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La retorica degli expat e lo sfascio di un paese

Quiz del giorno: cosa hanno in comune gli articoli dedicati alla fuga dei cervelli e agli expat, gli articoli dedicati ai migranti e la devastazione economica di un intero paese? Semplice: la mobilità della forza lavoro. Vediamo perché.

Migrante, expat: che roba è?

Negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di articoli, libri e programmi televisivi dedicati alla fuga dei cervelli e agli expat del nuovo  millennio. Il refrain è noto: giovane virgulto laureato a pieni voti lavora precario, muove all’estero è diventa un managgerrr. Sorvolando solo sul fatto che nel Regno Unito, per dirne uno, quasi chiunque è un manager di qualcuno. Mica hanno il cameriere capo sala, eh, ma il manager…

Un’altra variante di minor successo è quella dedicata all’imprenditore che si sposta all’estero dopo anni di vessazioni burocratiche e fiscali. Sia come sia rimane una domanda: quale sarebbe la differenza fra l’expat e il classico migrante? In base all’etimologia del nome la differenza è enorme [1]:

L’abbreviazione expat nasce nel gergo professionale anglosassone e si riferisce al lavoratore che l’azienda ha trasferito (relocated) in un paese straniero. Da qui poi la differenza in termini di contratto: puoi essere assunto sotto expat terms o local terms. […] Se l’azienda ti manda all’estero e ti fa un contratto da expat guadagni molto più di quello che guadagnavi nel paese in cui eri assunto come locale, questo per indennizzare il fatto che ti hanno fatto spostare per necessità dell’azienda e non per tua volontà. Ma siamo ancora lungi dal full expat che include la casa (housing allowance), la copertura dell’assicurazione sanitaria per te e famiglia, la copertura del costo della scuola privata internazionale per i tuoi figli e pure la copertura dei costi di viaggio per tornare almeno una volta nel tuo paese di origine (travelling allowance). Una montagna di soldi, una differenza enorme rispetto a essere assunto come locale. Inoltre il contratto full expat prevede anche che paghi uno scaglione standard di tasse, poche, per lasciare intatta la fortuna che riversano sul tuo conto: il resto delle tasse te le paga l’azienda, a priori. Last but not least la differenza si estrinseca anche nella valuta con cui sei pagato: tipo se sei assunto in euro in Europa e ti mandano in Brasile continui a essere pagato in euro. Se fai la valigia per i fatti tuoi e ti fai assumere in Brasile ti pagano in reais, chiaro no?!

Utilizzando il significato originale del nome, allora, quasi nessuno dei presunti expat può definirsi tale. Io lavoro in Polonia ma sono stato assunto con le stesse condizioni contrattuali dei nativi: questo fa di me, come tutti gli altri, un semplice migrante. Qualificato, certo, ma pur sempre un migrante e men che mai eccellente. D’altronde l’idea che il migrante sia sempre un poveraccio con la valigia di cartone è una fesseria tutta italiana figlia dell’immigrazione/emigrazione di un tempo. Come dimenticarsi immigrati qualificatissimi – per usare un eufemismo – quali Fermi, Einstein e dopo la guerra Von Braun?

Il motivo dell’utilizzo del termine expat al posto di migrante è abbastanza chiaro [2]:

Some arrivals are described as expats; others as immigrants; and some, simply migrants. It depends on social class, country of origin and economic status. But in most cases, the nomenclature is outdated, rooted in a time when voyages involved a one-way ticket on a steamship. A more current interpretation of the term “expat” has more to do with privilege. Expats are free to roam between countries and cultures, privileges not afforded to those considered immigrants or migrant workers.

Più brutalmente la differenza è tutta nel colore della pelle [3]:

What is an expat? And who is an expat? According to Wikipedia, “an expatriate (often shortened to expat) is a person temporarily or permanently residing in a country other than that of the person’s upbringing. The word comes from the Latin terms ex (‘out of’) and patria (‘country, fatherland’)”. Defined that way, you should expect that any person going to work outside of his or her country for a period of time would be an expat, regardless of his skin colour or country. But that is not the case in reality; expat is a term reserved exclusively for western white people going to work abroad. Africans are immigrants. Arabs are immigrants. Asians are immigrants. However, Europeans are expats because they can’t be at the same level as other ethnicities. They are superior. Immigrants is a term set aside for ‘inferior races’.

