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L’economia dell’eccellenza, l’economia degli sciocchi

Consideriamo lo sfogo del consulente Riccardo Pavanato apparso su il Corriere [1]:

Impresa alla quale, in un momento in cui (apparentemente in controtendenza) gli ordini continuano a crescere e i progetti diventano più entusiasmanti, si palesa una difficoltà inconsueta: trovare persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, di imparare, di crescere, di lavorare. Di fare fatica. Fatica non di quella fisica, da cantiere, ma di quella fatta di scadenze incombenti, di (eufemisticamente ) vivaci scambi di opinioni, di trasferte, del sentirsi sempre messi in discussione a fronte di un contratto (quello con il cliente) vincolato ai risultati. Fatica che, per chi come me e come noi sta forse riuscendo a costruire qualcosa, non è mai stata un problema, eche è sempre venuta in secondo piano nei confronti della soddisfazione di vedere i risultati – aziendali prima e personali poi – del nostro lavoro.

E poi:

Eppure, in un momento in cui si fa un gran parlare di crisi e di disoccupazione, e in cui noi invece avremmo abbondanza di lavoro da offrire, ci confrontiamo frequentemente con persone la cui mentalità prevede l’equazione «ricevo un compenso e quindi posso affrontare dei sacrifici» e non, piuttosto, «non mi pongo il problema di affrontare qualche sacrificio e di conseguenza so che potrò ambire a raggiungere qualcosa». E non è questione di età o di area geografica di provenienza: troppe volte, ormai, ci siamo trovati di fronte a simili obiezioni per poter pensare di attribuirle ad un singolo cluster di popolazione. Si badi bene, qui non si parla di «sfruttare» il lavoro, men che meno quello dei giovani neolaureati come peraltro noi stessi siamo stati qualche tempo fa. Si tratta di condividere (sì, condividere) i frutti di un lavoro solo dopo che questo lavoro è stato svolto, senza occhio all’orologio o al calendario, con un pizzico di quella tanto elogiata (a parole…) mentalità imprenditoriale.

Ennesima variante, insomma, del “piove, giovani ladri”?

Cosa vuole dire mettersi in gioco?

Il problema dello sfogo è la sua mancanza di chiarezza. Pavanato aggiunge in postilla anche le condizioni economiche:

Ad oggi, più del 90% sono tempi indeterminati – e i tempi determinati sono legati solo a nuove assunzioni. Per quanto riguarda le retribuzioni:
– Ingresso per neolaureato brillante: 26.000 + auto + Pc e telefono.
– Ad un professionista: a partire da 40.000 + auto + Pc e telefono.
–  Tutti hanno diritto ad una diaria trasferta, oltre ovviamente ai rimborsi totali delle spese vive.

A cui si aggiungono i benefits e i percorsi di crescita vari. Ma dal testo non si capisce bene che cosa s’intenda per mentalità imprenditoriale del sacrificio/ compenso. Da come viene scritto sembra essere la solita scemenza delle provvigioni, ma poi si scopre che i dipendenti sono pagati con fisso mensile e in regime a tempo indeterminato. Pavanato afferma che un profilo tecnico qualificato, perché di questo si tratta, preferisce la disoccupazione a un lavoro con i fiocchi? Non mi sembra credibile, francamente. O, forse, si lamenta che quei profili qualificati avendo mercato si spostano verso altri lidi lasciandolo per terra? O, ancora, che i suoi dipendenti non lavorano? Mistero, il testo non è chiaro e non si capisce bene che cosa intenda. Effetti collaterali dell’essere un ingegnere o, magari, una misera sparata pubblicitaria. In effetti al momento in cui scrivo il sito della ditta è offline

Riccardo Pavanato, assumo

L’economia dell’eccellenza? Oppercarità

Sia come sia, l’articolo ci permette di trattare un altro argomento assai interessante: la teoria dell’economia dell’eccellenza. Una semplice ricerca fra i media permette di scoprire che stando a questo o a quell’opinionista le aziende e i lavoratori devono essere eccellenti, lasciando sottinteso che chi non lo è deve chiudere o merita la disoccupazione. Verrebbe quasi dal considerarla come una citazione colta dell’aretè greca, se non fosse per il sostanziale semianalfabetismo dei figuri in giacca e cravatta. Più probabilmente è solo la sindrome da Übermensch da tastiera. Ebbene, in ogni caso è una scemenza colossale in termini storici, economici e sociologici (e finanche linguistici).

