Charly's blog

I miti del nostro tempo: la crisi della scuola

Quali sono i problemi più gravi che affliggono il mondo scolastico? Di sicuro non si può ignorare la «progressiva burocratizzazione della scuola media e della scuola in genere» fino a condizionare la didattica: « l’Erinni della burocrazia ci perseguita fin tra le colonne del tempio, e non ci lascia più liberi né per la scelta dei libri, né per l’assegnazione dei compiti, né per la tenuta dei registri, e neanche per la determinazione della materia». Se «una volta il programma era tutto in tre parole, adesso è già di tre periodi con parecchi commata per ciascuno» e se si vuole insegnare con autonomia ci «si trova quasi sempre in contravvenzione con qualche norma o qualche disposizione ufficiale». E i docenti? La scuola è in crisi per svariati motivi: «questione di soldi, dicono gli uni, questione di riforme, dicono gli altri: questione di uomini, pensano gli uni e gli altri, ma non osano dichiarare il loro sentimento: question di uomini». I docenti di un tempo ricchi di passione ed erudizione ormai volgono verso altri lidi perché «questo ceto rifugge dagli impieghi a stipendio rigido, dirigendo altrove, verso più moderne correnti di vita, le sue energie» lasciando lo spazio a chi sarebbe dovuto essere «dei buoni agricoltori, dei buoni maestri d’arte, dei buoni lottisti e rivenditori di privative». D’altronde «un triste destino li ha avviati agli studi, come scolari prima, poi come maestri». I risultati sono atroci: «muniti di lauree, catafratti di pubblicazioni, han contratto all’università il mordo della specializzazione e se lo portan dietro nell’insegnamento» tanto che «lavorano come negri a massacrare intelligenze; misantropi, sono nevrastenici per la fatica, la quale per sé non è grave, ma è insostenibile a loro, che non ebber dai padri nervi e cerebro temprati alla vita del pensiero». Queste parole sembrano scritte oggi, ma in realtà sono state vergate da Augusto Monti fra il 1913 e il 1920[1].

++ Per la scuola nessuna età dell’oro ++

L’età dell’oro è un’idea piuttosto diffusa nelle mitologie: in un passato abbastanza remoto esistevano l’abbondanza, la prosperità, la pace e la coesistenza pacifica. Anche nel variegato dibattito sul mondo scolastico si può trovare una litania simile dedicata alla mitica e severa scuola di un tempo. Viene solo da chiedersi, nel caso scolastico, quando si è avuto quel tempo.

Non ci vuole un’approfondita conoscenza storica per scoprire che le lamentele nei confronti degli studi sono vecchie come la scuola stessa. Più di duemila anni orsono Platone scriveva che[2]:

L’insegnante ha paura degli allievi e li adula, gli allievi disprezzano gli insegnanti e i precettori; e insomma i giovani si comportano come gli anziani e li contestano a parole e a fatti, mentre i vecchi, per risultare graditi ai giovani, si abbandonano a smancerie, imitando i giovani per non sembrare molesti e tiranni.

Anche la Bibbia si dilettava in consigli pedagogici: «la stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l’allontanerà da lui». E[3]:

Coccola il figlio ed egli ti incuterà spavento, scherza con lui, ti procurerà dispiaceri. Non ridere con lui per non doverti con lui rattristare, che non debba digrignare i denti alla fine. Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi difetti. Piegagli il collo in gioventù e battigli le costole finché è fanciullo, perché poi intestardito non ti disobbedisca e tu ne abbia un profondo dolore. Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai affrontare la sua insolenza.

Nel  Satyricon[4], opera redatta nel primo secolo dopo Cristo, ci si lamenta dell’oratoria che è arrivata da Atene e dall’Asia, portando con sé «le parole grosse, piene di vento, prive di freno, che ci hanno corrotto l’anima» e danneggiando la maturità degli studenti. Non sorprende, allora, che «i ragazzi ci diventano tutti scemi, a scuola, che non ci sentono e non ci vedono niente, di queste nostre cose qui di tutti i giorni». Ma sono i padri e le madri quelli da rimproverare che «non si vogliono che i figli si fanno i bravi progressi, sotto una disciplina un po’ severa», con il risultato che «lì a scuola, i bambini ci giuocano».

Durante il Medioevo gli studenti erano spesso girovaghi e vagavano da una scuola all’altra e da una città all’altra. Anche se provenivano generalmente dalle classi medio-alte l’immagine rimasta nella stradizione è quella dello studente squattrinato pieno di debiti e dedito all’accattonaggio. Nel complesso lo stereotipo dello studente medio era piuttosto impietoso: gaudente e libertino, beffardo e pelandrone. Un proverbio medioevale sosteneva  persino che gli studenti studiassero solamente di notte e a lume rigorosamente spento[5]. A loro volta gli studenti ribattevano con un carme goliardico: «hi nos docent, sed indocti, docent tamen et nox nocti indicant scientiam». Ovvero: «costoro ci insegnano ma non hanno imparato, ci insegnano tuttavia e, come notte a notte, additano la scienza»[6].

