Charly's blog

Sull’immigrazione: buonisti? No. Faciloni? Sì.

L’immigrazione è sempre stato un tema spinoso e preminente nella politica italiana, basti ricordare il manifesto elettorale leghista che scomodava i nativi americani:

lega_pellerossa

Fonte: donzauker.it.

La recente crisi siriana ha portato, poi, alla ribalta un nuovo frame ideato dalle forze politiche conservatrici: il buonista. Leggiamo [1]:

I buonisti sono quelli che fanno della bontà un’ideologia. E quando la bontà diventa ideologia perde la sua fragranza personale, concreta, per trasformarsi in un astratto, impersonale. Spesso diventa di facciata o, peggio ancora, di comodo, vessillo da innalzare, magari condito di insulti per chi la pensa diversamente. Essendo di facciata, invece di trovare soluzioni concrete, trova soluzioni di facciata, in linea con il politically correct. Conseguentemente, invece di offrire soluzioni ai problemi, finisce per crearne degli altri. Quando, in particolare, li si interpella sul tema dell’emergenza immigratoria, i buonisti predicano l’accoglienza come soluzione e si inalberano. Non che l’accoglienza sia un valore di esclusiva loro pertinenza, ma quello che caratterizza i buonisti è che la richiedono in modo indiscriminato, a prescindere dalle differenze fra chi fugge la guerra o la fame, fra i profughi o i migranti economici, a prescindere dalle conseguenze che ne possono seguire.

Per quelli meno sofisticati non manca lo slogan: prima gli italiani. Semplice, no? No.

—- Come farla facile per un problema complesso: l’immigrazione —-

Abbiamo già avuto modo di vedere che raramente i progressisti prendono in considerazione i problemi della convivenza multiculturale. Al massimo citano una generica “integrazione” e sulla necessità di investire risorse in merito. A mancare del tutto, però, è una chiara definizione del termine:

  • S’intende una condivisione dei valori e dei costumi dei nativi? E cosa si fa in caso di rifiuto? In merito il progressista tace;
  • S’intende il pieno inserimento lavorativo e sociale? Solo una domanda: voi siete in grado d’imparare l’arabo in 3 mesi? E perché un arabo dovrebbe essere in grado di apprendere l’italiano in meno di 3 mesi? E senza la conoscenza linguistica che professione si può esercitare?

Sempre in merito all’ultimo punto l’Istat evidenzia un aspetto assai interessante [2]:

Il 29,9% degli occupati stranieri 15-74enni dichiara di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al titolo di studio conseguito e alle competenze professionali acquisite, percentuale che scende al 23,6% tra i naturalizzati e all’11,5% tra gli italiani. Più spesso degli uomini le donne percepiscono di svolgere un lavoro poco adatto al proprio titolo di studio e alle competenze maturate, soprattutto quando si tratta di straniere (sono stimate circa quattro occupate su dieci). Polacche, ucraine, filippine, peruviane, moldave e romene sono le più penalizzate. Non essere italiano dalla nascita rappresenta un ostacolo per trovare un lavoro, o un lavoro adeguato, per il 36,2% degli stranieri e il 22% dei naturalizzati. La scarsa conoscenza della lingua italiana (33,8%), il mancato riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero (22,3%) e i motivi socio-culturali (21,1%) sono i tre ostacoli maggiormente indicati dal campione intervistato.

Nulla di eclatante visto che è anche il migrante italiano si ritrova con lo stesso problema. È da notare che il profilo del migrante – migrante, non expat – italiano è abbastanza elevato [3]: «L’anno scorso l’Aire ha tracciato un identikit degli italiani espatriati: sono oltre 4 milioni, in media quarantenni, senza sostanziali differenze tra uomini e donne. Quasi la metà ha una laurea o un diploma. L’altra metà no, ed è il segno che l’emigrazione si è estesa – come accadeva decenni fa – alla manodopera. Lo dimostrano i 3500 italiani che nel 2013 sono emigrati in Cina: imprenditori, laureati ma anche cuochi, attratti dal boom della ristorazione italiana in Oriente che cresce a due cifre. L’Asia è la nuova frontiera: nell’ultimo anno gli approdi sono cresciuti di quasi il 20 per cento». In pratica assistiamo a uno scambio ineguale fra migranti italiani di elevata professionalità con migranti stranieri impiegati in profili di basso livello quale che sia la professionalità e il titolo di studio.

