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Multiculturalismo e dintorni: il fallimento della convivenza interculturale

Qualche anno fa, ora non so, i corsi universitari del Corso di Studi di Storia dell’Università degli Studi di Torino erano organizzati su un doppio livello: il corso istituzionale del solito manualetto delle Reg Gestae e quello monografico dedicato a un argomento specifico (nove volti su dieci roba che interessava al docente quale che fosse il valore effettivo in termini didattici). Nel 2008, anno in cui sostenni l’esame di Storia Romana 1 e 2 l’argomento in questione era la capacità d’integrazione culturale dell’Impero Romano. Un corso interessante, indubbio, ma decisamente mal presentato.

Roma non fu costruita in un giorno? No, e servirono pure litri di sangue

Che l’Impero Romano avesse la capacità di integrare a sé le svariate compagini culturali che incontrava sul proprio cammino è un dato di fatto come il povero Annibale ebbe il modo di scoprire. Ma ci si dovrebbe chiedere quanto di etrusco o celtico fosse rimasto dopo un secolo o due di dominazione romana: niente o quasi. Nella parte occidentale dell’Impero la cultura dominante era quella latina lasciando poco spazio a quelle soggiogate. Dopo di ché è vero che Roma non si faceva grandi scrupoli ad assimilare i ceti dirigenti delle popolazioni sconfitte cedendo la cittadinanza con prodigalità (stando alla leggenda fu così che si formò il primo nucleo cittadino: raccogliendo la feccia dei dintorni), ma alla fine il processo si concludeva con la sostanziale assimilazione delle popolazioni sconfitte.

La musica, invece, era assai differente a Oriente. Qui a dominare era la cultura ellenistica che a sua volta ebbe non poche conflittualità culturali e relazionali con culture assai più antiche, tipo l’Egitto, o assai bellicose tipo quella ebraica. Al riguardo la risposta di Roma fu semplicemente la spada: chi metteva in dubbio le Pax Romana finiva sgozzato senza tanti complimenti. E se ve lo state chiedendo nel corso questa parte venne allegramente sorvolata. Insomma, l’Impero Romano era sì multiculturale, ma nel senso che era sostanzialmente bi-culturale: cultura latina da una parte, quella greca dall’altra e poco altro disperso ai quattro angoli dell’Impero. E non sempre Roma era molto disposta ad accettare la cultura degli altri come testimoniano le polemiche sul filoellenismo degli Scipioni o la mala sorte di Eliogabalo.

Ancor più taciuto fu l’epilogo della capacità romana di assimilare le altre culture: i regni romano-barbarici. Il contatto con il limes romano trasformò delle bande di tizi con le corna in testa e vestiti di pelli in federazioni di combattenti abituati sia alle tattiche militari romane sia all’organizzazione amministrativa e sociale dell’Impero. Nulla di nuovo, l’anteprima si era già avuta con personaggi quali Spartaco e Arminio. Dopo il crollo dell’Impero d’Occidente i nuovi arrivati mantennero sì l’organizzazione preesistente, ma non si deve dimenticare che nei nuovi regni i germani avevano il monopolio politico e militare: loro comandavano, gli altri lavoravano. Qualcosa di simile, fra l’altro, avvenne anche in Cina. Sia come sia non definirei la cosa come una politica di successo…

Multiculturale? Sorry, non è sinonimo di pluralismo

L’amena storia romana ci porta ai nostri giorni con il dibattito sul multiculturalismo [1]:

Orientamento politico e sociologico volto a promuovere il riconoscimento e il rispetto dell’identità linguistica, religiosa e culturale delle diverse componenti etniche presenti nelle complesse società odierne.

Piccola precisazione: multiculturale non è sinonimo di multietnico. L’etnia è un fatto estetico che non ha attinenza di sorta con la cultura. Balotelli, per dire, non è un esempio d’Italia multiculturale perché è bresciano in tutto e per tutto. Non sarà pallido come la neve, ma di fatto della cultura d’origine non c’è traccia. L’Italia è una società multietnica da millenni: Celti, Etruschi, Greci e poi i Goti, i Franchi, eccetera.

Sorry, non è questa la questione. Fonte: www.dotcoma.it

Sorry, non è questa la questione. Fonte: http://www.dotcoma.it

Torniamo all’idea del multiculturalismo, assai affascinante sulla carta ma disastrosa sia nella pratica sia nella teoria. L’idea di multiculturalismo viene spesso associata, assai ingenuamente, alla semplice convivenza della pizza con la polenta o del sushi con l’hamburger. Ma in termini di convivenza sociale e culturale sono elementi insignificanti. Prendiamo, invece, la definizione di società da parte della sociologia [2]:

Una società si configura come un gruppo di ampie dimensioni, durevole e capace di soddisfare le esigenze materiali dei propri membri e di assicurare la riproduzione dei valori e delle regole di condotta elaborati dalla comunità. Una società è perciò tale soprattutto in quanto esprime una cultura o meglio, in coerenza con una simile impostazione, più culture. Non dovremmo inoltre parlare di una generale (e generica) società, bensì delle società in cui si organizzano nel tempo e nello spazio le forme di convivenza e le strategie di comunicazione fra individui che accettano un qualche vincolo di solidarietà (formale o informale, come nelle società primitive o precontrattuali).

Una società per rimanere integra necessita di valori condivisi e lo stesso vale, per quanto possa sembrare strano, per una società pluralista. Anche qui si deve avere la certezza che tutti i gruppi sociali/culturali accettino la regola fondante di questo tipo di società: la libertà di essere come si vuole senza però danneggiare il prossimo osservando le regole che la società stessa si pone. Chi non ottempera a questa regola entra nell’ambito della devianza o, se preferite, delle patrie galere. A meno che…

Multicurale? Siete disposti a stuprare una donna mentre un bambino di 5 anni vi prepara un panino di cane?