Spostandoci nello spazio tempo ritroviamo idee simili. L’Hagakure è una delle opere più caratteristiche della letteratura giapponese e contiene gli insegnamenti del monaco Yamamoto Tsunetomo[7]. Il testo è una sorta di Bibbia del Samurai e una guida al Bushido, il codice d’onore proprio di questa casta di guerrieri. Al riguardo nell’immaginario collettivo il samurai è sinonimo di fedeltà, onore, impegno e dedizione. Stranamente, tuttavia, Tsunetomo sostiene che a cavallo fra il 17° e il 18° secolo i samurai avessero poca intelligenza e che «hanno di mira unicamente i loro interessi». Non a caso sono immorali e «passano il tempo cercando i loro interessi» o a vivere nella dissolutezza: «i giovani di oggi non mostrano più nessun autocontrollo. Mangiano e bevono troppo e perdono il tempo in chiacchiere. Usano un linguaggio poco decente e si comportano in un modo biasimevole». E non solo i giovani dato che «oggi la gente dimostra di avere poca gentilezza e sembra distratta e antipatica» e che «non ci sono più buone persone: non c’è quasi più nessuno che ascolta le cose che gli sarebbero utili e c’è ancora meno gente che si dedica alla ricerca della verità». Mica come una volta: «nel passato i giovani di venti o trent’anni non avevano ancora queste basse aspirazioni e non ne parlavano affatto». E perché il mondo è cambiato? Colpa del lusso: «questo avviene perché nel mondo si pensa soltanto ad avere una bella casa. Se si rinunciasse a questo lusso esagerato si potrebbe vivere in modo decoroso».

Si deve ammettere che l’autore ha solo dimenticato che non esistono più le mezze stagioni per completare il compendio delle frasi fatte. Nel 1872 era il filosofo Nietzche a deplorare il sistema scolastico dominato «da due correnti apparentemente contrarie, ma egualmente rovinose nella loro azione, e in definitiva confluenti nei loro risultati: da un lato, l’impulso ad ampliare e a diffondere quanto più è possibile la cultura, dal’altro lato, l’impulso a restringere e a indebolire la cultura stessa». Un simile processo era dettato dall’idea della cultura come utilità e guadagno. La cultura sarebbe «l’abilità con cui ci si mantiene all’altezza del nostro tempo, con cui si conoscono tutte le strade che facciano arricchire nel modo più facile, con cui si dominano tutti i mezzi utili al commercio tra uomini e popoli». Il numero delle persone che possiedono una vera cultura, invece, è incredibilmente piccolo e il vero segreto della cultura è «che innumerevoli uomini aspirano alla cultura e lavorano in vista della cultura, apparentemente per sé, ma in sostanza solo per rendere possibili alcuni pochi individui». Anche la lingua tedesca subisce lo spirito del tempo: «oggi tutti parlano e scrivono naturalmente la lingua tedesca in modo tanto cattivo e volgare, quanto è suggerito da un’epoca che impara il tedesco dai giornali». Ne consegue che «chi non riesce a sentire un dovere sacro a questo proposito, non possiede neppure il germe da cui possa sorgere una cultura superiore. Da ciò, ossia dal vostro modo di trattare la lingua materna, risulterà se voi apprezzate molto o poco l’arte, si vedrà in che misura voi siate congeniali all’arte»[8].

In tempi più recenti, nel romanzo Auto da fé[9] il personaggio Therese Krumbholz sostiene che «adesso la gente non fa che dire: tutto per i figli. Non c’è più severità. Sfacciati sono, i figli, una cosa da non credersi. A scuola non fanno che giocare e vanno a spasso col maestro». Mica come i bei tempi antichi: «se un bambino non voleva studiare, i genitori lo toglievano dalla scuola e lo mandavano a imparare un mestiere». Insomma, «c’è da meravigliarsi se i bambini diventano sempre più sfacciati? I genitori gli permettono tutto». Senza dimenticarsi la scarsa voglia di lavorare: «finché sono piccoli non studiano e quando son grandi non lavorano». Non che la situazione sia poi migliorata dato che agli inizi degli anni ’60 Thomas Molnar si lamentava delle «orde di giovani – prodotto della scuola obbligatoria per tutti – vagano per le strade delle nostre metropoli e, con il vuoto interiore riflesso sui visi privi di espressione, esplodono nella pazzia della distruzione silenziosa»[10].