Il primo equivoco nasce dalla falsa vanità dell’eccellenza. Se ci fate caso viviamo in un mondo dove l’intelligenza abbonda. È facile, infatti, trovare chi ammette di non essere particolarmente dotato in termini di avvenenza fisica, ma non ho mai sentito nessuno ammettere lo stesso in termini di intelligenza. Si può ammettere, per carità, di non essere particolarmente colti, ma sia mai che qualcuno riconosca di non essere particolarmente brillante. Anzi, spesso la prima condizione viene ammessa per evidenziare la propria intelligenza ottenuta non si sa bene come. Allo stesso tempo in molti si ritengono eccellenti anche se sono solamente competenti o buoni in termini professionali. Ma per definizione l’eccellenza è una condizione a cui possono aspirare in pochi, poche decine o centinaia nel proprio campo professionale. Detto in termini più semplici, non basta una laurea in medicina per essere eccellenti dato che fra le migliaia e migliaia di camici abilitati gli eccellenti possono essere, in accordo alla logica, poche decine. E lo stesso vale per gli ingegneri, i liberi professionisti, i cuochi e tutti gli altri. Guadagnare bene o avere una ditta che tira non vuol dire essere eccellenti. Essere il numero 1 vuole dire essere eccellenti, ma di numero 1 ce ne può per l’appunto solo 1. Mal che vada si può allargare il novero, ma di quanto? Di 10, 100?

L’economia di mercato è l’economia dei mediocri

 Se si considerano le posizioni professionali si deve ammettere che nella vita quotidiana non c’è spazio per l’eccellenza. Se voglio una pizza mi rivolgo alla pizzeria sottocasa, se ho bisogno di un meccanico mi basta una persona competente e non ho bisogno di Mc Gyver. E se si considera la mia storia medica non sono mai andato oltre a una bronchite diagnosticata con facilità dal mio medico di famiglia. Sorry Dr. House, non c’è spazio per te.

La cosa, ovviamente, vale anche nell’altro versante della barricata. Invito il nostro amico imprenditore convinto di essere un Uber, e che crede tuttora che o sei eccellente o devi morire, di considerare il classico assunto che si lavora per vendere e per comprare devi avere un reddito. Quanti fra i tuoi clienti sono eccellenti? Immagino che grazie allo spaghetti aretismo perderai di colpo almeno il 95% dei tuoi clienti. Non sghignazzi più con aria di superiorità, vero?

E i salari? E i prezzi?

E non è finita qui: l’eccellenza si paga. Se si vuole una persona eccellente per ogni posizione lavorativa si dovrà pagare di conseguenza. E dare a un cameriere lo stipendio di Messi non mi sembra un’idea molto furba per il proprio business. A meno che non si voglia l’eccellenza pagandola per la mediocrità. Ma anche qui si deve ricordare che tutti vendono qualcosa, o sé stessi o il prodotto: sa assumi l’eccellenza pagandola come se fosse mediocre, a tua volta mio amico imprenditore dovrei vendere l’eccellenza ricevendo un reddito mediocre. Ha senso? No.

E il discorso vale, infine, anche per i prezzi. Una pizza mediocre la si paga 4,50 euro, una eccellente, la numero 1, 450 euro. Siete disposti a pagare 2.000 euro per una visita medica volta a diagnosticarvi l’influenza stagionale? Ne dubito fortemente, a meno che non vi sembra normale pagare 1.000 per un ora di calcetto nel campo di gioco numero 1 del mondo. E pensare che una volta bastavano i campetti dietro casa…

Morale della favola? Che l’aretismo da tastiera sarà una toccasana per il senso di superiorità chi scrive ma è, allo stesso tempo uno spasso per le persone normali: perculare gli sciocchi è un ottimo passatempo.

Approfondimenti:

_ cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/arete/.

[1] Cfr. http://corriereinnovazione.corriere.it/2015/08/06/lettera-aperta-un-imprenditore-trentenne-assumo-ma-trovo-poche-persone-che-vogliano-fare-fatica-490ddaea-3c02-11e5-923b-31d1f7def042.shtml.

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Un commento su “L’economia dell’eccellenza, l’economia degli sciocchi

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Questa voce è stata pubblicata il 7 agosto 2015 da in economia con tag , , , .
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