Charly's blog

Stage scuola – lavoro? L’illusione delle soft skills

Un cavallo di battaglia delle politiche governative in merito all’istruzione e la leggendaria e famigerata distanza fra la scuola e il mondo del lavoro [1]:

Nel panorama di dati sulla scuola e l’università pubblicato oggi dall’Ocse, risalta ancora una volta la difficoltà dei giovani italiani a trovare un lavoro. La novità fotografata dai dati dell’Ocse è che la difficoltà dei giovani influenza, a monte, le scelte dei ragazzi e delle loro famiglie, rischiando di compromettere gli investimenti nell’istruzione. Con le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro, la motivazione dei giovani italiani nei confronti dell’istruzione è infatti diminuita.  […]La distanza tra il mondo dell’istruzione e il sistema produttivo non è nuova. Gli effetti nefasti di questa situazione però sono stati accentuati dalla crisi. Né tutte le colpe sono da imputare alla scuola e all’università. Basti riflettere sul fatto che in Italia, solo un adulto su quattro (tra i 25 e i 64 anni) ha seguito nel 2012 una formazione per migliorare le proprie competenze – nei paesi nordici e nei Paesi Bassi, sono circa due adulti su tre. A riprova del fatto che il dialogo tra formazione e lavoro è balbettante, dai due lati.
Come si esce da questa situazione? Il sistema di istruzione, in particolare la formazione professionale nelle scuole, nel post-secondario e anche nelle università, devono essere al centro di una strategia per creare e valorizzare le competenze di cui l’economia ha bisogno. Occorre avvicinare scuole e università al mondo del lavoro, non perché lo chiede l’Ocse, ma perché lo pensano i ragazzi e le famiglie che non trovano, nel sistema attuale, la speranza di un futuro migliore.

Altro non è che il figlio degenere dell’idea del mismatch fra la scuola e il mondo del lavoro di spaghetto-liberista memoria.

—- A scuola e a lavoro! —-

Diamo la parola al MIUR [2]:

…L’alternanza scuola-lavoro consiste nella realizzazione di percorsi progettati, attuati, verificati e valutati, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con le imprese, o con le rispettive associazioni di rappresentanza, o con le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o con gli enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore, disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa, che non costituiscono rapporto individuale di lavoro art.4 D.Lgs. 15 aprile 2005, n. 77

E  per concludere [3]:

La Buona Scuola ha fatto fare un “balzo in avanti al rapporto fra scuola e lavoro”, ricorda il Ministro. L’alternanza diventa da quest’anno “un elemento strutturale dell’offerta formativa”. Con almeno 400 ore da effettuare negli ultimi tre anni degli istituti tecnici e professionali e 200 nei licei. “Si tratta di una vera e propria rivoluzione, che questo Governo ha inteso sostenere anche finanziariamente con una dote di 100 milioni di euro all’anno”, ricorda Giannini nella lettera di accompagnamento. “Siamo pronti a partire: quest’anno avremo almeno 500.000 ragazzi impegnati obbligatoriamente nell’alternanza. A regime, sul triennio, saranno circa 1 milione e mezzo gli studenti coinvolti”.

Benvenuti nell’epoca delle riforme renziane! Solo una domanda: ma sotto gli slogan c’è qualcosa?

—- I patemi di un percorso scolastico: generico o specialistico? —-

Analizziamo in dettaglio la cosa. Nel discorso abbiamo due attori da mettere in relazione:

  • Lo studente;
  • L’azienda;

In un rapporto lavorativo, stage compreso, il lavoratore offre le proprie prestazioni in cambio di un salario. In questo caso del salario, giustamente, non c’è traccia, ma non si nota piuttosto curiosamente che non c’è traccia neppure delle prestazioni. Uno studente al 4° o al 5° anno è in grado di offrire una prestazione lavorativa? Non del tutto, infatti dopo la conclusione del percorso scolastico ci sono stage e tirocini in attesa. Significa, in termini pratici, che l’apporto pratico dello stagista alla vita aziendale è assai ridotto se non persino nullo. A meno che non si disponga di un profilo esperto, quando si approda in un nuovo contesto aziendale si spendono i primi giorni, se non addirittura le prime settimane, a capire che cosa fare. Gli stage scolastici hanno una durata di 200 o 400 ore: 5/10 settimane full time o 10/20 settimane part time. Fatevi due conti.

Un altro elemento da tenere conto è che non tutti i percorsi scolastici sono professionalizzati, i licei, mentre gli stage non sono vincolati all’indirizzo scolastico. In termini pratici può essere che un liceale classico si ritrovi in un’azienda che produce elementi siderurgici e che un tecnico informatico finisca in un museo. Questo rafforza ulteriormente il punto precedente: che cosa fate fare al liceale classico o al tecnico informatico? Anche volendo loro insegnare il mestiere in merito, spostando fra l’altro una risorsa dal lavoro al tutoraggio, è più lecito aspettarsi che una volta finita l’esperienza gli studenti tornino ai propri progetti originari. E perché un’azienda lo dovrebbe fare? A parte per gli eventuali contributi pubblici.

Questa considerazione ci porta al punto successivo: perché mai un’azienda dovrebbe investire e formare una risorsa umana che potrebbe e vorrebbe fare tutt’altro? Perché io, azienda, devo prendere una risorsa che può offrire poco o nulla, formarla, per poi vederla andare via? È più logico pensare che nel caso l’azienda potrebbe essere interessata solo a eventuali contributi pubblici, parcheggiando poi lo stagista da qualche parte a fare le fotocopie. Al riguardo abbiamo già un esempio pratico con i vari progetti di mobilità europei: non aspettavi chissà quale esperienza lavorativa.

Vi chiedete a cosa sia dovuta questa mancanza di vincolo? Ufficialmente per lasciare una maggiore flessibilità alle scuole, ma il mio lato cinico vede la presenza di un altro vincolo: quello geografico. Per attivare uno stage bisogna trovare un’impresa e non credo che debba spiegare come le performance economiche locali in Italia siano variabili da un posto all’altro. Un contro è trovare un’azienda in Brianza, un altro nel Salento. Va da sé, ovviamente, che l’azienda avrebbe un forte interresse nel caso opposto con un profilo professionalizzante vincolato all’indirizzo scolastico.

 

—- Sempre quelle: le soft skill —-

Scava scava, nel progetto scolastico si trovano, ancora una volta, le soft skills [4]:

«Per noi l’alternanza non ha un valore propedeutico al lavoro – conferma la preside del liceo classico Tito Livio di Milano, Amanda Ferrario -. E quindi ai nostri studenti non serve l’apprendistato, ma imparare a sapersi muovere nel mondo, a gestire progetti, a usare correttamente il linguaggio. Infatti i miei studenti vanno negli ospedali – dove hanno fatto di tutto, dalla sala operatoria ai compiti amministrativi alla corsia -, negli uffici della Commissione europea, negli studi legali e notarili, nei teatri, in case discografiche ed editrici, nelle tv locali, in biblioteche e università: tutte esperienze che li fanno tornare in classe motivati, volenterosi e più pronti».
Il segreto? «L’orientamento e la formazione – conclude la deputata pd Simona Flavia Malpezzi, paladina dell’alternanza – permette ai nostri ragazzi di fare la scelta vincente per il futuro».

Ma sono l’unico che non conosce nessuno che durante gli studi non abbia lavorato come cameriere, operatore di call center, cassiere o porta pizze, animatore? A quanto pare la balzana idea di Poletti che si possa imparare qualche skills professionale spostando casse di frutta si è fatta strada: mala tempora…

Assai più interessante, invece, è il discorso di introdurre corsi di programmazione dedicati al Coding: IT skills, non soft skills. Tutti gli studenti, chi più chi meno, entrano a contatto con il mondo del lavoro. Le skills, invece, non sono così facili da trovare e conseguire.

Approfondimenti:

_ programmare, il futuro: http://www.tecnicadellascuola.it/item/5949-il-coding-cos-e.html.

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[1] Cfr. http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2014-09-09/numeri-figli-distacco-il-mondo-istruzione-e-lavoro-180620.php?uuid=ABbGV1rB.

[2] Cfr. http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ifts/area-alternanza-scuola-lavoro.

[3] Cfr. http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs081015bis.

[4] Cfr. http://www.corriere.it/scuola/medie/15_settembre_18/ospedali-musei-studi-legali-19bb3284-5dc6-11e5-9dfc-2c0d272590d9.shtml.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2015 da in società con tag , .
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