E vorrei anche ricordare che in questo momento abbiamo più di 3 milioni di disoccupati. E qualcuno potrebbe chiedere perché mai s’impiegano tante risorse per gli stranieri e non per gli italiani. Il che ci riporta allo slogan di sopra, quel “prima gli italiani”. Ma è più facile gridare “populisti” invece che farsi una domanda e dare una risposta.

Ma al di là di questo abbiamo un problema concettuale relativo ai numeri [4]:

Oltre 62mila arrivi nel 2011, 13mila nel 2012, 43mila nel 2013, più di 200mila nel 2014 e oltre 350mila nei primi 8 mesi del2015. Sono questi i numeri degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane e greche dopo lo scoppio delle Primavere arabe. Un trend crescente che, sostiene Gian Carlo Blangiardo, professore di Demografia all’Università Bicocca di Milano ed esperto di flussi migratori della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità), non giustifica però chi parla di invasione: “Sono speculazioni che si leggono sui giornali o che escono dalla bocca di alcuni politici. Non si può parlare di invasione se sbarcano centinaia di migliaia di persone in un continente come l’Europa che conta una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti”. Il discorso è diverso per il termine “emergenza”: “Ѐ oggettivamente una situazione di emergenza – continua il professore – ma la causa non è il crescente numero degli immigrati, bensì la mancanza di preparazione e programmazione dei Paesi dell’Unione Europea. Nei prossimi 20 anni potremmo parlare di milioni di arrivi, quella potrebbe diventare la vera emergenza”.

Spesso si sente dire che un milione di siriani non è un invasione per un continente di 500 milioni di abitanti, peccato che ci si dimentichi di alcuni dati:

  • Al netto delle immagini televisive, nella maggior parte dei casi non abbiamo a che fare con donne e bambini, ma con uomini. Ne consegue che quel milione deve essere moltiplicato per 4 o per 5 per via dei ricongiungimenti familiari;
  • Questi numeri sono quelli relativi a quest’anno e il fenomeno non si è affatto esaurito;

E soprattutto si dimentica che il mondo non finisce con la Siria:

La Siria non è un Paese estremamente povero e popoloso come quelli dell’Africa sub-sahariana. La guerra prima o poi finirà e la situazione rientrerà. Ma nei prossimi 20 anni, la Nigeria avrà 40 milioni di persone in più di oggi in età da lavoro, mentre l’Etiopia 25 milioni. Non parlo di calcoli ipotetici, questi sono i bambini che oggi hanno 10 anni e tra 20 saranno trentenni. Chi darà loro lavoro, cibo, acqua e assistenza? Se non iniziamo a pensare di aiutare questi Paesi a svilupparsi economicamente, creando infrastrutture, rilanciando l’economia e, perché no, organizzando migrazioni circolari (trasferimenti periodici fuor dal Paese per lavori stagionali, quando la richiesta è più alta, ndr), sarà con questi numeri che avremo presto a che fare”.

Certo, non è chiaro perché la follia demografica degli altri debba essere pagata dagli europei. Rimane, quindi, la solita opzione del “aiutiamoli a casa loro” celebrata tanto a destra quanto a sinistra.

—- Il pensiero magico applicato all’immigrazione —-

Se il problema è che non si vogliono o non si possono prendere in carico gli immigrati, allora, tanto vale agire sulle cause della migrazione. Sradichiamo la povertà e il gioco è fatto. Già, vi presento lo Svimez [5]:

Nel 2412 il Pil procapite del Mezzogiorno potrebbe, forse, raggiungere quello del resto del Paese, secondo le previsioni del Rapporto 2012 della Svimez. Crisi permettendo, ci vorranno circa 400 anni. Ma potrebbero essere molti di più, perchè la recessione ha colpito duro sulla parte più povera d’Italia, dove i redditi dei cittadini non raggiungono il 60% di quelli del Centro-Nord, i consumi non crescono da quattro anni e di lavoro non ce n’è.

Sul rapporto fra il Nord e il Sud Italia si può dire di tutto, ma non che si sia mai lesinato in termini finanziari senza, però, conseguire i risultati prefissati. Le motivazioni sono molteplici e partono da alcuni limiti delle politiche in sé:

  • I finanziamenti vengono gestiti da un corpo intermedio politico che agisce in termini clientelari danneggiando il ciclo economico;
  • I finanziamenti permettono di vivere a debito piuttosto che creare un tessuto produttivo;
  • L’immigrazione impoverisce le risorse umane del luogo e la domanda interna,
  • Vista la situazione vengono stanziati ulteriori finanziamenti con il ciclo che riprende;

