Charly's blog

Migranti, expat, cervelli in fuga: siate choosy, non ascoltateli

I ricercatori italiani ottengono un ottimo risultato nell’assegnazione dei fondi di ricerca presso l’European Research Council e il Ministro non nasconde la propria soddisfazione [1]:

Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana. Colpisce positivamente il dato del numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici!

Un grande successo per l’università italiana? Mica tanto.

—- Ricercatori italiani per università straniere —-

All’improvvido Ministro la risposta è arrivata direttamente da parte di una delle vincitrici, Roberta D’Alessandro [2]:

Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati.
La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.
E così, io, Francesco e l’altra collega, Arianna Betti (che ha appena ottenuto 2 milioni di euro anche lei, da un altro ente), in 2 mesi abbiamo ottenuto 6 milioni di euro di fondi, che useremo in Olanda. L’Italia ne può evidentemente fare a meno.
Prima del colloquio per le selezioni finali dell’ERC, ero in sala d’aspetto con altri 3 italiani. Nessuno di noi lavorava in Italia. Immagino che qualcuno di loro ce l’abbia fatta, e sia compreso nella sua “lettura personale” della statistica.
Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. Proprio come noi.
Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto.

Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei.

Il Ministro ha prima abbozzato con un «Ogni forma di polemica penso sia inutile e sterile quando si parla di ricerca scientifica e di risultati importanti che riguardano la comunità scientifica nazionale», salvo poi uscirsene con un «I ministri non si vantano di alcunchè hanno semmai il dovere, come credo di aver fatto umilmente e gioiosamente, di felicitarsi con tutti i membri della comunità italiana. Ricordo poi che, alla fine, i ricercatori, gli studiosi e gli scienziati non sono, italiani, tedeschi, francesi o americani ma membri di una comunità che per definizione è internazionale. Quindi più cooperazione, più fondi per la ricerca, che è il nostro compito e la nostra responsabilità, e più meccanismi semplici perchè non siamo solo in grado di far rientrare i nostri giovani o meno giovani che sono all’estero per ragioni di studio ma anche di attrarre sempre più e sempre meglio talenti stranieri» [3]. Insomma, la ricerca è internazionale e non italiana. Ma è lo stesso ministro che glorificava la ricerca italiana esordendo con «Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana»? Chissà.

—- La Ricerca in Italia fa schifo? Colpa di chi se ne va —–

La risposta della D’Alessandro sembrerebbe aver chiuso la questione con vittoria netta di critica e di pubblico… se non siete dei spaghetti liberisti, ovviamente. Vediamo cosa scrive Francesco Cancellato su Linkiesta [4]:

Peccato che fosse sbagliato sia il bersaglio, sia soprattutto la tempistica di questo sfogo. Non le motivazioni, intendiamoci: un Paese che vince trenta borse di studio, diciassette delle quali vengono spese altrove (senza peraltro che nessun ricercatore faccia il percorso inverso) è un Paese che ha più di qualche problema con la ricerca universitaria. E allo stesso modo, al netto del caso personale della D’Alessandro, è del tutto evidente che siano le baronie, e non il merito, a decidere chi fa carriera negli atenei del Belpaese.

Di fronte a questi guai ci sono due strade. La prima è quella di alzare la voce e denunciare pubblicamente, nelle sedi opportune, le prevaricazioni. La seconda è quella di stare zitti, incassare, tuttalpiù scappare e, se si è bravi, fare carriera altrove. Se Roberta D’Alessandro avesse scritto questo post, aggiungendo magari qualche nome e qualche cognome, dopo essere stata vittima di un’ingiustizia, ci saremmo alzati pure noi per una standing ovation, Per il coraggio di sfidare l’omertà che permea la nostra accademia. E per il senso civico di cui è evidentemente pervaso chi antepone la soluzione di un problema di tutti al proprio tornaconto.

Vigliacca e amica dei baroni, in pratica:

Così, invece, è fuori tempo: «Non fate come me – avrebbe potuto dire Roberta ai suoi adulatori su Facebook – non aspettate a farvi sentire solo quando siete al sicuro, in Olanda e con un sostanzioso assegno di ricerca in mano. E non fatelo limitandovi a un post stizzito su un social network, che al massimo può regalare qualche migliaia di like e un quarto d’ora di celebrità, ma di certo non cambia il corso del Paese. Scendete in piazza, piuttosto. Fatevi forza l’un l’altro. Mettete alla berlina pubblicamente chi fa dei dipartimenti un ufficio di collocamento di parenti e amici e chi offre loro copertura. E anziché prendervela con la politica, sfidatela al cambiamento, usatela come sponda contro le baronie».

Non l’ha fatto, Roberta e non gliene si può fare certo una colpa. Allo stesso modo, però, è sbagliato dipingerla come un’eroina. Molto semplicemente, è una giovane italiana di questo inizio del millennio. Una che non aveva le amicizie giuste. Che non ha avuto il coraggio di far valere i propri diritti quando poteva provare a farlo. Che ha preferito la fuga alla lotta. Alla sua salute e ai suoi successi, i baroni e i loro protetti staranno aprendo una bottiglia di quelle buone.

Ohibò, che ci tocca leggere.

—- L’Arte della Guerra per spaghetti liberisti —-

Vi è mai capitato di leggere L’Arte della Guerra? Se non l’avete mai fatto non aspettatevi un granché: quasi tutte le massime contenute sono delle banalità scontate quali quella di conoscere i rapporti di forza, curare i dettagli (logistica, morale), raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. Si deve ammettere, tuttavia, che per quanto ovvie non sempre si prendono in considerazione queste variabili.

