Charly's blog

Ma la democrazia ha bisogno degli studi umanistici e artistici (seconda parte)?

Abbiamo visto l’altra volta che l’umanesimo è oramai poco più di un’etichetta e che persino le presunte materie umanistiche, in realtà, tali non sono. Rimane, allora, il quesito sul perché mai si ricorra con tanta frequenza a un’etichetta priva di sostanza. La risposta è semplice e chiama in causa il potere che le etichette sono in grado di esercitare nel discorso pubblico.

Umanesimo, Salvator Mundi!

Prendiamo ad esempio questo articolo sconclusionato di C. Raimo [1]:

Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati, interpretazione dei termini specifici, metodo scientifico. Ogni volta che oggi assisto a un esame di maturità, mi rendo conto di quanto sia importante quest’impianto metodologico, che educa al pensiero critico a partire dalla capacità di interpretare testi e altri oggetti culturali, di leggere testi complessi.

Come al solito all’etichetta dell’umanesimo si affidano capacità taumaturgiche:

  • Metodo scientifico (!);
  • Pensiero critico;
  • Lettura di testi complessi;

Le posizioni di Raimo non sono isolate e se ne possono trovare molte altre equivalenti per forma e contenuto. Come scrive Daniele Scalea [2]:

La cultura umanista è un elemento imprescindibile per formare individui coscienziosi, profondi, rispettosi del prossimo […] In quest’epoca la cultura letteraria e filosofica è più che mai necessaria, anche come forma di educazione civica. Perché se in epoche piagate dall’analfabetismo supplivano la presenza d’una ristretta élite colta e, tra le masse incolte, l’elemento nobilitante della religiosità, oggi, nell’epoca dell’alfabetizzazione di massa, si è giunti a quello che Marcuse definì “l’uomo a una dimensione”: il consumatore euforico ma ottuso.

Sul piano politico «la cultura umanista serve non solo all’individuo ma pure alla collettività. Il sapere umanistico è la prima e fondamentale forma d’educazione civica, ben più preziosa di quella stantia e vuota che si studia nelle scuole. Sono le scienze e le lettere umane a fornire sia quel senso d’identità condivisa che cementa una società, sia quel bagaglio di conoscenze che permette ai cittadini di selezionare i decisori e ai decisori di prendere le decisioni giuste». Per poi concludere «che il problema di questo paese non è la troppa cultura, le troppe lettere, le troppe scienze umane. Semmai, questo è il momento in cui l’Italia avrebbe il massimo bisogno di cittadini e decisori che sappiano davvero cosa fanno. Di un’istruzione che, come diceva Mackinder, fornisca gli strumenti critici per gestire una democrazia».

Adriano Fabris aggiunge che «senza il riferimento alla cultura umanistica viene infatti meno un approccio critico alle cose, e ogni azione sembra poter essere sostituita da processi tecnologici che basta solo eseguire. Le domande sul senso di ciò che stiamo facendo sembrano trovare risposta, erroneamente, nelle spiegazioni che dei fenomeni possono essere date. Tutto rischia di essere appiattito su di un’unica dimensione tecnico-scientifica. E anche nei rapporti interumani domina, così potremmo chiamarla, la “dittatura della procedura”».

Non manca poi chi come Luca Illetterati denuncia la marginalizzazione della filosofia a causa dell’identificazione «dell’idea di competenza con l’idea di competenza professionale, di competenza in vista dell’accrescimento dell’efficacia e dell’efficienza – ecco le altre due parole chiave di una retorica suadente, persuasiva ed ideologica dove effettivamente tutto si tiene – in secondo luogo nella trasformazione della competenza, del servire-a, in vero e proprio fondamento, in ciò che, solamente, è in grado di fornire senso e giustificazione a un sapere. Competenza, efficacia, efficienza (ma potremmo connettere a questi molti altri termini che compongono un vero e proprio vocabolario di questo modello politico-culturale) sono tutte parole connesse al funzionamento, all’idea del sapere come sapere fare girare la macchina, sapere come migliorarla per renderla sempre più veloce, più capace, più attiva, più performante».

Per dirla alla Giulo Giorello, invece, «non penso ai filosofi come professionisti della parola o del pensiero, ma la filosofia è il respiro della mente, Hannah Arendt la definiva “la vita della mente”. Si può farne a meno, ma allora si deve respirare solo con il corpo. Come diceva Vladimir Jankélévitch si può vivere senza filosofia, ma molto male. La riflessione su se stessi e la meditazione sul nostro posto nel modo, quella che si chiama la “libertà filosofica” fa paura agli esponenti della cappa burocratica che mira a normalizzare il pensiero e vuole farci diventare tutti dei mestieranti mediocri». E Gianni Vattimo aggiunge che «ci ritroveremo una generazione di piccoli produttori legati a saperi specifici che poi velocemente tramontano. C’è invece una formazione che è tanto più significativa quanto più slegata all’uso delle macchine».

