Charly's blog

La politica del 21° secolo: l’età del moralismo

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un revival del moralismo in ambito politico ed economico. Si pensi alla crisi economica che attanaglia l’Italia: il giudizio è quasi unanime e se ne attribuisce la colpa alla mancata opera riformatrice della politica negli ultimi 20 anni. I più sofisticati non si dimenticano che la politica è influenzata dall’elettorato e concludono che la colpa, allora, è degli italiani. Certo, nel farlo si dimentica di realizzare che anche chi lo dice è italiano ma, si sa, gli italiani sono sempre gli altri…

What if..?

Nel caso della crisi italiana non si tiene conto che i problemi economici non sono limitati a un singolo paese. I primi paesi a essere colpiti, infatti, sono stati proprio quelli che fino a pochi giorni prima venivano osannati come esempi di miracolo economico: la tigre celtica aka Irlanda e la Spagna del sorpasso del Pil pro capite sull’Italia. Viceversa il bel paese è entrato per davvero in crisi soltanto nel 2011 e Monti ebbe a dichiarare che l’obiettivo della sua politica era quello di distruggere la domanda interna [1]. Tradotto: aumentare la disoccupazione in modo da tagliare i salari per rendere le esportazioni italiane più competitive. Bell’idea, no? E per la cronaca il processo è tuttora in fieri. D’altronde i suoi elettori erano i creditori, mica gli italiani.

Ma torniamo alle noie dell’Italia. L’elenco è noto:

  • Tasse;
  • Burocrazia;
  • Spesa pubblica;
  • Italiani ignoranti (Fornero dixit [2], anche se poi il giorno dopo si osannano gli idraulici…);
  • Corruzzzzione;
  • Politici ladri;

Il che è bellissimo, per carità, ma si dimentica che la crisi ha una dimensione continentale. A meno che non si voglia sostenere che i dipendenti pubblici della Calabria creano, non si sa bene perché, un effetto negativo sul Portogallo. E così, insieme all’entanglement quantistico siamo infine giunti a quello economico…

Vi presento il locus of control

A prima vista il moralismo è terribilmente seducente: comodo, elegante, di facile utilizzo. Invece di perdere tempo per raccogliere dati e analisi per poi magari non giungere a una conclusione apprezzabile, basta tirare giù un giudizio sferzante per risolvere il tutto. Gli studenti non studiano più? Ma è banale, sono pigri! Certo, come no: mai provato a rispondere perché mai gli studenti dovrebbero studiare? E no, rispondere devono studiare perché si deve studiare è ridicolo.

Sia come sia, vorrei presentarvi un mio vecchio amico dell’università: il locus of control. Sviluppato dallo psicologo americano J.B. Rotter, il termine indica la percezione dell’individuo riguardante la possibilità di controllare la propria vita. Il locus può essere interno – indicante un pieno controllo – o esterno – indicante una totale mancanza di controllo. Detto in termini più semplici: sono io a determinare quello che mi accade nella mia vita o no? Sono io a determinare il mio successo o no?

Se siete di quelli de “io sono artefice del mio successo”, mi spiace deludervi. Come un’ampia letteratura sull’argomento rileva, la condizioni di nascita sono determinanti nello stabilire il percorso di vita di una persona. L’Italia è messa malissimo, ma i paesi anglossassoni sono di poco migliori. Al vertice delle società più meritocratiche troviamo, guarda caso, i paesi scandinavi con il loro welfare universale. Non ci vuole un Phd in sociologia per capire che un simile sistema sociale con le sue politiche redistributive mette in pari le condizioni di gioco garantendo la mobilità sociale, mentre nei paesi anglossassoni la differenza viene dal denaro della famiglia d’appartenenza. Il che spiega, fra l’altro, perché è un’impresa trovare un sociologo liberrrista: basta studiare. Va da sé che un locus of control interno, sono povero perché è colpa mia, è anche un ottimo strumento di controllo sociale.

