Charly's blog

Le puttane del clic: fenomenologia del giornalismo nell’epoca del web

Oggi per caso mi sono imbattuto su questo articolo di Libero:

Cacciari, Renzi, Brunetta.

Sorprendente, non trovate? In effetti il contenuto risulta essere assai differente rispetto a quello che il titolo fa credere [1]. Si tratta poco più di un copia e incolla di un’intervista di Cacciari concessa a il Giorno e di una concessa a la Repubblica. Su Renzi il nostro sostiene:

“Meglio proteggere l’immagine” – L’analisi si sposta poi su Renzi: “Specie al governo e con l’esclusione del solo ministro Pier Carlo Padoan- spiega Cacciari -, non ha nessuno dietro. Nessuno che gli copra le spalle. E infatti il suo è un agire politico dettato da una regola precisa, che mi pare non si presti a dubbi. Non ho partito, non ho governo, è il ragionamento del nostro presidente del Consiglio, e quindi tanto vale tutelare la mia immagine. Questo insieme di cose spiega chiaramente il perché dei suoi comportamenti politici. Renzi tende, per farla breve, a evitare i problemi”.

E su quel “poveraccio” di Brunetta?

“Sono dei poveracci. Forza Italia a Venezia ha preso il 3 per cento. Brunetta sa che se mi fossi presentato per la terza volta avrei vinto io”. Ma “sarebbe stata una follia, una cosa del tutto insensata, la certificazione di una stasi totale”.

Ma il problema, allora, è il partito e non Brunetta in sé come il titolo faceva intuire. E lo stesso vale sul titolo che proclama l’appoggio a Salvini [2]:

Sulla questione immigrazione la Lega e Roberto Maroni non sono il male assoluto. Peggio l’Europa, con la sua politica egoista e campanilistica, e Matteo Renzi, con le sue proposte ideologiche e ipocrite. A dirlo non è un Borghezio o un Salvini ma Massimo Cacciari, veterano del Partito democratico. In un’intervista concessa a La Repubblica l’ex sindaco di Venezia ha affrontato il tema degli sbarchi e dell’accoglienza dei profughi, additando chiaramente chi è più colpevole di altri per la mala gestione del fenomeno. Il governatore della Lombardia, con la sua lettera in cui chiedeva ai prefetti di non inviare più immigrati nella sua regione, ha fatto “un’altra miserabile strumentalizzazione. Che credibilità può avere del resto uno che da ministro dell’Interno ha firmato e approvato la ripartizione degli immigrati fra le varie regioni, e oggi afferma il contrario.”. Tutto questo sarà anche vero, ma nonostante le accuse Maroni rimane “un falso bersaglio”, le responsabilità vanno cercate in altri porti.

Salvini non viene neppure menzionato nell’articolo e non basta tirare in ballo qualche figura retorica sostenendo che per Salvini s’intendeva la Lega. Libero, quindi, si presta all’affascinante gioco del click-baiting come, più o meno, quasi tutte le testate giornalistiche presenti sul web. Ma di cosa si tratta di preciso?

Click-baiting: chi era costui?

Per click-baiting s’intende [3]

Una delle strategie più funzionali all’accumulo di pagine viste sono i contenuti che vanno sotto il nome di click bait, letteralmente “esche da click”, studiati apposta per dare il meglio sul circuito dei social network e la cui missione è diventare virali, incuriosire il lettore, ottenere il maggior numero di click. Quindi, attenzione: il click baiting riguarda la forma, non il contenuto.

Sul piano tecnico si procede così [4]:

  • Straordinarietà dell’evento: Aggettivi con lo scopo di creare tensione normalmente vengono posti in apertura (Incredibile, Straordinario,Sconvolgente, Clamoroso). Verso la fine dell’update troverete un nuovo richiamo (resterete senza parole, non potevamo crederci)

  • Vaghezza nella descrizione: Si cerca di non dare informazioni nell’update in modo da creare solo interesse (Qui, Questo, Cosa, Chi, Quando)

  • Urgenza: uso dell’imperativo per sottolineare nuovamente la straordinarietà dell’evento (guarda, scopri, clicca)

