Charly's blog

L’Italia e le politiche degli ultimi 20 anni: l’età dello spaghetti-liberismo? 1° parte

C’è una lamentela assai diffusa nel variegato mondo liberale/liberista: si è soliti attribuire ogni male al neo-liberismo/capitalismo selvaggio/ vattelappesca. Declinando la questione in termini pratici: l’Italia ha adottato politiche di matrice neoliberista? Ovviamente, a loro dire, la risposta è no [1]:

Si legge l’inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere e si apprende che la partecipate a Roma fanno spendere un sacco di quattrini, sprecano risorse pubbliche, regalano livelli di inefficienza paurosa, ma hanno un numero di addetti che la più grande industria privata italiana nemmeno si sogna. La mano pubblica ha creato voragini: ma la colpa è del liberismo (selvaggio). L’assistenzialismo clientelare è il vero motore dell’economia della corruzione, dello spreco, dello stato comatoso delle nostre finanze pubbliche: ma la colpa è del liberismo (selvaggio). Lo Stato allunga i suoi tentacoli ovunque, portando inefficienza e scialo di denaro: ma la colpa è del liberismo (selvaggio).

Per dirimere la questione basta partire da un punto assai ovvio: analizziamo le politiche adottate negli ultimi anni. Da lì si potrà vedere se di neo-liberismo si tratta o di bieco statalismo.

C’eravamo tanti amati: la scomparsa del diritto al lavoro

Partiamo dal lavoro dato che negli ultimi abbiamo potuto assistere a una sfilza di riforme impressionante. Ecco le principali:

  • 1997: Treu;
  • 2003: legge 30, Maroni;
  • 2012: riforma Fornero
  • 2015: Jobs Act;

In aggiunta abbiamo avuto tutta una serie di pacchetti intermedi come quello di Sacconi del 2010 o quello di Letta 2013. I risultati sono stati piuttosto univoci e tutte le riforme suddette hanno puntato, chi più e chi meno, a una maggiore flessibilità del lavoratore. Concetto che se viene tradotto nell’italiano corrente vuol dire una riduzione dei diritti del lavoratore e un aumento della facilità di licenziamento. In una parola “precariato”: il progressivo peggioramento delle condizioni lavorative sia sul piano salariale sia su quello contrattuale con la simpatica invenzione del lavoro a termine.

I risultati di tanto riformare non sono mancati [2]:

In Italia è più facile licenziare che in Germania, ma anche in Francia e Olanda il grado di protezione del lavoro è superiore alla Penisola. E’ quanto emerge dal rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2013-2014 nel quale si illustra l’evoluzione della normativa sul lavoro negli ultimi 20 anni. Alla fine degli anni Novanta l’economia italiana si caratterizzava per una regolamentazione più rigida dei rapporti di lavoro anche rispetto ai principali paesi europei. “Da allora però la situazione del mercato del lavoro italiano è cambiata – scrive il Cnel – e il nostro Paese ha guadagnato un certo grado di flessibilità. Nei ranking dell’Ocse il grado di protezione dei rapporti di lavoro in Italia nel 2013 risultava inferiore a quello francese, e prossimo ai livelli riscontrati in Germania e Spagna. “Considerando congiuntamente il grado di protezione fornito nel caso dei licenziamenti individuali e collettivi, attualmente l’Italia risulta essere addirittura più flessibile della Germania, al cui modello la riforma Fornero si era all’epoca ispirata; anzi, il sistema tedesco risulta ora in cima alla classifica dell’Ocse seguito da Belgio, Olanda, Francia e poi dall’Italia.

Ed ecco qua l’andamento del tasso di disoccupazione:

Tasso disoccupazione

Esiste un legame fra la flessibilità del lavoro e la disoccupazione? Personalmente ne dubito assai, ma vorrei ricordare che fino al 2006 la riduzione del tasso di disoccupazione veniva sbandierato come un successo acclarato delle riforme del lavoro. Chissà perché poi, quando la disoccupazione aumenta ai massimi storici come oggi, allora, non si tratta di un insuccesso delle riforme del lavoro. Che volete, si deve essere flessibili anche sul piano concettuale.

Se si passa sul fronte pubblico la situazione non cambia più di tanto. A netto delle scemenze dell’Oskar Giannetto di turno, i dipendenti pubblici italiani sono pochi in chiave comparativa con il resto del mondo civilizzato:

Fonte: OECD.

Fonte: OECD.