Torniamo al caso della nostra ricercatrice codarda e vigliacca. Proviamo ad analizzare la situazione bellica:

  • Ricercatrice senza agganci il cui reddito dipende dal mondo universitario;
  • Baroni il cui potere non è contrastato né tantomeno contrastabile da chi è debole e non ha potere;

Se la nostra ricercatrice si fosse messa a criticare il sistema avrebbe perso, logicamente, il proprio reddito. Ma ancor prima viene da chiedersi che cosa avrebbe potuto fare: andare in piazza? Scrivere sui giornali (roba facilissima da fare, peraltro)? Darsi fuoco? Mistero. Fare i nomi? E dove? Su Facebook? Non ci vuole un master in arte bellica applicata per capire che il quadro bellico è estremamente negativo e una delle massime di Sun Tzu è proprio quella di non accettare battaglia in una situazione sfavorevole. Banale, invero, ma è sempre meglio ricordare le ovvietà.

Così come è meglio ricordare che, visto che la lotta non è praticabile, la strategia opposta alla fuga è il mantenimento del sistema esistente. I rapporti di lavoro non sfuggono al più elementare dei meccanismi economici: domanda e offerta. Se si accettano le condizioni negative, esse rimarranno e non se ne andranno per magia. L’esempio classico è quello dei docenti della scuola pubblica le cui lamentele per le condizioni lavorative stridono con la fila per un posto di lavoro con le suddette condizioni lavorative. Perché la professione di docente è una vocazione? Per carità, lo può anche essere, ma in ogni caso se c’è così tanta manodopera disponibile non ci si può sorprendere se non c’è nessuna spinta al miglioramento delle condizioni economiche.

Come sempre si deve prendere in considerazione che la necessità potrebbe eccedere la possibilità e che un docente scolastico al di fuori della scuola non ha, praticamente, altre posizioni lavorative possibili. Ma se c’è qualcuno che può andarsene quel qualcuno è chi vive nel mondo accademico di sua natura cosmopolita e internazionale. Per chi ha i mezzi ma non la volontà di muoversi rimane il fatto che chi lavora con contratti ridicoli mantiene il sistema in piedi senza che chi ci sia alcuno stimolo a migliorarlo. Checché ne dicesse quella sciagurata della Fornero, il più grande problema dei giovani italiani è che non sono choosy accettando qualunque cosa e lavorando con grande professionalità. Il risultato? Il precariato e la povertà.

—- Bangladesh italia —-

Rimane, infine, la riflessione su quanta possa strada possa fare un paese che ha scelto come modello economico quello del Bangladesh: competizione tramite povertà. Il fenomeno della fuga dei cervelli come viene presentato sui media, infatti, tiene conto del flusso in uscita ma non di quello in entrata. L’Italia perde professionisti o persone dall’elevato profilo di studi – su cui sono stati investite parecchie risorse pubbliche – per far entrare persone sprovviste di questi elementi o che, in ogni caso, verranno destinate a posizioni a elevata intensità di lavoro: raccogliere patate o tirare su i muri. Quel che si dice uno scambio ineguale, no?

D’altronde oggi si denuncia il crollo delle immatricolazioni universitarie [5]:

Gli studenti immatricolati sono crollati del 20 per cento circa (65mila in meno in un decennio) mentre “i docenti passano da poco meno di 63mila a meno di 52mila unità, il personale tecnico amministrativo da 72mila a 59mila, i corsi di studio scendono da 5.634 a 4.628”. E “il Fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) diminuisce, in termini reali, del 22,5%”. Una raffica di dati che assomiglia a un bollettino di guerra e rappresenta, secondo gli esperti, un ostacolo oggettivo per una nazione che vuole continuare a frequentare il club dei paesi più industrializzati della Terra. “L’Italia – si legge nello studio – ha compiuto, nel giro di pochi anni, un disinvestimento molto forte nella sua università”. Una scelta politica, nonostante la crisi, opposta a quella dei maggiori paesi avanzati e in via di sviluppo. In altre parole, sottolineano gli esperti dell’istituto siciliano, “non è certo solo effetto della crisi: in Italia, la riduzione della spesa e del personale universitario è stata molto maggiore che negli altri comparti dell’intervento pubblico”.

Ma non abbiamo assistito per anni al ritornello ossessivo che diceva che i laureati sono disoccupati perché servono gli idraulici? E ora si lamentano? Viene da chiedersi se ci sono o ci fanno.

Approfondimenti:

_ la Ricerca in Italia: http://www.internazionale.it/opinione/michael-braun/2016/02/16/ricercatori-italiani-europa.

_ fuga cervelli: http://www.roars.it/online/la-fuga-dei-cervelli-e-una-bufala/.

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[1] Cfr. http://www.repubblica.it/scuola/2016/02/13/news/ricercatrice_contro_giannini_su_fb-133369222/.

[2] Cfr. http://www.repubblica.it/scuola/2016/02/13/news/ricercatrice_contro_giannini_su_fb-133369222/.

[3] Cfr. http://www.askanews.it/top-10/giannini-alla-ricercatrice-roberta-d-alessandro-i-ministri-non-si-vantano_711735468.htm.

[4] Cfr. http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/15/cara-roberta-se-la-ricerca-in-italia-fa-schifo-la-colpa-e-anche-un-po-/29271/.

[5] Cfr. http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/01/14/news/la_grande_fuga_dall_universita_-130049854/?ref=HREC1-15.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 febbraio 2016 da in economia con tag , , , .
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