D’altronde è difficile commuoversi per giovine virgulto che si sposta in un altro paese per realizzare i propri sogni e poi inveire contro i giovani degli altri paesi che vengono in Italia per lo stesso motivo. Ma è più facile farlo se i primi sono expat e i secondi sono migranti. Come al solito c’è chi può e chi non può.

La mobilità del lavoro: conquista o rovina di un paese?

Uno dei successi più sbandierati della UE è l’abolizione delle frontiere [4]:

È la conseguenza della convenzione di Schengen. Siglata nel 1990 ed entrata in vigore il 26 marzo 1995, la Convenzione prevedeva la soppressione graduale dei controlli di frontiera sulle persone tra gli Stati membri. Tra i paesi che fanno parte del sistema Schengen vige pertanto la libera circolazione delle persone, per cui non è più necessario mostrare il passaporto alle frontiere interne.

E fin qui, per carità, nulla da eccepire (a parte per i neri/gli arabi/gli slavi/i cinesi, presumo, come si è visto sopra). Ma la cosa, tuttavia, presenta un piccolo regalo avvelenato. Prendiamo il Portogallo, uno dei paesi più colpiti dalla crisi economica della costruzione economica della UE. Nel paese lusitano si registra [5] un «recent decline in births across Portugal — to 89,841 babies in 2012, a 14 percent drop since 2008» e si prospetta «By 2030, the retired population in Portugal, for instance, is expected to surge by 27.4 percent, with those older than 65 predicted to make up nearly one in every four residents». Il risultato è un paese morente: «But experts predict that the population loss ahead could be beyond even the worst-case predictions of nearly 1 million inhabitants fewer — or almost 10 percent of the current population of 10.56 million — by 2030. That has many here bemoaning the “disappearance” of a nation and asking: Who will be left to support a dying country of old men and women?».

Aggiungiamo al quadro i problemi economici [6] «To that must be added a migratory balance that is also unfavourable to Portuguese demographics. Many foreigners settled in Portugal are beginning to return to their home countries, while the Portuguese themselves, pushed by the crisis and by unemployment, have begun to emigrate at a faster rate than had been seen in previous decades». E «Those that leave are, on average, younger than those who stay. Thus, their departure also lowers the birth rate. Not to mention that many of these Portuguese emigrants, after having gotten a diploma (engineers for example) in the best schools in their country, go “offer” their talents to Germany or Belgium». Il Portogallo, allora, scarica le proprie tensioni demografiche con l’immigrazione.

Ricapitoliamo:

  • I giovani istruiti se ne vanno;
  • Persino i vecchi immigrati si spostano;
  • Le nascite crollano;
  • Il paese invecchia;

Non vi ricorda qualcosa? Tipo il Meridione d’Italia?

Il Sud: terra devastata

Stando al Rapporto SVIMEZ la situazione del Sud è tragica:

Secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla SVIMEZ, nel 2014 il Prodotto interno lordo (a prezzi concatenati) è calato nel Mezzogiorno del -1,3%, rallentando la caduta già registrata l’anno precedente (-2,7%). Il calo è stato superiore di oltre un punto a quello rilevato nel resto del Paese (-0,2%). Non avendo inoltre beneficiato della ripresa europea registrata anche al 8 Centro-Nord nel biennio 2010-2011, l‘economia delle regioni meridionali ha quindi affrontato il settimo anno di crisi ininterrotta: dal 2007 il prodotto in quest’area si è ridotto del -13,0%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,4%).

E:

La flessione dell’attività produttiva è stata molto più profonda ed estesa nel Mezzogiorno che nel resto del Paese, con effetti negativi che appaiono non più solo transitori ma strutturali, e che spiegano il maggior permanere delle difficoltà di crescita e la minore capacità di queste aree di agganciarsi alla ripresa internazionale. La crisi ha depauperato le risorse del Mezzogiorno e il suo potenziale produttivo: la forte riduzione degli investimenti ha diminuito la sua capacità industriale, che, non venendo rinnovata, ha perso ulteriormente in competitività; le migrazioni, specie di capitale umano formato, e i minori flussi in entrata nel mercato del lavoro hanno contemperato il calo di posti di lavoro.

Il risultato sono i NEET o la fuga:

Il profondo divario tra le aspettative delle nuove generazioni in termini di realizzazione personale e professionale e le concrete occasioni di impiego qualificato sul territorio ha determinato negli anni Duemila la ripresa dei flussi di emigrazione. Tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord oltre 1.667 mila meridionali, a fronte di un rientro di 923 mila persone, con un saldo migratorio netto di 744 mila unità. Di questa perdita di popolazione il 70%, 526 mila unità, ha riguardato la componente giovanile, di cui poco meno del 40% (205 mila) laureati. Con riferimento ai giovani migranti in possesso di una laurea si può notare come essi, se pure non costituiscono la maggioranza, rappresentano comunque la parte degli emigranti più dinamica. Se si volge lo sguardo agli ultimi quindici anni, non si può non notare come a fronte di un deciso declino degli esodi di coloro che avevano un titolo di studio al più pari al diploma, i laureati hanno tendenzialmente accresciuto il loro numero di circa mille unità all’anno (sia nel periodo precedente la recessione che negli anni di profonda crisi economica). E’ da notare peraltro che tra i laureati, diversamente dagli altri livelli di istruzione, le donne sono sempre in numero superiore agli uomini.

Ed ecco la demografia:

Nel 2014 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Uni d’Italia: 174 mila. Il calo delle nascite interessa anche il Centro-Nord dove, per la prima volta, il decremento include anche le nascite da coppie con almeno un genitore straniero (che negli anni duemila avevano contribuito ad alimentare soprattutto in quest’area una ripresa della natalità). E’ questo un minimo storico che pone in tutta evidenza la dimensione del problema. Nel 1862 nel Mezzogiorno si registravano 391 mila nati vivi (217 mila in più di oggi) generati da una popolazione di 9 milioni e 600 mila unità, vi corrispondeva un tasso di natalità del 41,3 per mille (oggi pari a circa l’ ,3 per mille). Nel Centro-Nord nel 1862 nascevano 442 mila bambini (113 mila in più di oggi) generati da una popolazione di 16milionie 696 mila unità, vi corrispondeva un tasso di natalità del 26,5 per mille (oggi pari a circa l’8,2 per mille. Negli ultimi 50 anni il Sud ha continuato a perdere popolazione anno dopo anno. Diversamente dal Nord, dove, dopo il picco negativo del quinquennio 1985-1989, la popolazione aveva ripreso a crescere, con una tendenza al rallentamento dal 2009 in poi.

Quanto basta per mettere un epitaffio a un terzo del territorio italiano e bestemmiare contro Garibaldi e soci.

La crisi demografica è per tutti? Sì, ma anche no.

Si potrebbe obiettare che tutti i paesi europei presentano una situazione demografica più o meno disastrosa. Ma all’interno della UE c’è una differenza enorme: non tutti i paesi presentano lo stesso fenomeno migratorio in uscita. Per essere precisi [8]: «Some countries host over 2 million EU migrants, such as Germany (3.7 million), Spain (2.5 million), France (2.4 million) and the UK (2.2 million). Meanwhile, some countries such as Malta, Slovenia, Estonia and Bulgaria host fewer than 10,000 EU migrants».

Immigrazione per paese europeo

Si badi bene che si deve tenere conto anche della dimensione demografica di partenza. Sarà anche vero che «the EU countries with the largest number of people living in other EU countries in 2010 were Romania (2.3 million), Poland (1.9 million), Italy (1.7 million), Germany (1.5 million) and the UK (1.4 million). This means that, of all EU countries, the UK hosts the 4th largest number of EU migrants, and has sent the 5th largest number of people to other EU countries», ma un paese con decine di milioni di persone può permettersi simili numeri, uno con una decina di milioni no.

All’interno del microcosmo UE, allora, alcuni paesi sono o stanno diventando esportatori netti di persone (tipo l’Italia), altri sono o stanno diventando importatori. Il risultato pratico sarà che per alcune aree d’Europa il disastro demografico diverrà un disastro economico e sociale (le pensioni chi le paga?) mentre altre zone del continente compenseranno la propria crisi demografica con gli ingressi da fuori. Neppure l’istituzione di un bilancio europeo risolverà la situazione esattamente come non l’ha risolto nel caso italiano. Un’area economicamente morta è semplicemente sovvenzionata: se non ci sono i giovani o le attività economiche ti limiti a pagare le pensioni ai pensionati. Né più né meno.