  • Facoltativo: la presenza di un nemico esterno. Di solito è legato sia alla straordinarietà dell’evento sia all’utenza (non vogliono fartelo sapere, prima che lo censurino, prima che lo facciano sparire/cancellare)

Il perché è presto detto [5]:

E’ un modo come un altro per fare traffico e per soddisfare una metrica, quella delle pagine viste (o almeno delle visite) che dovrebbe rendere sostenibile un progetto editoriale che si basa anche sui social come vettore di traffico (oggi pressoché fondamentale). Ma che traffico genera? Qual è il tempo di permanenza sulla pagina di un lettore acchiappato in questo modo? Quanto tempo resterà a leggere? Quale sarà la sua profondità di navigazione? Andrà oltre il primo click? E poi, tornerà?

Visto che l’unica fonte di guadagno rimangono tuttora gli introiti delle pagine pubblicitarie, che vengono calcolati in base al numero dei visitatori e/o delle condivisioni, si utilizza il click-baiting per forzare la mano agli utenti. Ultimamente su Facebook vanno di moda le bufale sugli immigrati o improbabili cure alternative nascoste dalla “scienza ufficiale” che vengono diffusi proprio grazie a queste tecniche demenziali.

Ops, mi è sembrato di vedere il giornalismo

 Ancora una volta siamo alle prese con la meritocrazia del mercato: chi vende o si vende di più è il più meritevole anche se per farlo utilizza tette&culi o balle stratosferiche. Finché il pubblico garantisce il successe di questa pratica c’è poco da lamentarsi dato che il sistema meritocratico spiega chi viene considerato tale (chi raggiunge gli obiettivi) ma non dice nulla su quali siano i suddetti obiettivi da conseguire. Nel caso specifico contano i numeri dei lettori e delle condivisioni, quali che siano i mezzi adottati (un buon pezzo o una semplice bufala). Ma si può sempre far notare che il mitico e leggendario senso critico di matrice umanista non funziona neppure su una bufala web.

Non mancano, in ogni caso, delle conseguenze piuttosto spiacevoli. La diffusione della pratica porta a una sostanziale omogeneità dei contenuti delle pagine lasciando il successo o la rovina del giornale web di turno al puro caso: se tutti pubblicano le stesse cose perché favorire una testata sull’altra? In un sistema di mercato, inoltre, del lungo termine non ci si preoccupa e l’unico obiettivo è il guadagnare 1.000 clic oggi anche al costo di rischiare la chiusura dopodomani. È il mercato, bellezza, come la finanza ben dimostra.

E sul piano politico? In teoria in un sistema democratico il giornalismo ricopre l’essenziale funzione di informare la cittadinanza sulle tematiche di dibattito pubblico, ma in pratica si può facilmente notare che i quotidiani sono la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ben lungi dall’informare i giornali sono mezzi di pressione di chi paga lo stipendio (Fiat, Confindustria, la banche, qualche famiglia imprenditoriale) o poco più di uno straccio di propaganda dei partiti (dal PD alla Lega, anche se molte testate hanno chiuso). E il fatto che il giornalismo rischi di morire sotto una valanga di tette&culi lo trovo deliziosamente ironico.

Approfondimenti:

_ i media e il web: http://www.festivaldelgiornalismo.com/post/34710/.

_ e la reputazione? http://www.reputationeconomy.it/click-baiting-reputazione-giornale-on-line/.

_ la crisi del giornalismo: http://www.wired.it/economia/lavoro/2014/09/15/giornalismo-in-italia-professione-dal-futuro-incerto/.

[1] Cfr. http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11816390/Massimo-Cacciari—Matteo-Renzi.html.

[2] Cfr. http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11798793/Massimo-Cacciari-sugli-immigrati–.html.

[3] Cfr. http://www.linkiesta.it/fenomenologia-click-bait-giornalismo-online-virale.

[4] Cfr. http://www.pierotaglia.net/aumenta-il-traffico-da-facebook-con-tecniche-becere-il-click-baiting/.

[5] Cfr. http://www.albertopuliafito.it/2014/07/click-baiting-defollow/.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 agosto 2015 da in Uncategorized con tag , .
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