Per poi approdare ai limiti propri dei rapporti di forza geopolitici. Nel caso dei paesi africani, oltre alle politiche di imperialismo economico o di scambio ineguale, si deve anche registrare il protezionismo. Circa metà del bilancio europeo viene assorbita dalla PAC: altro non è che dazi e sovvenzioni a favore dei coltivatori europei. Così facendo, ovviamente, si tagliano le gambe ai prodotti agricoli degli altri. D’altronde la mentalità è questa:

Promuovere e difendere i prodotti della nostra terra. Questa la ricetta che arriva dalla Festa dell’agricoltura di Mirano, un periodo delicato per il settore non solo per il maltempo, caratteristica di quest’estate, ma ora ci si è messo pure l’embargo russo sui prodotti dell’Unione europea. Le aziende iniziano a soffrire e già qualcuna, vedi la “Gambato Barbara e Paolo” di Noale, ha già cominciato a non rinnovare i contratti degli stagionali: da oggi ne resteranno a casa due. Stamani ci sarà un incontro con il presidente regionale Clodovaldo Ruffato; ci saranno i parlamentari ed eurodeputati veneti per trovare una via d’uscita, pena il rischio collasso per molti imprenditori. «È importante in questo anno difficile per la produzione» dice il consigliere veneto del Pd Bruno Pigozzo «che ci sia la consapevolezza di considerare strategico il settore agricolo per lo sviluppo del Paese e la salvaguardia del territorio. Lo deve essere anche per dare lavoro, in particolare ai giovani».

Salvo poi celebrare l’export [7]: «”Il 2015 e’ stato un anno record, toccheremo 36 miliardi di euro di export di agroalimentare, il record assoluto”. Maurizio Martina traccia un bilancio in positivo per il settore agroalimentare italiano nel 2015 e anticipa che anche il 2016 sara’ cruciale e il modello italiano puntera’ su green e Made in». In pratica si celebra il proprio export e si depreca quello degli altri! Lo stesso atteggiamento che porta a celebrare le aperture delle pizzerie nel mondo salvo poi piagnucolare per il kebabbaro sotto casa. Allo stesso tempo l’apertura del mercato agricolo potrebbe significare la distruzione dell’agricoltura europea con tutte le conseguenze del caso.

La conclusione è scontata: non esiste una soluzione economica rapida e semplice e per amor di brevità non cito i conflitti, i disastri ambientali o semplicemente il rifiuto della contemporaneità (quella che viene definita modernità a torto) propria delle società post industriale. Anche la Bibbia lo dice, no? Non puoi avere “dio” e Mammona allo stesso tempo. Non mi è chiaro, però, perché chi ha scelto Mammona debba finanziare chi ha scelto “dio”.

—- Il futuro? A stelle e strisce: i ghetti —-

Abbiamo già una società che si fonda sull’immigrazione: gli USA. E non mi sembra un esempio positivo visto che la politica si basa sul voto etnico e di volta in volta abbiamo il voto degli afroamericani, quello degli ispanici e quello degli asiatici. E al voto etnico segue una stratificazione socio-economica di tipo etnico, giusto per non farsi mancare niente. Sono l’unico a trovare una simile prospettiva agghiacciante?

Approfondimenti:

_ aiuti esteri: http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2015/04/29/news/aiutarli-a-casa-loro-che-grande-ipocrisia-1.209934.

_ totem buonisti: http://www.ilgiornale.it/news/politica/i-5-falsi-luoghi-comuni-buonismo-ad-oltranza-1140415.html.

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[1] Cfr. http://www.riscossacristiana.it/quello-che-i-buonisti-non-dicono-circa-limmigrazione-clandestina-di-clemente-sparaco/.

[2] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/177521.

[3] Cfr. http://www.lastampa.it/2014/05/29/italia/cronache/di-nuovo-emigranti-pi-italiani-in-fuga-che-stranieri-in-arrivo-5iy5XYiDRFl5oW0npAG68J/pagina.html.

[4] Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/04/migranti-invasione-no-e-lue-che-e-impreparata-la-vera-emergenza-sara-nei-prossimi-20-anni-e-colpira-litalia/2007338/.

[5] Cfr. http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/svimez-il-sud-a-rischio-desertificazione-industriale-basilicata-regione-piu-dinamica-no554439/.

[6] Cfr. http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2014/09/01/news/scoviamo-i-prodotti-stranieri-1.9857766.

[7] Cfr. http://www.agi.it/economia/2016/01/02/news/martina_anno_record_per_lexport_in_agricoltura-352140/.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 gennaio 2016 da in società con tag , , .
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