Ohibò, la mobilità è un guaio per una nazione

Quando si assiste ai dibattiti sull’immigrazione si può notare l’assenza di una semplice questione: perché si emigra? Per trovare lavoro, anche se si è in fuga da una guerra visto che comunque devi mantenerti. Un paese demograficamente morto non può essere rivitalizzato dai migranti non solo per le questioni d’integrazione culturale, ma proprio perché i migranti in quei posti non ci vanno se non per passaggio. Manca il lavoro, punto.

Si possono citare, quindi, i vantaggi dell’immigrazione [9]:

Dal momento che gli immigrati sono, nella maggior parte dei casi, adulti in età lavorativa, si ritrovano ad essere contribuenti netti del sistema fiscale e soprattutto del sistema pensionistico del Paese in cui risiedono. La forza lavoro che paga tasse e contributi si allarga e questo rende più sostenibile per bambini (scuola) e anziani (pensioni) beneficiare di un adeguato sistema di welfare. In Italia, ad esempio, i benefici netti portati dagli immigrati allo Stato ammontano nel 2012 a 1,7 miliardi di euro. Nonostante siano solamente il 7,4% della popolazione, rappresentano ben il 10% della forza lavoro nazionale. Anche a parità di fascia demografica il semplice aumento della popolazione di uno Stato rende inevitabile l’aumento del PIL. Più popolazione significa più lavoratori, consumatori e imprenditori e questo non fa altro che ampliare la dimensione del mercato interno.

Ma siamo sempre lì: gli effetti sono positivi per il paese che riceve gli immigrati. Ma per i paesi che esportano persone? E per favore, non parlatemi di rimesse. Siate seri.

Alla fine della fiera la retorica sugli expat è tanto luccicosa e glamour, ma nasconde il fatto che l’immigrazione strutturale forzata della parte più competitiva della popolazione in termini economici è una follia. Ed è ancor più folle sostituire un laureato con anni di esperienza o un imprenditore di successo (anche con la quinta elementare) con un tizio che raccoglie pomodori.

Approfondimenti:

_ Immigrazione: http://www.europaoggi.it/content/view/1305/0/

_ Italians in fuga: https://francescaromagnoli.wordpress.com/2013/07/05/italiani-in-fuga-cosa-ci-guadagnano-loro-cosa-ci-perde-litalia/.

_ Eurodisastro: http://www.demos.org/blog/austerity-demographic-disaster-europe.

[1] Cfr. https://francescaromagnoli.wordpress.com/2013/01/21/cosa-non-e-un-expat/.

[2] Cfr. http://blogs.wsj.com/expat/2014/12/29/in-hong-kong-just-who-is-an-expat-anyway/.

[3] Cfr. http://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2015/mar/13/white-people-expats-immigrants-migration.

[4] Cfr. http://www.treccani.it/scuola/archivio/europa/abc_Europa/abolizione_frontiere.html.

[5] Cfr.  http://www.mercatornet.com/demography/view/portugal_another_european_demographic_disaster_story/12396#sthash.xuAvl0YQ.dpuf.

[6] Cfr. http://www.voxeurop.eu/en/content/article/2364411-will-portuguese-be-extinct-2204.

[7] Cfr. http://www.svimez.info/index.php?option=com_content&view=article&id=335&lang=it.

[8] Cfr. http://www.migrationobservatory.ox.ac.uk/briefings/eu-migrants-other-eu-countries-analysis-bilateral-migrant-stocks.

[9] Cfr. http://www.rivistaeuropae.eu/economia/i-benefici-economici-dellimmigrazione/.

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3 commenti su “La retorica degli expat e lo sfascio di un paese

  1. Rettiliano Verace
    16 agosto 2015

    Ottimo articolo, e lo dico da emigrante in UK dalla terronia saudita. Hai dimenticato una cosa nella tua analisi, ossia che spesso gli emigranti se ne vanno portandosi via skills utili. Il chirurgo che mi ha operato e’ romano, il che significa che quando un romano vorra’ operarsi dovra’ aspettare molto di piu’ oppure venire a operarsi qui. Io sono elettromeccanico, so di per certo che i pochi che ancora cercano elettromeccanici in italia devono implorare i pensionati di andargli a fare i lavori dato che non si trovano piu’ giovani con le abilita’ utili. Questo non contribuisce certo a un’eventuale rinascita del paese, anzi…

    • Charly
      16 agosto 2015

      Non dirlo a me: io sono in Polonia…

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Questa voce è stata pubblicata il 16 agosto 2015 da in società con tag , , , , .
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