Pochi, in riduzione e con l’età che avanza [3]:

Concentrandosi sulla pubblica amministrazione, risulta immediatamente evidente come la quota italiana sia la più elevata nell’insieme dei paesi raffigurati: in Italia poco meno della metà dei dipendenti pubblici dell’a poco meno della metà dei dipendenti pubblici dell’amministrazione centrale h mministrazione centrale hanno un’età pari o superiore a 50 anni, mentre in Francia e Gran Bretagna, ad esempio, tale quota è al 30%. […] Anche qui, si conferma che la Pubblica Amministrazione italiana è decisamente più “anziana” rispetto alle altre. In Francia, quasi il 6 per cento degli occupati ha meno di 25 anni, ma soprattutto circa il 22% ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. I dati 1 Si tratta del Conto Annuale per l’Italia, del Système d’information sur les agents de la function publique (INSEE) per la Francia e del Public Sector Employment Statistical Bulletin per la Gran Bretagna. Fonte: Indagine 2013 sul pubblico impiego, Forum PA 0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 50 Italia Francia Gran Bretagna Aran Occasional Paper n. 3/2013 Pag. 6 sono simili per la Gran Bretagna, dove circa il 5 per cento dei lavoratori della PA ha meno di 25 anni e il 20 per cento ha tra 25 e 34 anni. In Italia, i lavoratori del Italia, i lavoratori del pubblico impiego sotto i 35 anni sono solo il 10,3 per cento.

Vi sembrano politiche stataliste? A me non pare affatto.

A che serve la scuola? A fare gli stage nelle aziende, che domanda

La verve riformatrice degli ultimi anni non si è fermata al mondo del lavoro in barba a chi si lamenta dello scarso numero di riforme messe in cantiere negli ultimi anni. Dopo il lavoro passiamo alla scuola:

  • 1997: Riforma Berlinguer;
  • 2001: Riforma Moratti;
  • 2008: Riforma Gelmini;
  • 2015: Buona Scuola;

A parte l’assai impalpabile Riforma Berlinguer, le riforme scolastiche hanno avuto come obiettivo primario quello di avvicinare gli studenti al mondo del lavoro. Si è iniziato con le tre I di morattiana memoria (inglese, impresa, internet) per poi passare all’idea di spendere tempo in qualche utilissimo stage in qualche sperduta azienda di provincia (a sua volta contentissima di avere fra le palle dei 16 enni che non possono fare niente, immagino). Più di recente è tornata alla carica l’abolizione del valore legale del titolo di studio – di per sé inutile, ma è un’apripista alla privatizzazione del sistema scolastico – l’adozione di criteri bibliometrici nella valutazione delle scuole e del corpo docente fino a ventilare le solite logore idee della concorrenza fra istituti scolastici. E poi pazienza se la concorrenza porta alla diseguaglianza della formazione ricevuta e al suo asservimento per interessi commerciali. D’altronde, che volete che sia votare con una cittadinanza del tutto impreparata?

Il verdetto, quindi, sul mondo del lavoro e sulla scuola è netto e di neo-liberismo si tratta. Manca solo un aggettivo: neo-liberismo fallito. Eh sì, perché le intenzioni c’erano ma i risultati non sono stati raggiunti in pieno: le liberalizzazioni sono state parziali e gli ordini professionali esistono tuttora, mentre le riforme della scuola non sono mai state per davvero realizzate vuoi per resistenza vuoi per insipienza del riformatore. Un risultato misto, allora, e presumo che sia nella sensibilità di ognuno se prediligere le intenzioni o i risultati. Ma sia come sia di statalismo non c’è traccia né nel mondo del lavoro né nel mondo della scuola, a parte le  municipalizzate.

Al prossimo giro andremo sul facile e prenderemo in esame la tassazione e l’ordinamento complessivo dello Stato.

Approfondimenti:

_  http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-05-21/e-tutta-colpa-liberismo-132216.shtml?uuid=AB7RgBkD.

[1] Cfr. http://archiviostorico.corriere.it/2015/giugno/22/incredibile_leggenda_del_liberismo_selvaggio_co_0_20150622_d9c24084-189f-11e5-a475-9b7c410a8d2d.shtml.

[2] Cfr. http://archivio.internazionale.it/news/lavoro/2014/09/30/cnel-in-italia-piu-flessibilita-licenziamenti-di-germania.

[3] Cfr. https://www.aranagenzia.it/attachments/article/5928/3_Anzianit%C3%A0%20ed%20et%C3%A0%20del%20personale%20pubblico.pdf.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 ottobre 2015 da in politica con tag , , .
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