Adesso torniamo al mondo contemporaneo: un mondo globalizzato, privo di guida e di controllo. In poche parole è un sistema caotico dove qualunque avvenimento può avere un impatto enorme. Si pensi, a riguardo, all’attentato dell’11/09 con tutte le sue conseguenze economiche e geopolitiche. O alla già citata e largamente prevista crisi dell’Eurozona. La domanda che si pone è la seguente: il locus of control è interno o esterno? Se si adotta l’approccio moralista si può semplificare un mondo virtualmente troppo complesso per essere compreso appieno e in più si ottiene di acquisire un locus of control interno. La frase “l’Italia è in crisi per colpa degli italiani” oltre a essere figlia di una bella dissonanza cognitiva (anche chi lo dice è italiano, mi pare) è in grado di garantire un pieno controllo sulla propria vita. La prospettiva moralista di essere artefici del proprio destino è vagamente favolistica:

  • Se non fai il bravo allora sarai punito;
  • Ma se fai il bravo – le mitologiche riforme che nessuno dice mai nel dettaglio [3]- andrà tutto bene;

Una simile prospettiva è decisamente migliore rispetto a quella di un mondo dove il successo e la rovina sono largamente casuali e dettati da fattori al di fuori del nostro controllo. Un po’ come avere un inferno o un paradiso il cui accesso è del tutto avulso dalla condotta avuta in vita. Una bella fregatura, no?

Ben lungi dall’essere un approccio positivo alla vita, il ritornello “artefice del proprio destino” denota un bel grado di ignoranza e si tratta solo di un’isterica pretesa di controllo sulla propria vita. Pretesa, ahimé e ahinoi, largamente infondata.

Diagnosi sbagliata? Paziente morto

Che fare, allora? Il problema è che non avendo un effettivo controllo su molti elementi della vita quotidiana anche se si cambiasse approccio non ci sarebbero risultati di sorta. Consapevoli o meno della cosa, di fatto, il caso e il caos hanno un peso determinante nella vite delle persone. Se non siete convinti ecco una domanda a brucio: secondo voi è la stessa cosa nascere in Iraq figlio di contadini o nascere negli USA figlio di un imprenditore di successo e di una docente universitaria? No? Ma cambierebbe qualcosa se al posto dell’iracheno avessimo un americano figlio di un operaio in una periferia degradata? Appunto.

Per concludere, una cosa sui paesi scandinavi. Quando si analizzano questi paesi arriva sempre il fantagenio di turno pronto a incensare il protestantesimo dei nostri amici scandinavi. Peccato che anche lì le chiese siano abbastanza vuote e gli stili di vita abbastanza edonistici. L’idea sottostante, allora, è la solita: loro sono alti, biondi e con occhi azzurri, mica come gli italiani che sono delle merde olivastre. Bene, benissimo e pure benerrimo, ma la prossima volta che qualcuno mi viene a dire una cosa del genere deve  prima introdursi con “io essere italianen di merda, corrotto e mafioso”. E chi scrive ritiene che l’Italia sia soltanto un’espressione geografica, ma se c’è una cosa (fra le migliaia) che non sopporto è chi ragiona per stereotipi.

Approfondimenti:

_ mobilità sociale declinata all’italiana: http://www.italiafutura.it/wp-content/uploads/2013/07/IF_rapporto_mobilita.pdf;

_ meritocrazia, chi era costei? Cfr. http://www.lavoce.info/archives/34061/il-merito-in-italia-questo-sconosciuto/;

_ sulla religione: http://www.lescienze.it/news/2013/12/28/news/sentimento_religioso_calo_dio-1943815/.

[1] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=LyAcSGuC5zc.

[2] Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=hiVRqm69Bf0.

[3] Alla ricerca della competitività perduta: bisogna svalutare il salario del 20% o la moneta del 25%. Cfr. http://russeurope.hypotheses.org/3688;

Annunci

Un commento su “La politica del 21° secolo: l’età del moralismo

  1. Roberto Fiorini
    9 aprile 2015

    L’ha ribloggato su leanworkspace blog.

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 9 aprile 2015 da in cultura con tag , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: