Charly's blog

Il reddito di cittadinanza: il primo passo verso il feudalesimo tecnologico

Quando si parla di reddito di cittadinanza si assiste sempre alla confusione fra questi e il sussidio di disoccupazione. In quest’ultimo caso si ha a che fare con una misura di welfare volta al sostegno dei redditi fra un’occupazione e l’altra, mentre a rigor di semantica il reddito di cittadinanza è un reddito erogato in quanto cittadini quale che sia il reddito o la situazione lavorativa.

La proposta di legge del M5S al riguardo permette di dirimere la questione [1]. Il reddito di cittadinanza viene definito come «l’insieme delle misure volte al sostegno del reddito per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di rischio di povertà, come definita alla lettera» e «garantisce al beneficiario, qualora sia unico componente di un nucleo familiare, il raggiungimento, anche tramite integrazione, di un reddito annuo netto calcolato secondo l’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’Unione europea, pari ai 6/10 del reddito mediano equivalente familiare, quantificato per l’anno 2014 in euro 9.360 annui e in euro 780 mensili». Allo stesso tempo «Il beneficiario, esclusi i soggetti in età pensionabile, deve fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti» e «Il beneficiario, fornita la disponibilità di cui al comma 1, deve intraprendere, entro sette giorni, il percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo tramite le strutture preposte alla presa in carico del soggetto». In pratica si tratta di un sussidio di disoccupazione universale piuttosto che di un reddito di cittadinanza propriamente detto.

– Le parole sono tutto –

La mia può sembrare pedanteria, ma vorrei ricordarvi che le parole sono estremamente potenti fino a definire il modo in cui vediamo il mondo. Provate a chiedere a un expat o a un immigrato la differenza che si può trovare in una parola o a un razzista e un xenofobo. Senza dimenticare la confusione fra la demagogia e il populismo.

Nel caso specifico il termine sussidio di disoccupazione rammenta una situazione professionale basata sull’assenza del lavoro e, da qui, si passa alla necessità di creare il suddetto lavoro. Solo chi ha il cognome che inizia con “Ichi” e finisce con “no” può essere convinto che in Italia esista un mismatch fra domanda e offerta di lavoro. Semplicemente il lavoro non c’è perché l’economia non tira e non basta aumentare il numero di Centri per l’Impiego per risolvere l’inghippo né tantomeno aumentare la flessibilità in uscita. Le aziende non assumono perché è più facile licenziare, assumono perché hanno bisogno di personale. Certo, per saperlo bisogna averci lavorato in un’azienda e non scrivere paper… o, magari, basta chiedere alle suddette imprese.

– Quella mai letta: la Costituzione Italiana –

La Carta costituzionale sul lavoro è piuttosto chiara è arriva a definire l’Italia «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» [2]. In aggiunta «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (art. 4). Il lavoro, ovviamente, deve essere tutelato: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi» (art. 36). Aver avuto l’Assemblea Costituente piena di comunisti e cattolici qualche vantaggio l’ha portato.

Nel dettato costituzionale si parla di lavoro da cui discende il reddito e non di reddito e poi, forse, di lavoro. D’altronde si dovrebbe far notare che le risorse statali derivano dal ciclo economico e la proposta grillina è stimata « in circa 14,9 miliardi di euro», mentre l’altra proposta in merito di stampo SEL «è nel 2015 pari a circa 23,5 miliardi di euro» [3]. La cifra, in sé, non impossibile specie se si considera che la misura andrebbe a coprire altre misure di sostegno come la Cassa Integrazione se non addirittura le pensioni di invalidità. Le preoccupazioni sulla misura, allora, non dovrebbero essere tanto di stampo ragioneristico ma di stampo sociale e politico.

– Forma mentis: la disoccupazione è un problema di mancato reddito? –

Che definizione date alla disoccupazione? Nel mio caso farei affidamento sulla lingua italiana [4]:

Disoccupazione, definizione.

Si tratta, allora, di mancanza di lavoro e non di sola mancanza di reddito. L’aspetto più buffo della situazione è che si deplora la spesapubblicabruttasporcaecatttiva, specialmente quella dei dipendenti pubblici, ma allo stesso tempo si vuole fornire un reddito minimo a persone che non fanno praticamente niente e che nulla potranno fare in un periodo di tempo prevedibilmente abbastanza lungo. E intanto la situazione della PA è tragicomica fra mancanza di fondi, tagli al personale e un’età media sempre più giurassica:

Concentrandosi sulla pubblica amministrazione, risulta immediatamente evidente come la quota italiana sia la più elevata nell’insieme dei paesi raffigurati: in Italia poco meno della metà dei dipendenti pubblici dell’amministrazione centrale hanno un’età pari o superiore a 50 anni, mentre in Francia e Gran Bretagna, ad esempio, tale quota è al 30%. Successivamente al 2009, sono intervenuti i provvedimenti di aumento dell’età di vecchiaia a 65 anni per le donne del pubblico impiego, anche sulla scorta di una sentenza della Corte europea di giustizia, e la riforma Fornero che porta al superamento delle pensioni di anzianità. Come verrà illustrato meglio nell’ultima sezione, non sarà facile evitare nei prossimi anni un ulteriore forte incremento dell’anzianità media

E quale sarebbe la cosa più logica da fare? Se ti pago tanto vale che ti usi: avevamo visto qualche tempo fa l’idea della PA fluttuante concepita proprio come sistema per assorbire e fornire le competenze necessarie alla forza lavoro. D’altronde è gioco facile notare che i mitici e leggendari paesi scandinavi della flexicurity realizzano il loro giochino con una quantità spropositata di dipendenti pubblici:

Fonte: OECD.

Fonte: OECD.

Non è un concetto difficile da capire, a parte per i soliti il cui cognome inizia con “Ichi” e finisce con “no”.

– Un reddito per ghermirli e nel feudalesimo incatenarli –

A prima vista la concessione di un reddito garantito potrebbe sembrare una leva negoziale data in mano al lavoratore: non accetto il lavoro se non è meglio rispetto a quanto percepisco finora. L’aggiunta di un salario minimo ne risulterebbe un’ulteriore conferma. Ma occhio, c’è la fregatura: l’obbligo di accettare l’offerta di lavoro propalata dei Centri per l’Impiego e il fatto che il salario minimo sarà sì garantito, ma non è di molto superiore al reddito garantito. Se chi tuona contro i dipendenti pubblici poi è disposto a foraggiare i disoccupati un motivo pur vi sarà, no?

Effettivamente il quadro è decisamente più contorto. Il reddito garantito/ sussidio di disoccupazione all’italiana sembra più funzionale a ottenere questi effetti:

  • Non dare fastidio ai ricchi al vertice della società: un cane non è un pericoloso, un lupo lo è;
  • Mantenere l’esercito di riserva di marxiana memoria: i disoccupati rimangono e permettono alle imprese di bloccare i salari. Fai il furbo? Ma se ho 3,4 milioni di disoccupati fra cui pescare…
  • I consumi: perché non si produce più per consumare, ma si consuma per produrre;

Il capitale non ha nessun interesse a far sì che lo Stato si metta a creare lavoro per due semplici motivi:

  • Perde potere di ricatto;
  • Se lo Stato si occupa di un settore non lo può fare il Capitale. E i settori di cui si occupa lo Stato sono settori imprescindibili: sanità, sicurezza, istruzione, welfare;

Ben lungi dall’assorbire la disoccupazione l’effetto di una simile misura è quello di mantenere intatto lo stock di disoccupazione e, nel frattempo, le carenze d’organico della PA permettono di lasciar marcire le fondamenta statali in modo da proporre poi qualche privatizzazione salvifica.

Altro punto dolente è la formazione professionale. Oltre a ribadire che il problema della disoccupazione non viene dal mismatch ma dall’eccesso di offerta lavoro rispetto alla domanda delle imprese, è da notare che la formazione professionale non è affatto una manna per chi lavora. A parte il solito 1% dei lavoratori uber professionisti, la maggior parte dei lavori possono essere coperti con competenze facilmente acquisibili in 3/6 mesi. Esempio pratico: se ho bisogno di 100 programmatori e sul mercato ce ne sono 90 sono costretto a offrire di più per convincerli a lavorare per me. Ma se lo Stato me li forma e li mette pure a lavorare per lo Stato medesimo per fargli fare le ossa – la brillante idea del “volontariato obbligatorio” può essere declinata in molti modi – mi ritrovo nella situazione di avere 100 posti disponibili e 200 candidati. Quanto basta per andare da chi già lavorare e far cortesemente notare che il suo stipendio mi pare eccessivo, non trovate? Ma sono sicuro che la cosa non vi riguarda dato che, ovviamente, siete dei super professionisti. Viene solo da chiedersi perché leggete questo post e non sorseggiate vino con il rettore del MIT…

– This is the end –

Aggiungiamo al quadro la crisi della post-democrazia, lo svuotamento degli organi di rappresentanza e l’impatto brutale della tecnologia sul mondo del lavoro. Quanto basta per vedere i primi segni del feudalismo tecnologico: avere un reddito garantito è un gran bella cosa, ma che cosa succede se quella garanzia è sinonimo di dipendenza?

Approfondimenti:

– Toh, la flessibilità non è un bene: http://www.lavoce.info/archives/36492/loccupazione-non-aumenta-con-la-flessibilita/.

– la crisi della PA: https://www.aranagenzia.it/attachments/article/5189/Rapporto%20Semestrale%201-2013.pdf

– Government at a glance: http://www.oecd.org/gov/govataglance.htm.

[1] Cfr. https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/308596.pdf.

[2] Cfr. http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html.

[3] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/162091.

[4] Cfr. http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=disoccupazione.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 agosto 2015 da in economia con tag , .
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