Charly's blog

L’Italia e le politiche degli ultimi 20 anni: l’età dello spaghetti-liberismo? 2° parte

Alcuni anni fa l’allora Ministro Padoa Schioppa ebbe modo di dire [1]:

La polemica anti tasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente.

Non credo che sia necessario aggiungere che il Ministro venne accolto da pernacchie e sollazzi. Sia come sia questo ci porta al secondo capitolo della nostra piccola indagine sull’eventuale natura statalista dello Stato italiano: la spesa pubblica e le tasse. Dopo il fallimento nella scuola e nel mondo del lavoro troveremo lì i pilastri dello statalismo italiano?

Tasse e spesa pubblica: il mantra dello statalista?

I due elementi in questione, in genere, girano in coppia dato che le tasse servono a pagare le spese dello Stato, la famigerata spesa pubblica. Se si considera la spesa pubblica la situazione è come segue [2]:

Tabella n°1: spesa pubblica come percentuale del PIL

Spesa pubblica % GDP
Slovenia 60,1
Finlandia 57,6
Danimarca 57,1
Francia 57
Belgio 54,4
Svezia 53,4
Austria 50,9
Italy 50,8
Portogallo 50,6
Ungheria 49,7

Ed ecco la situazione per le tasse [3]:

Tabella n°2: Personal Income Tax Rate

%
Svezia 56,90
Portogallo 56,50
Romania 56,50
Danimarca 55,60
Belgio 53,70
Olanda 52
Spagna 52
Finlandia 51,50
Giappone 50,84
Francia 50,30
Austria 50
Slovenia 50
Irlanda 48
Italia 47,90
Germania 47,50

Un piccolo caveat: si deve considerare che sotto il termine “tassa” c’è di tutto e di più. Il tasso aggregato danese, per dire, è superiore a quello italiano ma il livello delle tasse a cui sono soggette le imprese è maggiore in Italia e non di poco, più del doppio.

Sia come sia i valori italiani delle tasse e della spesa pubblica sono sì elevati, ma non sono i più elevati in circolazione. Quel che mi preme sapere è se sono sufficienti valori elevati per definire un’economia statalista: se così fosse, allora, praticamente quasi tutte le economie europee sono etichettabili come tali. Ma se si considera il Competitiveness Index patrocinato dal  World Economic Forum la situazione è come segue [4]:

Tabella n°3: Competitiveness Index, rank europeo e mondiale.

Rank europeo Rank mondiale
Svizzera 1 1
Finlandia 2 4
Germania 3 5
Olanda 4 8
UK 5 9
Svezia 6 10
Norvegia 7 11
Danimarca 8 13
Belgio 9 18
Lussemburgo 10 19

Troviamo sia economie dall’elevato livello di tassazione e dall’elevata spesa pubblica  (i paesi scandinavi) sia i paesi caratterizzati da un basso livello complessivo (Svizzera). Delle due l’una: o non bastano valori elevati di spesa pubblica e di tassazione per essere definiti come statalisti o lo statalismo non è sinonimo di danno per la competitività di un paese. O, magari, lo statalismo è un’altra cosa.

Deus vult: tagliamo le tasse e la spesa pubblica!

Per risolvere il dilemma ascoltiamo Giavazzi [5]:

Ritengo che il motivo vero risieda nel grande spazio che Stato, Regioni e Comuni, in una parola la politica, occupano nell’economia del nostro Paese. Fintantoché quello spazio non verrà ridotto, la spesa si può contenere ma non scenderà abbastanza per abbassare in modo significativo le tasse. Un esempio sono le funzioni esercitate da Regioni e Comuni nella raccolta dei rifiuti o nella produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica, funzioni che potrebbero essere svolte in modo spesso più efficiente da imprese private. Ma la politica deriva benefici economici e talvolta elettorali dalla gestione di queste attività (assunzioni, consigli di amministrazione, gestione degli appalti di fornitura) e quindi ha un incentivo a mantenere pubblico il loro controllo, scaricando sui cittadini il costo dei benefici di cui essa si appropria. Ciò non significa che un Paese stia tanto meglio quanto più limitato è lo spazio occupato dallo Stato. Esistono funzioni pubbliche essenziali per il buon funzionamento di una società: la giustizia, l’ordine pubblico, la difesa, scuola e sanità (il che non significa che non vi debba essere spazio anche per il settore privato). Per altre funzioni tuttavia (ad esempio la raccolta dei rifiuti) bisognerebbe sempre chiedersi se il beneficio, al netto dei costi dell’intermediazione politica, giustifichi l’aumento della pressione fiscale che ciò comporta.

Ecco, allora, cosa s’intende per statalismo. Non si tratta solamente di tasse o spesa pubblica, ma delle onnipresenti partecipate, compartecipate, municipalizzate, eccetera. Che il debito pubblico e le tasse siano figlie delle municipalizzate? Verosimile, ma falso. I più maliziosi avranno notato che Giavazzi non cita la composizione della spesa pubblica né tiene conto dell’ordinamento complessivo dello Stato. Ma di questo ci occuperemo la prossima volta.

[1] Cfr. http://www.corriere.it/politica/07_ottobre_07/irpef_tasse_padoa_schioppa.shtml.

[2] Cfr. https://data.oecd.org/gga/general-government-spending.htm.

[3] Cfr. http://www.tradingeconomics.com/country-list/personal-income-tax-rate.

[4] Cfr.

[5] Cfr. http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_30/meno-stato-tagliare-tasse-8539334c-4ed7-11e5-ad01-b0aa98932a57.shtml.

Annunci

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2015 da in economia con tag , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: