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Il reddito di cittadinanza in salsa grillina: i sogni sono gratis

Dopo aver perso l’onda favorevole del primo anno, il M5S torna alla carica nel disperato tentativo di recuperare la ribalta con il reddito di cittadinanza. Bene? No, male. Il progetto presenta almeno due criticità: il nome ingannevole e il problema della copertura finanziaria.

Reddito di cittadinanza vs sussidio di disoccupazione universale

Come si è già detto tempo fa, il reddito di cittadinanza è una cosa del tutto differente rispetto al sussidio di disoccupazione universale. Nel primo caso si tratta di un reddito garantito in quanto cittadini, nel secondo di una rete di sostegno fra un lavoro e l’altro o fra una riqualificazione professionale e l’altra. Siamo anche di fronte a un problema di equità dato che il primo offre un reddito in base al fatto di essere cittadini quale che sia la condizione professionale. In pratica si tratta di dare un reddito aggiuntivo anche a chi è milionario.

Piccola avvertenza che spesso si tende a glissare. L’esempio più famoso di un sussidio di disoccupazione universale è la flexicurity in salsa scandinava, ma a ben guardare c’è il trucco. Tanto per cominciare un simile meccanismo è molto costoso e non ci vuole un genio per scoprire che i paesi nordici presentano un livello di tassazione e un livello di spesa pubblica maggiore di quello italiano. E poi non si dovrebbe dimenticare un altro piccolo aspetto [1]:

 Incidenza del pubblico impiego

I paesi scandinavi presentano una percentuale di occupati nel settore pubblico assai maggiore rispetto a quella italiana. Chissà poi perché il tasso di occupazione italiano risulta minore…

Di che si tratta?

Per chi se lo chiedesse la proposta grillina è in pratica un sussidio di disoccupazione e non un reddito di cittadinanza. Guardiamo in dettaglio la definizione di reddito di cittadinanza [2]:

l’insieme delle misure volte al sostegno del reddito per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di rischio di povertà

E per soglia di rischio di povertà:

il valore convenzionale, calcolato dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nel rispetto delle disposizioni del quadro comune per la produzione sistematica di statistiche europee sul reddito e sulle condizioni di vita (EU-SILC), di cui al regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 giugno 2003, definito secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, al di sotto del quale un nucleo familiare, composto anche da un solo individuo, è definito povero in termini relativi, ossia in rapporto al livello economico medio di vita locale o nazionale

Nel dettaglio il conquibus è «quantificato per l’anno 2014 in euro 9.360 annui e in euro 780 mensili.» Quanto ai beneficiari:

Hanno diritto al reddito di cittadinanza tutti i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età, risiedono nel territorio nazionale, percepiscono un reddito annuo calcolato ai sensi dell’articolo 3, comma 1, e che sono compresi in una delle seguenti categorie: a) soggetti in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione europea; b) soggetti provenienti da Paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale. 2. Non hanno diritto al percepimento del reddito di cittadinanza tutti i soggetti che si trovano in stato detentivo per tutta la durata della pena.

Ed ecco il dettaglio dirimente:

Il beneficiario, esclusi i soggetti in età pensionabile, deve fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti.

E via con gli obblighi:

 a) fornire disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti e accreditarsi sul sistema informatico nazionale per l’impiego; b) sottoporsi al colloquio di orientamento di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, e successive modificazioni; c) accettare espressamente di essere avviato a un progetto individuale di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro; d) seguire il percorso di bilancio delle competenze previsto nonché redigere, con il supporto dell’operatore addetto, il piano di azione individuale funzionale all’inserimento lavorativo; e) svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo le modalità definite d’intesa con i servizi competenti, documentabile attraverso l’accesso dedicato al sistema informatico nazionale per l’impiego e con la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale di cui all’articolo 10, comma 9, sulla quale possono essere salvati i dati riferiti alle comunicazioni di disponibilità di lavoro inviate ed ai colloqui effettuati. L’azione documentata di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere; f) recarsi almeno due volte al mese presso il centro per l’impiego; g) accettare espressamente di essere avviato ai corsi di formazione o riqualificazione professionale in tutti i casi in cui l’ente preposto al colloquio di orientamento e al percorso di bilancio delle competenze, rilevi carenze professionali o eventuali specifiche propensioni. Tali corsi si intendono obbligatori ai fini della presente legge, salvi i casi di comprovata impossibilità derivante da cause di forza maggiore; h) sostenere i colloqui psico-attitudinali e le eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione, su indicazione dei servizi competenti e in attinenza alle competenze certificate.

Si tratta, allora, di un sussidio di disoccupazione universale e non di un reddito di cittadinanza propriamente detto.

Chi caccia il grano?

E così arriviamo alle problematiche. Per prima cosa s’ignora che il problema del lavoro in Italia è una questione di mancanza e non di mismatch. Se il ciclo economico non riprende non c’è Centro per l’Impiego che tenga né tantomeno la formazione professionale.

Per seconda cosa arriviamo al nodo delle coperture finanziarie. In termini di oneri si parla di:

Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge, valutati nel limite massimo di 16.961 milioni di euro per l’anno 2015 e di 16.113 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016.

Quanto alle coperture si parla di tasse, balzelli, tagli alla difesa e prelievi vari. Per quanto riguarda i tagli alla difesa, al 2013 le risorse destinate a questo settore erano pari a 24,5 miliardi (fonte: Sipri) e si parla di tagli pari a 3,5 miliardi. È sarebbe bene ricordare che una buona parte del budget è dedicato agli stipendi [3] con l’ovvia situazione di dover scegliere fra licenziare il personale o rinunciare agli equipaggiamenti. Questa e altre considerazioni ci portano alla conclusione che le coperture per la legge sono pura fuffa.

[1] Cfr. http://www.oecd-ilibrary.org/governance/government-at-a-glance-2013_gov_glance-2013-en.

[2] Cfr. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/42593_testi.htm.

[3] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/9150/quanto-e-la-spesa-militare-italiana/.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 marzo 2015 da in politica con tag .
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