++ E l’Italia? ++

Passando alla specificità italiana, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia la maestra Matilde Serao racconta il primo giorno di scuola passato dall’altro versante della cattedra. Un copione, ad onor del vero, già visto e sentito: «per quanto cercassi d’essere imperiosa non ci riuscivo. Quelle creature non ci credevano alla mia durezza, alle mie occhiate burbere, alla voce secca e breve, alle minacce di castighi» e «non potevano star ferme, non potevano tacere. Dovetti andar molto in collera per ottenere un po’ di silenzio» [11].

Nel 1905 Giuseppe Fraccaroli denunciava che «nella anarchia e nel disordine cui siamo giunti, discutere su particolari discipline o di programmi può parere perfino ridicolo». I ragazzi nelle scuole italiane imparavano «l’ozio, l’indisciplina, la menzogna, la frode, il disprezzo per la legge, per il sapere e per l’autorità» e gli uomini di scuola, invece di porre rimedio alla situazione, avevano persino collaborato con «l’acquiescenza, con l’indulgenza, con la vigliaccheria di cedere sempre alle raccomandazioni, alle pressioni, alle grida, alle minacce e alle pazzie». Di conseguenza c’erano ragazzi che «passavano otto anni tra il latino e il greco, senza apprendere nulla o quasi nulla», senza dimenticare che «gli insegnanti sono mal pagati, ma alcuni di essi sono pagati anche troppo per quello che valgono»[12].

Sempre all’inizio del 20° secolo il filosofo del fascismo e padre della scuola italiana Giovanni Gentile tuonò contro la disoccupazione intellettuale dei «legisti e medici a spasso, con tanto di laurea incorniciata e appesa nel più onorevole luogo di casa». Costoro «hanno compiuto pessimamente gli studi universitari, come male hanno fatto i secondari». Nel 1923 anche Mussolini affermò la necessità di una scuola seria, formativa dei caratteri e degli uomini. Da qui la necessità «che gli studenti studino sul serio»[13]. Nessuna sorpresa, allora, se un lontano parente politico come Gianfranco Fini ebbe a definire una volta i docenti come un manipolo di frustrati che incitano all’eversione. I nobili precedenti in merito non mancavano.

E che dire del tanto gettonato mismatch fra scuola e mercato del lavoro? Quando Giuseppe Bottai divenne ministro negli anni ’30 uno dei problemi più pressanti della scuola italiana era il problematico rapporto con il mondo del lavoro[14]. Anche allora si argomentava dell’insufficiente formazione professionale che non riusciva a soddisfare le esigenze delle imprese. Citando un Ministro di qualche anno fa, si può forse concludere che anche i Barilla fossero un pochino choosy? Nell’immediato dopoguerra Luigi Sturzo lamentava ancora una volta che «in termini economici, non si vede affatto la possibilità che il mercato italiano della gente laureata possa assorbire tanta merce quanto la macchina universitaria ne va producendo». Di conseguenza «aumenta sempre più l’inflazione del personale impiegatizio pubblico e privato, e quindi la moltiplicazione di enti statali, parastatali, di qualsiasi natura e importanza». Eppure «la disoccupazione della classe laureata ha percentuali altissime».

Le cause del fenomeno sarebbero da ricercare nell’ossessione di tutti «di superare gli esami e avere il certificato, il diploma, il titolo». I parenti «vogliono le scuole, ma principalmente vogliono il diploma, sia che i figli abbiano o no studiato; anzi, meno hanno studiato e più pretendono quei certificati»[15]. Tant’è che nel 1959 Luigi Volpicelli narra la sua attività di presidente di un concorso per la selezione di direttori didattici governativi nel libro Scuola sotto zero. Sconsolato, l’autore punta il dito contro la mancanza di una maturità politica e civile dei candidati, il loro spirito retrivo e la loro insensibilità ai problemi del lavoro e della vita associata. Poco prima, nel 1957, Andrea Evarista Breccia raccoglie nel libro I somari in cattedra tutti gli errori commessi dai giovani laureati che si candidavano ad una posizione di docente. Nel 1960 Salvatore Valitutti notava che fra la scuola e i giovani fosse in atto un crescente divorzio da imputare al fatto che i giovani non si sentissero interpretati da un sistema scolastico votata alla formazione intellettuale di pochi eletti. Senza dimenticare i docenti il cui livello qualitativo è così scadente che «non solo difetta la preparazione tecnica, ma vengono meno l’interesse e l’entusiasmo». Infine si conclude che «la crisi della scuola italiana d’oggi è in primi luogo crisi di insegnanti»[16]. Nel 1961, invece, Mario Robertazzi nel suo Troppi esami poca scuola tuonava contro il nozionismo ed i programmi scolastici sempre più complicati e complessi[17].

