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I profughi alle porte: le ombre dell’ 11/09 sul continente europeo

Solo tre giorni fa abbiamo assistito all’anniversario dell’attentato dell’11/09 mentre, da alcuni giorni, i telegiornali aprono le news con le immagini dei profughi che bussano alle porte del continente europeo. Questa felice contemporaneità di eventi ci permette di prendere in considerazione il rapporto esistente fra gli americani che entrano a Baghdad e i profughi siriani che superano l’assai poco efficace muro ungherese al confine.

++ Esportiamo la democrazia! ++

Bush jr vinse le elezioni presidenziali con una piattaforma politica sostanzialmente isolazionista. Con un clima intellettuale dominato dalla bizzarra idea della fine della storia era piuttosto logico che gli USA, come al solito, si ripiegassero su sé stessi e sui propri problemi interni. Fino a quando un commando di terroristi decise di dirottare alcuni aeroplani civili e di abbattersi sulle Torri Gemelle e sul Pentagono. Il resto, come si suol dire, è storia.

Presa di sorpresa l’Amministrazione Bush reagì con l’invasione dell’Afghanistan con conseguente eliminazione del regime talebano via forza militare. Subito dopo i piani strategici vennero articolati con maggior precisione facendo leva su questi assiomi:

  • Le società democratiche sono meno violente di quelle dittatoriali;
  • Tutte le società del mondo desiderano diventare amerikane;
  • A forza di regime change possiamo facilmente diffondere la democrazia eliminando il radicalismo islamico;
  • Il regime change sarà la cosa più facile di sempre, si veda il punto n°2;

Forte di questi dogmi l’Amministrazione Bush diede l’avvio all’invasione/liberazione dell’Iraq nel 2003. Il conflitto era inteso come un sostanziale banco prova delle nuove linee strategiche: da lì già si progettava il regime change in Iran, Siria, Libia. Ma non l’Arabia Saudita, ovviamente. Provate a ipotizzare il perché.

++ E raccogliamo i profughi ++

L’esordio fu felice: nessuna sostanziale resistenza militare da parte irachena, soldati americani accolti con bandiere a stelle e strisce, Saddam catturato. Certo, qualcuno si sarebbe potuto chiedere come fosse possibile avere in casa delle bandiere americane sotto un regime dittatoriale (spoiler: fu un atto di spin realizzato dagli americani). L’esito finale, però, fu infelice: l’Iraq divenne uno Stato fallito destabilizzando l’intero Medio Oriente. Anche se in teoria la presenza americana sul suolo iracheno sarebbe dovuta durare poco tempo, le truppe a stelle e strisce rimasero per anni fermando sul nascere il grand tour di esportazione democratica per un paio di continenti. Alla fine Obama si presentò alle elezioni promettendo il ritiro delle truppe dopo che quest’ultime non avevano combinato praticamente niente [1]:

La decisione del presidente George W. Bush di invadere l’Iraq nel 2003 in definitiva può essere ritenuta una delle azioni più sconsiderate nella storia della politica estera americana. Non si avrà un quadro chiaro delle conseguenze della sua scelta se non fra qualche decennio, ma già a metà del 2006 non vi è dubbio che il governo statunitense è entrato in guerra con l’Iraq contando su uno scarso appoggio internazionale e sulla base di informazioni inesatte (circa armi di distruzione di massa e un ipotetico legame tra Saddam Hussein e il terrorismo di Al Qaeda) per occupare irresponsabilmente il paese.

Si dirà che si è imparata una lezione? Certo fino a un paio di anni dopo con la cosiddetta Primavera Araba appoggiata in vari modi dai paesi occidentali (dalla politica all’intervento americano). Il risultato diretto fu la distruzione della Libia per via dell’appoggio occidentale, facendo diventare il paese a sua volta uno Stato fallito, e la guerra civile in Siria. Nel frattempo nel vuoto lasciato dall’Iraq e dalla Siria nasce lo Stato Islamico che si diletta in una campagna di conquista territoriale. Soltanto l’Egitto si tira fuori dal pantano complessivo grazie al colpo di Stato contro l’eletto Morsi senza gli esportatori a stelle e strisce dicano alcunché.

++ Si raccoglie quel che si semina ++

Questa cartina de il Corriere della Sera dimostra i risultati di 14 anni di avventurismo americano in giro per il mondo senza tante inutili parole:

Profughi: chi sono

Ecco il risultato diretto [2]: «Circa un milione nel 2015. È questa l’aspettativa sull’arrivo dei migranti in Germania, espressa dal vicecancelliere Sigmar Gabriel. Lo scrive l’agenzia di stampa tedesca Dpa citando una lettera scritta dal vicecancelliere ai colleghi dell’Spd. Le stime finora si fermavano a 800 mila richiedenti asilo. La pressione delle decine di migliaia di profughi giunti a Monaco di Baviera negli ultimi giorni ha convinto ieri pomeriggio il governo tedesco a tornare sui propri passi, con l’introduzione di controlli ai confini con l’Austria». Al netto di tutti i proclami di poter accogliere tutti i profughi la realtà ha sempre l’ultima parola.

Quanto basta per dare ragione al Primo Ministro della Slovacchia [3]:

Chi ha bombardato la Libia? Chi ha creato problemi in Nord Africa? Non certo la Slovacchia

Insomma è facile giocare ai regime change quando c’è un oceano di mezzo, tanto i cocci li raccogliamo noi che abbiamo solo un mare di mezzo.

Approfondimenti:

_ la lotta rafforza il terrorismo? Cfr.  http://www.archiviostampa.it/it/news/news.aspx?r=relauto&id=1620.

[1] Cfr. http://www.archiviostampa.it/it/articoli/art.aspx?r=relauto&id=7827.

[2] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-09-13/migranti-polizia-monaco-siamo-limite-ministro-ue-fallimento-totale–152903.shtml?uuid=AC1KC5w.

[3] Cfr. http://www.unita.tv/focus/dopo-il-muro-ecco-lidentikit-del-profugo-cosi-muore-leuropa/.

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Un commento su “I profughi alle porte: le ombre dell’ 11/09 sul continente europeo

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Questa voce è stata pubblicata il 14 settembre 2015 da in Uncategorized con tag , .
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