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Il Brexit? Quale che sia l’esito potrebbe essere un disastro in 3 casi su 4

Fonte: Eunews.it

Fonte: Eunews.it

La parola al primo Ministro britannico sul prossimo referendum dedicato alla permanenza di Sua Maestà nel Collettivo Borg nella UE [1]:

“Se le preoccupazioni della Gran Bretagna non saranno ascoltate, cosa che non credo succederà allora noi dobbiamo ripensare se questa Unione europea è giusta per noi”, dovrebbe avvertire domani Cameron chiarendo anche: “Io non escludo nulla”, nemmeno la Brexit. Secondo quanto anticipano i giornali britannici, il premier dovrebbe anche sottolineare che il voto sulla permanenza o meno nell’Ue sarà una delle scelte politiche più importanti che ogni cittadino affronterà nella vita e che il risultato della consultazione, qualunque esso sia, sarà definitivo. “Non dico nemmeno per un momento che la Gran Bretagna non può sopravvivere fuori dall’Unione europea”, ma “la domanda è se avremmo più successo fuori o dentro” l’Ue, dovrebbe chiarire il premier.

Il referendum si dovrebbe tenere nel 2017, ma alcune indiscrezioni hanno fatto trapelare l’idea che si possa tenere l’estate che viene. Solo pochi mesi ci potrebbero separare da un punto di svolta nella storia politica di questo secolo.

La perfida Albione detta la linea

Ecco le condizioni di marca britannica dettate da Cameron per impegnarsi a condurre una campagna elettorale a favore della permanenza nella UE [2]:

1) L’opt-out, cioè la possibilità di chiamarsi fuori, dalla clausola dei Trattati che prevede la partecipazione a un’Unione «sempre più stretta».

2) Sollecita tutele per i Paesi che non partecipano all’Eurozona con il formale riconoscimento che il mercato unico è “multicurrency”, in altre parole che la sterlina potrà godere delle analoghe condizioni di cui godrà l’euro anche quando i Paesi a divisa comune si saranno integrati ulteriormente;

3) Torna a invocare quella «sussidiarietà» che dai tempi di Maastricht resta la parola magica inglese e lo fa rivendicando un maggiore ruolo dei parlamenti nazionali. «Mi rendo conto – ha detto il premier evocando di fatto il il meccanismo del “cartellino rosso” – che un veto potrebbe portare alla paralisi» ma gruppi di parlamenti nazionali, a suo avviso, devono avere il potere di correggere la legislazione comunitaria.

4) Il quarto punto è l’annosa questione dell’accesso al welfare da parte degli immigrati intracomunitari. Londra – ha ribadito ieri il premier considerando la richiesta “non negoziabile” – sollecita una sospensione di quattro anni prima del pieno accesso ai benefici e sussidi dello stato sociale per un cittadino non inglese. In realtà, la Gran Bretagna sarebbe disponibile a estendere le stesse limitazioni ai britannici che rientrano in patria dopo aver vissutro all’estero.

In pratica gli inglesi vogliono farsi i porci comodi: prendere il meglio (libera circolazione capitali e servizi, blocco di politiche a loro avverse) senza pagarne le ovvie conseguenze (la libera circolazione delle persone, l’Euro). Si badi bene che quale che sia la risposta di Tusk in merito il referendum si terrà comunque e il risultato sarà vincolante per il Governo. Con risultati assai poco piacevoli.

Il 75% di disastro… ma per chi?

Se analizziamo, infatti, le possibili combinazioni abbiamo 4 possibili esiti:

  • Tusk rifiuta le condizioni e al referendum vince l’uscita;
  • Tusk accetta le condizioni ma al referendum vince l’uscita comunque;
  • Tusk accetta le condizioni ma al referendum vince la permanenza;
  • Tusk rifiuta le condizioni e al referendum vince la permanenza;

Fra queste solo l’ultima opzione è felice per la UE. Nel primo caso c’è l’uscita semplice dopo il rifiuto del diktat britannico – di questo si tratta – e si tratta di una soluzione meno dolorosa del secondo e del terzo esito. Se il Regno Unito strappa le condizioni, infatti, quale che sia l’esito non si capisce perché mai gli altri Stati non dovrebbero fare lo stesso. Considerate che al momento sono in 27 altri Stati pronti a lanciarsi su negoziazioni bilaterali o a piccoli gruppi…

Ben 3 possibili scenari su 4 sono forieri di noie e grattacapi. Per quanto riguarda l’esito è logico ipotizzare che i prossimi eventi avranno una forte presa sulla campagna elettorale. Dato che per il momento la UE è sinonimo di quote di immigrati obbligatorie grazie alle follie tedesche, di soldi da destinare agli altri (il vaneggiato sussidio di disoccupazione europeo [3]) e persino di regolare la finanza sulla quale il Regno Unito, ormai, si basa e facile ipotizzare che solo una congiuntura positiva possa fare presa sull’elettorato. In caso di peggioramenti potrebbero esserci esiti poco scontati e ci si dovrebbe chiedere se la UE può esistere senza il Regno Unito e, se sì, che tipo di UE possa esistere (sempre più teutonica?).

Ma viene proprio da chiedersi per chi sia il disastro maggiore in caso di Brexit: del Regno Unito o della UE? Sia come sia abbiamo trovato il tormentone dei prossimi mesi:

Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?

Approfondimenti:

_ blitzkrieg britannico in sede europea: http://www.bbc.com/news/world-europe-34763986.

_ brexit: http://www.euractiv.com/topics/brexit.

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[1] Cfr. http://www.eunews.it/2015/11/09/cameron-detta-le-condizioni-allue-riforme-o-pronti-brexit/44784.

[2] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-11-10/lettera-cameron-londra-restera-ue-queste-4-condizioni-o-sara-brexit-113630.shtml?uuid=ACLYktWB.

[3] In Polonia un discreto stipendio non arriva a 700 euro. Secondo voi i polacchi sono disposti a pagare un sussidio di disoccupazione dall’importo maggiore a italiani e finlandesi? Pensate anche alle risposte dei baltici, dei rumeni, dei bulgari…

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Questa voce è stata pubblicata il 10 novembre 2015 da in politica con tag , , .
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