Charly's blog

Ma si dovrebbe studiare l’arabo nelle scuole italiane?

Secondo il deputato PD Khalid Chaouki «dovremmo insegnare agli studenti italiani il cinese, l’arabo e lo spagnolo». Il motivo è sempre il solito, la mitica integrazione:

L’integrazione va costruita con una scuola che abbia dei reali obiettivi, che consenta ai nuovi italiani ormai cinque milioni, di integrarsi nella società. Il 10 per cento degli studenti è di origine straniera che però scolasticamente vive ai margini. All’estero i corpi insegnanti, penso all’Inghilterra ma tutti gli impiegati dello stato, consentono ai cittadini immigrati di dare un contributo alla vita civile. Da noi gli insegnanti immigrati sono quasi completamente assenti, le leggi sulla cittadinanza escludono i nuovi italiani. C’è un vizio di origine che implica l’esclusione e non l’inclusione.

Diamo i dati

Per analizzare la questione partiamo dal punto più ovvio: il numero degli immigrati in Italia. Stando ai dati Istat, al primo gennaio del 2014 erano presenti sul suolo italiano 3.874.726 cittadini non comunitari. Fra questi i paesi di provenienza più frequenti sono il Marocco (524.775), l’Albania (502.546), la Cina (320.794), l’Ucraina (233.726) e le Filippine (165.783). Tali 5 paesi rappresentano il 45,1% del totale dei cittadini non comunitari presenti. E per quanto riguarda i minori presenti in Italia, gli under 18 costituiscono il 23,9% degli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti.

A prima vista questi dati sembrano dare ragione a Chaouki, ma ci si dimentica un piccolo particolare. Ci sono anche gli stranieri comunitari e in termini linguistici il rumeno è la lingua di origine più comune tra gli stranieri residenti in Italia: è indicata come lingua madre da quasi 800 mila persone (21,9% della popolazione straniera di 6 anni e più). Seguono l’arabo (oltre 475 mila persone, 13,1%), l’albanese (380 mila) e lo spagnolo (255 mila) [3]. Ecco tratteggiata la classifica delle lingue da apprendere: del cinese non c’è traccia e l’arabo si piazza soltanto in seconda posizione. Se l’integrazione si basa sullo studio delle lingue straniere adoperate dagli stranieri, allora, si dovrebbero studiare più il romeno e l’albanese.

Dove passa l’integrazione?

Stabilito che cosa si dovrebbe studiare, passiamo al passo successivo: in ogni caso non si dovrebbero studiare le lingue straniere per questo scopo. Tralasciando che non ho ancora capito cosa sia la leggendaria integrazione, come si è già avuto modo di vedere in Italia abbiamo numerose lingue straniere. Studiarle tutte è semplicemente impossibile e sarebbe più sensato che siano gli stranieri a studiare l’italiano non solo per la comunicazione con i nativi, ma anche con gli altri stranieri.

Il secondo elemento da tenere in considerazione è il vantaggio professionale derivante dalla conoscenza di più idiomi stranieri. Il punto è sollevato da Alex Corlazzoli su il Fatto [4], ma si dovrebbe notare che le lingue in questione non hanno utilità professionale o quasi (come il rumeno e l’alabanese), o è ridotta (lo spagnolo) o a dispetto di quanto possa sembrare poco utile (il cinese). In termini professionali la lingua franca è l’inglese e al riguardo si dovrebbe ricordare la scarsa dimestichezza italiana con la lingua della perfida Albione. Secondo l’indice di conoscenza dell’inglese redatto dall’EF Education first l’Italia si piazza in ventisettesima posizione con un medio livello di competenza [5]. I dati dell’Eurobarometro confermano la situazione e più di 6 italiani su 10 non sono in grado di esprimersi in una lingua differente dalla propria [6]. Di tanto in tanto si parla di studiare due o tre lingue straniere durante il percorso scolastico, ma forse sarebbe meglio studiarne soltanto una ma nel modo adatto. D’altronde, se ci fate caso, chi proclama di avere una conoscenza scolastica di una lingua di fatto non è in grado di parlare nella lingua in questione.

Quindi?

Stabilito che la proposta del deputato piddì in sé ha poco senso, rimane la solita questione: ma con il termine integrazione, che diavolo s’intende? Se non si fornisce una descrizione del processo non si può stabilire delle politiche idonee allo scopo. E francamente, finora, non ho ancora capito di che si tratti.

[1] Cfr. http://www.ilgiornale.it/news/politica/scuola-ricetta-pd-subito-lezioni-arabo-e-insegnanti-1119376.html.

[2] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/129854.

[3] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/129285.

[4] Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/01/scuola-a-treviso-alle-elementari-si-impara-larabo/728979/.

[5] Cfr. http://www.ef-italia.it/epi/.

[6] Cfr. http://www.euractiv.it/it/news/sociale/5570-eurobarometro-lingue-straniere-6-italiani-su-10-non-le-parlano.html.

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2 commenti su “Ma si dovrebbe studiare l’arabo nelle scuole italiane?

  1. FlavioTS
    28 aprile 2015

    L’integrazione dovrebbe puntare al reciproco rispetto e ad eliminare le barriere che in genere portano a diffidare del diverso. Ci dev’essere però una volontà spontanea da una parte e dall’altra affinché tutto questo sia possibile.

    In fine penso che ogni persona debba essere valutata per quello che è singolarmente. Non certo per l’appartenenza ad un gruppo, che è dovuta soprattutto dovuta al caso.

    Gli stranieri imparano l’italiano e la tradizioni del paese in cui risiedono. Allo stesso tempo gli italiani si sforzano di valutare la persona oggettivamente.

    • Charly
      28 aprile 2015

      Anche. Ma ancor di più è una questione meramente pratica come ai tempi del boom economico. Per capirsi al posto dei dialetti si doveva usare l’italiano 😀

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2015 da in società con tag , , .
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