campo militare più o meno in linea con gli altri paesi europei, ma allo stesso tempo spende di meno su altre voci della spesa pubblica [6]. Tradotto in soldoni vuol dire che è piuttosto complicato aumentare le spese militari senza dover incidere negli altri settori. E se c’è qualcosa che costa quel qualcosa è proprio la guerra. I soldi chi li mette?

La Libia ha sei milioni di abitanti e una superficie di quasi 1,8 milioni di km quadrati. Dato che per controllare il territorio ci vuole un rapporto di 30:1 fra soldati e abitanti si dovrebbero mandare per questo scopo circa 200.000 soldati con annessi mezzi e rifornimenti.  Le possibilità che succeda tutto questo? Nessuna. Si è parlato nei giorni scorsi di un invio di circa 5.000 uomini con un costo stimato di quasi 1 miliardo di euro. Che ci fai con 5.000 uomini? Nulla.

Evitando strambe operazioni militari, rimane un’altra soluzione. Confinare il problema rendendo sicuro il braccio di mare che separa l’Europa dall’Africa. Non se ne parla molto, ma la presenza di gruppi islamisti sulle coste libiche porterebbe alla rinascita della pirateria nel Mediterraneo. Il mantenimento della superiorità aerea e i pattugliamenti marittimi presentano un costo assai inferiore all’intervento militare, ma si deve ammettere che una simile operazione non sarebbe affatto determinante nel risolvere il problema.

La geopolitica, questa sconosciuta

E che dire del day after? Persi in tattiche militari ci si dimentica sempre di cosa si dovrebbe fare dopo l’eventuale intervento militare. L’esperienza afgana e irachena dimostrano che il processo di costruzione degli Stati non può essere fatto a suon di bombe. Nel primo caso i Talebani una volta partiti gli americani torneranno al potere nell’arco di una manciata di settimane, nel secondo caso l’Iraq non esiste più e la guerra civile è dilagata fino a coinvolgere la vicina Siria. Sullo sfondo l’Arabia Saudita si dibatte nel caos istituzionale e la Turchia e l’Iran giocano una pericolosa partita volta alla supremazia regionale.

La Libia è messa persino peggio dato che non c’è nessuno con cui interloquire. Di fatto il territorio libico è politicante frammentato in una miriade di piccoli poteri politici. Anche eliminando l’Isis la situazione non cambierà molto mettendo in prima linea proprio l’Italia e le coste meridionali.

Dopo quasi 14 anni si può dire che la strategia militare americana post 11/09 si è rivelata non solo fallimentare, ma persino disastrosa. Gli interventi militari hanno destabilizzato gli scenari portando il caos dal Pakistan fino alla Tunisia. Più recentemente le politiche di Obama hanno spinto la Russia verso la Cina e la Germania sta provando a ritagliarsi un ruolo di potenza regionale nello scacchiere europeo. E grazie allo shale gas gli USA potrebbero tornare a una politica leggermente isolazionista lasciando gli europei con il cerino in mano.

Nel complesso si dovrebbe finire di ragionare con categorie concettuali del passato come “guerra mondiale”, “eserciti nazionali” o “Stati-nazione”. Nella geopolitica liquida attuale si può assistere alla coesistenza di svariate forme di organizzazione sociale: dagli Stati alle tribù, dalle milizie agli eserciti. Il futuro si prospetta come un sostanziale ritorno al passato sotto vari aspetti, specie per la fine di una parvenza di ordine globale e il ritorno del caos su scala globale. Ma di questo avremo modo di parlare in seguito.

Approfondimenti:

_ sulla Francia e la Libia: http://blog.ilgiornale.it/foa/2011/03/20/libia-ecco-a-cosa-mira-davvero-sarkozy/;

_ i dati delle spese militari: http://www.sipri.org/research/armaments/milex/milex_database;

[1] Fonte dell’immagine: http://www.theguardian.com/commentisfree/2011/oct/13/lessons-from-libya-obama-cameron-sarkozy.

[2] Cfr. http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/02/18/libia-di-battista-m5s-sarebbe-vietnam-pinotti-e-gentiloni-vogliono-fare-marines/341320/.

[3] Fonte dell’immagine: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/cosa-succede-in-libia.

[4] Cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/13/news/l_ambasciata_italiana_ai_connazionali_lasciate_la_libia-107233635/?ref=HREC1-10.

[6] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/9150/quanto-e-la-spesa-militare-italiana/.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 febbraio 2015 da in politica con tag .
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