Charly's blog

C’è un conflitto generazionale sulle pensioni? No, non c’è

Di tanto in tanto c’è qualcuno che lancia l’allarme sul conflitto generazionale fra i giovani e i pensionati. Diamo la parola al dottor emerito Oscar Giannino [1]:

Al contrario, il baratro vero che si è aperto è quello della diseguaglianza tra le generazioni (andate a fig.6). Tra il 1995 e il 2014 la ricchezza netta media delle famiglie con a capo chi ha meno di 34 anni è scesa verticalmente, da 100 a 40. Quella con capofamiglia sopra i 65 anni è salita invece da 100 a 160. Vent’anni fa la ricchezza media delle famiglie anziane era di poco inferiore a quella delle “giovani”. Oggi, è tre volte e mezzo superiore. Un dato devastante: ecco il paese “non per giovani”. Perché? Essenzialmente (anche se non solo, concorrono anche le norme sul mercato del lavoro e il nostro sistema della formazione pubblica inadeguato all’occupabilità dei giovani) per le due riforme strutturali delle pensioni, la Dini nel 1995 e la Fornero a fine 2011. Buone riforme nel complesso ma una troppo diluita nel passaggio pluridecennale da retributivo a contributivo; l’altra, assunta per l’emergenza creatasi dopo anni di colpevole sottovalutazione, rapidissima invece nell’innalzare l’età pensionabile. Ma abbiamo lasciato intanto il sistema a ripartizione, in base al quale le pensioni in essere sono pagate da chi lavora oggi. La ripartizione funziona bene quando il PIL cresce, e in assenza di riforme o troppo lente o troppo rapide. Ma quando ci sono discontinuità forti, il sistema a ripartizione diventa uno “schema Ponzi”, una catena di sant’Antonio con vittime e privilegiati: in cui chi fatica di più a ottenere un lavoro perché non ha professionalità formate adeguate, chi non ha continuità contributiva perché è precario, chi non avrà mai in ogni caso pensioni elevate come quelle retributive, si trova a pagare il reddito corrisposto a chi invece il lavoro lo ha ottenuto con molti minori problemi, è andato in pensione presto, e per decenni incasserà un assegno tarato sulla sua ultima retribuzione.

E «Quando Tito Boeri pone il problema dei giovani attuali che solo a 75 otterranno -forse – una pensione pari anche solo al 40% del reddito che avevano faticosamente conquistato, indica in termini di giustizia sociale (ma anche crescita) il problema numero uno del nostro paese. Quello tra generazioni. Pensateci: destiniamo oltre il 17% del PIl a pensioni così distorte, e un quarto all’istruzione, il 4,6% del PIL nel 2014. La proporzione dice tutto». Peccato solo che non esista nessun conflitto generazionale e che il frame utilizzato sia del tutto inadeguato.

—- Diamo i dati: la spesa pensionistica —-

Partiamo come sempre dai dati. Ecco quelli OCSE:

  • In Italia, le pensioni pubbliche hanno assorbito 15.7% del PIL in media durante il periodo 2010-2015, il secondo valore più elevato tra i paesi OCSE.
  • Ad oggi, il sistema di previdenza sociale ha svolto un ruolo importante nel proteggere gli anziani dal rischio di povertà assicurando loro delle buone condizioni di vita rispetto ad altri gruppi di età. Oggi in Italia, 9.3% degli ultrasessantacinquenni vivono in situazione di povertà relativa, rispetto al 12.6%% nella popolazione totale. Le persone anziane hanno un reddito medio superiore al 95% di quello della media nazionale.
  • Una proporzione crescente di lavoratori è confrontato a periodi disoccupazione o al lavoro part-time o precario. Data l’esistenza di uno stretto nesso tra contributi previdenziali e prestazioni pensionistiche, l’effetto di interruzioni contributive avrà un effetto più marcato sulle prestazioni pensionistiche del futuro, con un effetto negativo sull’adeguatezza dei redditi pensionistici e contribuendo possibilmente all’aumento della povertà degli anziani nel futuro.
  • L’effetto di interruzioni di carriera e di ritardi nell’entrata sul mercato del lavoro potrebbe essere più elevato in Italia che nei paesi OCSE in media. Nonostante la presenza di alcuni meccanismi che permettono di ridurre in parte l’effetto di carriere interrotte (come l’aumento dei coefficienti di trasformazione per le donne con figli e i contributi versati durante i periodi di disoccupazione) in Italia mancano degli ammortizzatori efficaci che proteggano la pensione dall’effetto di interruzione di carriera.
  • Il rischio di povertà si è trasferito nel tempo dagli anziani ai giovani: circa il 15% delle persone di età compresa tra i 18 e i 25 anni sono povere (con la povertà definita come la percentuale di persone con redditi al di sotto della metà del reddito mediano equivalente delle famiglie) rispetto al 9% per gli ultrasessantacinquenni.
  • Per una gran parte dei dipendenti del settore privato i contributi previdenziali sono i secondi più elevati dell’OCSE pari al 33% del salario (23,8% a carico dei datori di lavoro e 9,2% dei lavoratori). Ne risulta che, l’Italia ha le entrate contributive più elevate (in percentuale del PIL) dell’OCSE dopo la Grecia e la Spagna, entrate che sono necessarie per pagare le pensioni correnti.
  • Per le carriere stabili e lunghe tra i 20 e i 67 anni, il sistema permetterebbe ai pensionati futuri di ottenere alti tassi di sostituzione netti: 81,5% per i lavoratori a salario medio rispetto al 65,8% in media nell’OCSE.
  • Anche se la normale età pensionabile raggiungerà i 67 anni nel 2019 sia per gli uomini e le donne e aumenterà automaticamente in linea con la speranza di vita a 65 anni d’età dopo il 2018, la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico richiede ulteriori sforzi negli anni a venire.

Pensioni, Italia e OCSE

Anche il FMI ha lanciato l’allarme in merito alla copertura della spesa previdenziale [2]:

Il monito è dell’altro ieri e l’ha lanciato il Fondo monetario internazionale. Senza toccare le pensioni il taglio della spesa pubblica italiana rischia di essere aleatorio. Questo il senso del messaggio dell’organismo internazionale. Del resto quando per le pensioni si spende il 30% degli 800 miliardi del totale della spesa pubblica italiana non si può far finta di niente. Nel 2013 la spesa per le sola previdenza è stata infatti di 254 miliardi, il 16,3% del Pil. Solo due anni prima nel 2011 la spesa previdenziale era stata di 243 miliardi, quindi con un incremento di 11 miliardi secchi, con un aumento del 4,5% in soli due anni. Questo mentre il Paese perdeva quote di Pil. Non è un fenomeno nuovo. Già la relazione Giarda denunciava che non c’è capitolo della spesa pubblica che salga così tanto come quella legata alle prestazioni previdenziali.

D’altronde finora non si è fatto nulla per comprimere la spesa… o no? Ecco le ultime riforme in merito:

  • Riforma Amato 1992;
  • Riforma Dini del 1995;
  • Riforma Maroni 2004,
  • Riforma Prodi 2007;
  • Riforma Fornero 2011

Com’è possibile, allora, che al netto di tutte le riforme la situazione sia così deleteria? Proviamo a dare un’occhiata alla demografia:

Demografia Italia

Demografia Italia

Assai banalmente, l’Italia spende tanto perché è uno dei paesi più vecchi del pianeta e non per chi sa quali reconditi motivi. Analizzando gli importi degli assegni previdenziali, infatti, si scopre che non si sono i margini per intervenire [3]:

Quasi un pensionato su due, il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni di individui, percepisce un reddito pensionistico medio inferiore a mille euro mensili. Tra questi, il 12,1% non arriva a 500 euro al mese. È quanto si legge nel bilancio sociale 2014 dell’Inps, secondo cui nelle classi di importo più basse sono concentrate le donne. Dei 15,5 milioni di pensionati, 724 mila, pari al 4,6%, hanno un reddito medio mensile di oltre 4.300 euro. Il reddito medio più basso è dei pensionati residenti al Sud: 1.151 euro; al Nord si sale a 1.396 euro, mentre al Centro si arriva a 1.418 euro. La classe di età più numerosa tra i pensionati è quella dei 70-79enni, con circa 5,3 milioni di soggetti, con un reddito pensionistico medio mensile di 1.339 euro, seguita dalla classe immediatamente successiva degli ultra 80enni che sono circa 4 milioni e hanno un reddito medio mensile di 1.297 euro. La classe dei 65-69enni è costituita da quasi 3 milioni di soggetti, con un reddito pensionistico medio mensile di 1.464 euro, mentre alla classe dai 60 ai 64 anni appartengono 64 1,7 milioni di soggetti con un reddito medio mensile di 1.547 euro. I pensionati con meno di 60 anni sono complessivamente circa 1,6 milioni.

Si può sostenere quanto si vuole che «Le pensioni retributive, infatti, sono caratterizzate da uno scarso collegamento tra contributi versati e prestazioni ricevute: in alcuni casi, la differenza può essere interpretata come intervento assistenziale; in altri – e sono la stragrande maggioranza – configura un vero e proprio “regalo” messo a carico della collettività. Un sistema a ripartizione è finanziariamente sostenibile quando restituisce al lavoratore, sotto forma di pensione, i contributi versati, capitalizzati a un tasso pari al tasso di crescita dell’economia. La formula retributiva ha per troppo tempo sistematicamente violato il principio della sostenibilità, offrendo un “rendimento” (un interesse annuo sui contributi)   assai superiore a quello finanziariamente sostenibile» [4], ma si dovrebbe anche dire quali e quanti assegni previdenziali si dovrebbe tagliare. Ve l’avevo detto, no? Il problema è la vecchiaia in quanto tale, non le pensioni in sé.

—- Il lavoro: è quello il problema —-

Se poi passiamo alla ricchezza e al reddito, la situazione è come segue [5]:

Secondo la Banca d’Italia i redditi degli over 55 sono i più elevati in assoluto: molto più di quelli dei giovani. Se poi mettiamo le cose in prospettiva ci accorgiamo che questi ultimi, in proporzione, da vent’anni a questa parte guadagnano sempre meno. Al contrario gli unici redditi relativi che salgono, dal 2006 in avanti, sono proprio quelli delle generazioni più anziane. Dieci anni il reddito di un 65enne era più o meno nella media, mentre oggi la supera del 14%. Chi nel 1995 aveva da 19 a 35 anni poteva aspirare a un dignitosissimo stipendio più o meno uguale alla media italiana – oggi non più. […] Quello che non va – che non va davvero – è il modo in cui le cose sono cambiate nel tempo. Dal 1991 la ricchezza relativa degli under 35 è diminuita del 76%, mentre quella degli over 65 è aumentata di oltre il 50%. Se nel 2002 i “giovani” avevano una ricchezza pari a circa l’80% della media, dieci anni più tardi cala al 17%: per questi ultimi si aggira ormai sui 24mila euro, mentre per gli over 65 supera di poco i 150mila euro. E attenzione: per ricchezza non s’intendono elicotteri o ville con piscina o chissà quale lusso; anche solo una piccola casa in cui vivere fa già molto.

In linea generale non si dovrebbe confondere la ricchezza con il reddito visto che sono due cose differenti. Di per sé non è strano che i più anziani siano messi meglio: scatti di anzianità, investimenti, risparmi per una vita spesa al lavoro. Più interessante, invece, è il calo subito dalle coorti d’età più giovani. Ma vi sembra possibile che la cosa sia attribuibile alla spesa pensionistica? Il reddito si forma tramite il lavoro ed è qui che si deve cercare la causa: il precariato ha distrutto il reddito dei più giovani con contratti a tempo e retribuzioni inferiori. Non ci vuole un genio per capirlo: il problema dei redditi è il problema del lavoro, non della spesa previdenziale.