Umanisti, in pratica

A parole siamo tutti bravi, ma la pratica è un’altra faccenda. Come abbiamo visto l’idea di cultura degli umanisti è quella di canone. Vediamo, quindi, in termini pratici cosa voglia dire cimentarsi con il canone. Il nostro problema è la riorganizzazione dell’apparato statale dalle basi (Comuni) fino al Parlamento. Ma visto che siamo umanisti partiamo per prima cosa dal canone. Ecco cosa vuol dire in pratica il canone letterario:

Chiare, fresche et dolci acque,

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo  ove piacque

(con sospir’ mi rimembra

a lei di fare al bel fianco colonna;

erba e fior’ che la gonna

leggiadra ricoverse

co l’angelico seno;

aere sacro, sereno,

ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:

date udïenza  insieme

a le dolenti mie parole estreme.

Quello artistico:

Giotto

E quello religioso:

[1]Questi sono i nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia: [2]Ruben, Simeone, Levi e Giuda,[3]Issacar, Zàbulon e Beniamino, [4]Dan e Nèftali, Gad e Aser. [5]Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava gia in Egitto.

[6]Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione.[7]I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.

Bene, adesso ditemi: cosa fare delle province? Non sapete cosa dirmi? Ebbene, attingendo a tutte le conoscenze maturate in 13 anni di formazioni scolastica imbevuta di pane e latino, cosa pensa il nostro eroe umanista degli squilibri fra le bilance commerciali dell’eurozona? Nulla? Benissimo, cambiamo argomento. Dall’alto del suo latinorum, cosa pensa l’uomo umanista dei possibili ordinamenti statali? È favorevole al federalismo alla tedesca, al centralismo alla francese o al regionalismo alla spagnola? E che dire del fisco italiano? Cosa fare dell’IRAP, dell’IVA e dell’imposta di successione? A questo punto il nostro umanista perfetto rimane a bocca chiusa. Tutto il latino, la filosofia, la letteratura e il teatro greco non sono in grado di fornire gli elementi minimi per poter articolare un’opinione dotata di senso sulle più banali tematiche politiche. E per carità di patria è meglio non sondare su argomenti scientifici quali la fusione nucleare o le nanotecnologie, sempre che non si voglia provare con il Demiurgo platonico, lo Spirito hegeliano, l’Uno di Plotino o l’amor cortese. E che dire dell’avanzo primario e della vendita dei titoli di stato sui mercati secondari? Cosa ci può insegnare l’aoristo, come ci possono illuminare le eccezioni alla prima declinazione?

Canone? No, ignoranza

Come vedete basta mettere in prima linea la pratica per mostrare l’infondatezza delle presunte capacità taumaturgiche del canone umanista. Ma se si punta sull’idea di “cultuva” si può, assai furbamente, svicolare la chiamata alla realtà, almeno fino a quando si sbatte il muro contro la suddetta realtà. E fidatevi, non è un bello sbattere.

Che fare, allora, per i problemi posti dalla realtà? Risposta scontata: che ne dite di provare a sapere di che cosa si sta parlando? Se voglio riorganizzare lo Stato magari mi conviene conoscere il TUEL [3] e il Titolo V della Costituzione [4] e non Petrarca. Al netto della propaganda, allora, affermare che per capire le trasformazioni economiche e sociali sia necessaria la “cultuva” equivale a sostenere che per comprendere le trasformazioni in corso del paradigma economico di produzione industriale sia preferibile conoscere una poesia invece della differenza fra l’economia di tipo fordista e quella non fordista.  E per carità di patria non commento neppure sulla maggiore complessità di ‘sta roba

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.

rispetto a un qualunque saggio socioeconomico in circolazione. Se volete capire l’Italia provate a leggere l’Annuario Statistico dell’Istat [5] e non il Boccaccio.

Materie tecnico scientifiche? No, specialiste

L’ultimo tassello rimane sul presunto favoritismo di cui godono le materie tecnico-scientifiche. Solo una domanda: ma il diritto è una materia tecnico-scientifica? Ovviamente no, è solo una disciplina specialistica necessaria se si vuole parlare con cognizione di causa delle tematiche di discussione politica. Ma anche le presunte materie umanistiche come la filologia o la storia dell’arte sono materie specialistiche esattamente come lo sono la botanica o l’entomologia. Nessuno ne propone l’eliminazione, ma è semplicemente falso e ridicolo affermare che solo la “cultuva” formi il “senso critico”, qualunque cosa esso sia. Provare a conoscere le cose, invece?

Perché, allora, gli umanisti avvallano la menzogna dell’eliminazione della “cultuva” da parte dei moderni fasciocomunistikapitalistinikilistirelativisti? Perché così facendo non si affronta la vera questione alla base del discorso: l’umanesimo è morto da secoli. Fatevene una ragione.

[1] Cfr. http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/23/scuola-insegnanti-esami.

[2] Cfr. http://mondodomani.org/associazione/cultura-umanistica.htm.

[3] Cfr. http://www.altalex.com/documents/codici-altalex/2014/12/15/testo-unico-degli-enti-locali.

[4] Cfr. http://www.governo.it/Governo/Costituzione/2_titolo5.html.

[5] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/134686.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 giugno 2015 da in cultura con tag , , , , .
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