In un convegno tenutosi nel febbraio del 1956 e in titolato “Processo alla scuola”, si è rilevato che l’uomo di strada guardava alla scuola come una fabbrica di titoli piuttosto che come uno strumento di educazione e di preparazione. L’obiettivo degli studi è il sospirato pezzo di carta che non è un attestato di capacità raggiunte, quanto una chiave opportuna per penetrare in qualche posto socioeconomico e lì asserragliarsi. L’Italia, allora, ha troppi laureati e l’Università non è in grado di istruire adeguatamente tutte le persone che vogliono iscriversi[18]. Da qui la necessità di instaurare il numero chiuso nelle Università. Certo, all’epoca i laureati erano poche migliaia ma, come si suole dire, vox populi vox dei.

++ E pure i docenti…++

Se si considera la scuola e non gli studenti, un’inchiesta del 1864 rivelò che i docenti parlavano in dialetto o in un italiano scorretto, ricorrevano alle punizioni corporali e che facevano leggere i libri senza spiegarli. I salari erano miseri e si doveva ricorrere al doppio lavoro per raggranellare qualcosa. Nella sua relazione sull’istruzione secondaria Giovanni Maria Bertini arrivò ad affermare che nelle scuole operava un piccolo numero di insegnanti buoni, un numero grandissimo di mediocri e un gran numero di inetti. Le aule delle scuole erano luride tane di topi, prive di un impianto igienico, anguste e senza luce. I bambini venivano stipati in quattro o in cinque in banchi capaci di accogliere al massimo due o tre studenti. E poi il materiale scolastico era inesistente, l’evasione dell’obbligo scolastico altissima, le aule affollate e la qualità dei docenti era scadente per livello intellettuale e morale[19].

++ E quindi? ++

Sarei piuttosto curioso, allora, di sapere a quale epoca storica appartiene la mitica scuola di un tempo. Forse, per l’appunto, appartiene solo al mito e non alla realtà.

[1] Cfr. A. Monti, Il mestiere di insegnare. Scuola classica e vita moderna. I miei conti con la scuola. Articoli e saggi, Araba Fenice, Cuneo 1994, pp. 7-8 e 507-9.

[2] Cfr. G. Lozza (a cura di), Platone. La Repubblica, Mondadori, Milano 1990, p. 673.

[3] Cfr. Bibbia, Proverbi 22,15; Siracide, 30, 9-13.

[4] Cfr. E. Sanguineti (a cura di), Petronio. Satyricon, Giulio Einaudi editore, Torino 1993, pp. 3-6.

[5] Cffr. R. Baudino, Storia inedita della scuola in Italia. La chiave politico-economica delle sue trasformazioni dalle origini a oggi, Emme Edizioni, Milano 1979, p.25-6.

[6] Cfr. M.A. Manacorda, La scuola degli adolescenti, Editori Riuniti, Roma 1979, p. 40.

[7] Cfr. L. Soletta (a cura di), Hagakure. Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino 2001, pp. 36-49-55-60.

[8] Cfr. F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, Adelphi Edizioni, Milano 1992, pp. 29-31 e 40-1.

[9] Cfr.  E. Canetti, Auto da fé, Adelphi Edizioni, Milano 1981, p.41.

[10] Cfr. T. Molnar, L’avvenire della scuola, Società editrice internazionale, Torino 1968,  p. 100.

[11] Cfr. L. Pasino, P. Vagliano (a cura di), Il primo giorno di scuola, Società editrice internazionale, Torino 2014, pp. 11-2.

[12] Cfr. U. Benedetti, Stanno bocciando la scuola, Sansoni, Firenze 1973, pp. 4-6.

[13] Cfr. G. Genovesi, Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 139-140.

[14] Cfr. R. Gentili, Giuseppe Bottai e la riforma fascista della scuola, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1979, pp. 8-9.

[15] Cfr. D. Antiseri (a cura di), Luigi Sturzo. Difesa della scuola libera, Città Nuova, Roma 1995, p. 55 e 65.

[16] Cfr. S. Valitutti, Difesa della scuola, Armando Editore, Roma 1960, p. 54 e 67.

[17] Cfr. http://www.poliscritture.it/vecchio_sito/index.php?option=com_content&view=article&id=139:giulio-toffoli-sullorlo-del-baratro-la-crisi-della-scuola-e-i-rischi-delle-derive-estetizzanti&catid=1:fare-polis&Itemid=13.

[18] Cfr. G. Calogero, Scuola sotto inchiesta, Giulio Einaudi editore, Torino 1965, pp. 133-4.

[19] Cfr. G. Inzerillo, Storia della politica scolastica in Italia. Da Casati e Gentile, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 81-94 e 107-8.

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Questa voce è stata pubblicata il 10 maggio 2015 da in Uncategorized con tag , , .
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