E cosa ci dice la BCE in merito? Questo [6]:

Se la ripresa dell’Eurozona ha portato a una crescita generalizzata degli occupati in tutta l’area, in particolare in Germania e in Spagna, in Italia “l’occupazione complessiva è rimasta pressochè invariata, in controtendenza rispetto all’insieme dell’area dell’euro e alle sue economie più piccole”, si legge nel documento. Il confronto appare sfavorevole rispetto a tutte le economie dell’Eurozona colpite dalla crisi del debito: non solo Spagna ma anche Portogallo, Irlanda e persino Grecia, dove si è verificato invece un aumento dell’occupazione “marcato”. L’economia iberica guadagna la palma di Paese dell’Eurozona che – dal secondo trimestre 2013 – ha segnato il maggior aumento degli occupati dell’Eurozona, con 724 mila addetti in più. In Italia, invece, la cifra è inferiore di quasi sei volte: 127 mila occupati in più nello stesso periodo. Ecco perché gli economisti dicono che, nel Belpaese, l’impatto della crisi è “persistente” sul mercato del lavoro. Per altro, l’aumento degli occupati in Italia, “più modesto” che in altri Paesi europei, “è dipeso per il 63 per cento da posizioni a tempo parziale”.

Morale? Se i giovani sono messi male è colpa del mercato del lavoro e non per i 500 euro che vengono dati mensilmente alla signora Mariuccia. Ma anche qui abbiamo un’altra applicazione del pensiero magggico liberista: la colpa è dei pensionati e non della ridicola guerra condotta contro il lavoro da parte del capitale a suon di strampalate riforme occupazionali. D’altronde Giannino è ancora convinto che i problemi occupazionali siano dovuti alla formazione scolastica.

Generazione senza reddito

Si vede che non si fanno figli per la mancata formazione e non per la mancanza di reddito [7]:

Sempre meno figli per gli italiani. Calano infatti le nascite, per la prima volta anche fra le mamme straniere che finora hanno tenuto alto il livello demografico del nostro paese, e calano anche i decessi. Cinquemila neonati in meno nel 2014 rispetto all’anno precedente e circa 4 mila morti in meno. È il quadro demografico tracciato dall’Istat in un rapporto in cui sono stimati gli andamenti nel 2014 e in cui si sottolinea che il tasso di natalità è «insufficiente a garantire il necessario ricambio generazionale». La popolazione residente ha raggiunto i 60 milioni 808 mila residenti (compresi 5 milioni 73 mila stranieri) al primo gennaio 2015 mentre i cittadini italiani continuano a scendere – come ormai da dieci anni – e hanno raggiunto i 55,7 milioni (-125 mila rispetto all’anno precedente).

L’effetto collaterale di questa situazione, inoltre, è che così si taglia la base su cui poggia la spesa previdenziale sia sul piano demografico (la natalità è ai minimi storici) sia in termini finanziari: senza reddito non c’è tassazione. Tutto annunciato: Boeri non salverà baracca.

Approfondimenti:

_ OCSE: http://www.oecd.org/italy/PAG2015_Italy.pdf.

_ Banca d’Italia, reddito delle famiglie: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2014/suppl_64_15.pdf.

_ la natalità: http://italiadallestero.info/archives/20529.

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[1] Cfr. http://www.leoniblog.it/2015/12/04/a-chi-dice-giu-le-mani-da-pensioni-reddito-giovani-60-anziani-60/.

[2] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-09-21/il-monito-fmi-e-insostenibile-peso-pensioni-170145.shtml?uuid=ABCWGrvB.

[3] Cfr. http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_20/inps-assegno-sotto-mille-euro-quasi-1-pensionato-2-14f527aa-770c-11e5-be66-1fe1580f106c.shtml.

[4] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/27225/il-regalo-del-retributivo/.

[5] Cfr. http://www.wired.it/economia/lavoro/2015/05/12/pensioni-ricchi-poveri-furto/.

[6] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/2015/12/17/news/bce_ripresa_economica_pil-129654298/.

[7] Cfr. http://www.corriere.it/cronache/15_febbraio_12/istat-calo-nascite-2014-livello-minimo-dall-unita-d-italia-bbed5a68-b2be-11e4-9344-3454b8ac44ea.shtml.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 dicembre 2015 da in società con tag , , , .
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