Quando si parla di differenze culturali in genere si pensa a cose di poco valore: cibo, vestiti, usanze curiose. Ma, ahinoi, a questo mondo ci sono differenze assai più grandi. Ve li ricordate i casi di stupro in India? Ecco, a non aver avuto molto risalto è stato il fatto che il reato è stato commesso non per colpa di ormoni impazziti, ma per la simpatica idea che una donna che gira da sola sia, sostanzialmente, una puttana. Niente di nuovo, fino a poche generazioni fa in Italia si parlava di “bottttaaannneee” tant’é che qualcuno scherzando citò in causa le radici siculo-pachistane del picchiare le mogli. Aggiungiamo al piatto altri elementi:

  • Stupro;
  • Società totalitaria basata sulla religione;
  • Lavoro minorile;
  • Mangiare i cani;
  • Che le non vergini non possono diplomarsi [3];

Si può discettare della teoria multiculturale quanto si vuole, ma in termini pratici vuol dire accettare, se capita, i comportamenti di sopra. Non si è disposti a farlo? Ma, allora, si desidera l’assimilazione e non “l’arricchimento culturale” qualunque cosa esso voglia dire. Si badi bene che l’esempio riportato è volutamente estremo: se le differenze culturali sono minime non si pone una grande sfida. Ma se invece le differenze fossero enormi? Mie care donne, siete disposte ad accettare di essere stuprate se uscite di casa da sole? Occhio che al giorno d’oggi è assai facile beccarsi l’etichetta di razzista.

Questo quesito ci riporta al problema sollevato nel paragrafo precedente. Se sono quattro gatti i simpaticoni che si comportano in tal modo si ha a che fare con dei criminali o, meglio, dei devianti in senso sociologico. Se sono centinaia di migliaia si ha però a che fare con una minoranza culturale e il problema non può essere  risolto con la gabbia. E se sono milioni? Signori e signore, benvenuti nella guerra civile. Se su 60 milioni di abitanti abbiamo una società divisa in 4 o 5 gruppi culturali distinti nel migliore dei casi c’è la ghettizzazione, nel peggiore scorre il sangue. Poi per carità, si può sempre seguire dei modelli di società vincente come quelli dell’Impero Austro-ungarico.

Multiculturalismo? Ma perché?

In termini teorici il multiculturalismo è la negazione degli ideali universali dell’Illuminismo. Se ognuno si può, o addirittura deve in onore allo strutturalismo/platonismo identitario, tenere gli abiti culturali nel quale è nato se ne deve concludere che non esistono valori universali a cui tendere. E qui si trova la falsa coscienza dell’Occidente: si moraleggia sulle identità culturali da preservare e poi si vorrebbe imporre agli altri l’idea dei Diritti dell’Uomo, della razionalità economica o di quella scientifica. Non è difficile trovare la dissonanza cognitiva in una simile posizione.

Anche se in genere il multiculturalismo viene imputato al mitico “buonista di sinistra” in termini pratici ci troviamo di fronte i soliti tre pilastri del libero mercato:

  • Libera circolazione dei capitali;
  • Libera circolazione delle merci;
  • Libera circolazione della forza lavoro, che chiamarle persone pareva brutto;

Così facendo, però, si ha poi il problema di gestire le differenze culturali e abbiamo già visto la dicotomia valori universali (aka assimilazione)/multiculturalismo (aka ghettizzazione). Ma il buon Fukuyama ci ricorda che nella mente del liberista duro&puro, in realtà, la soluzione del problema è l’assimilazione del mondo al Collettivo dei Borg liberista/liberale in un tripudio di hamburger, una copia de The Wall Street Journal sotto il braccio e un MBA di Chicago incorniciato nella cameretta. Peccato solo per le dure repliche della storia abbiano dimostrato che il mondo non è piatto e la storia non è finita. Tanto i cocci poi li raccogliamo noi…

Ma non manca un aspetto comico: i liberisti che invocano la regolazione dei flussi migratori – ammesso che sia possibile – per via dei danni arrecati alla società non dicono una parola sui danni che la mobilità delle merci o dei capitali può creare. Ma anche qui abbiamo una bella serie di problemi: dalle desertificazioni produttive ai modelli di sviluppo squilibrati volti ad attirare gli investimenti esteri che, è bene ricordalo, devono comunque essere remunerati (si veda l’Irlanda e la Spagna). E più in generale l’impressione è che il mondo non solo non sia diventato piatto, ma che non sia mai stato così bitorzoluto come se fosse una crisi di rigetto verso la globalizzazione. Ma magari di questo parleremo un’altra volta.

Approfondimenti:

_ siculo-pachistane: http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/amato-donne/amato-donne/amato-donne.html.

_ Illuminismo e multiculturalismo: http://www.ilpost.it/giovannifontana/2011/07/28/che-cose-il-multiculturalismo/.

_ sociologia: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Sociologia.

[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/multiculturalismo/.

[2] Cfr. http://www.sapere.it/enciclopedia/societ%C3%A0.html.

[3] Non sto scherzando, cfr. http://www.thepostinternazionale.it/mondo/indonesia/test-della-verginit-al-liceo.

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Un commento su “Multiculturalismo e dintorni: il fallimento della convivenza interculturale

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Questa voce è stata pubblicata il 14 agosto 2015 da in cultura con tag , , , , , .
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