Charly's blog

Destra e sinistra? Non esistono più, ma…

Non è passato molto tempo da quando Gaber si chiedeva cosa fosse la destra e cosa fosse la sinistra. Per quanto le due etichette siano molto più onnicomprensive di quanto non sembri a prima vista, non è poi così difficile darne una definizione sintetica [1]:

Dal dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino, destra e sinistra hanno dei significati chiari e definiti. Parlare di Sinistra vuol dire riferirsi a valori come rivoluzione, progresso, giustizia sociale, emancipazione delle minoranze. Citare la Destra è all’opposto sottintendere valori come la meritocrazia, il conservatorismo, l’adesione alla tradizione, il pragmatismo. Con la caduta delle ideologie i termini destra e sinistra hanno in parte perso la forza del loro significato. In qualche modo da termini di contenuto sono diventati dei contenitori da riempire con valori adeguati al presente in cui viviamo. Ed è in questo contesto che si fa largo un nuovo quesito: ha ancora senso parlare di destra e sinistra oggi?

C’è voluto qualcosa come un secolo per definire i concetti e quando ci siamo riusciti se ne dichiara il superamento. Bello, no?

—- Destra e sinistra non ci sono più? —-

Uno degli argomenti più dibattuti in ambito politologico è la sostanziale obsolescenza delle etichette destra/sinistra, cosa che si può notare in svariati modi:

  • Lo spaesamento politico dei gruppi elettorali: gli operai che votano a destra e gli imprenditori (quelli grandi) che votano a sinistra;
  • La sostanziale uniformità delle agende politiche, specialmente quelle economiche;

È da notare che uno dei cavalli di battaglia dei progressisti wannabe, la battaglia per i diritti civili, è complementare alla perdita di potere politico ed economico della cittadinanza [2]:

Queste possibilità di libertà positiva, gli orizzonti della nostra libertà reale, si sono oggi effettivamente ampliati assieme ai diritti civili? Oppure l’ossessivo richiamo al godimento di una libertà individuale immediata, che ha assecondato il riflusso nel privato sancendo (e aggravando) l’incapacità delle classi subalterne di agire il conflitto sociale, ne ha nascosto il deperimento? L’impressione è che, ben camuffato sotto la fantasmagoria di una libertà anarchicheggiante che si manifesta principalmente sul terreno immediato del consumo e degli stili di vita – «il postmodernismo è il consumo della pura mercificazione come processo», commenta Jameson – e abbellito da una retorica individualistica di natura compensativa o dalle ipocrisie del politically correct, il postmodernismo celi, al contrario di quanto promette, un processo di riduzionesostanziale e massiccia degli spazi di libertà.

Dietro la superficie di una mancanza di vincoli e regole che ci rende oggi potenzialmente liberi di fare quel che vogliamo a seconda delle nostre capacità di spesa, si nasconde in realtà una forte compressione della nostra capacità di autodeterminazione. Perché oggi non siamo più in grado di trasformare il mondo che ci circonda e per certi aspetti nemmeno di pensare le condizioni della sua trasformabilità. Assolutamente liberi di assumere gli stili di vita più diversi e anche improbabili – «il pensiero cessa di essere una ratio, la vita cessa di essere una reazione» -, siamo però molto meno liberi delle generazioni “moderne” del recente passato di determinare realmente la nostra vita, di decidere in piena autonomia, di eliminare quei condizionamenti oggettivi che limitano la nostra possibilità di scelta, di cambiare la realtà, di migliorarla. E questo perché non siamo più in grado di confliggere in maniera organizzata e di costruire la forza d’urto necessaria in vista della costruzione di un’alternativa politico-sociale.

Il leggendario “voi pensate ai froci e agli zingari e non a noi” sparato da un operaio a un giornalista del quotidiano Liberazione. La risposta alla domanda “perché non votate sinistra?”, per la cronaca.

—- Ma rimane il conflitto politico! —-

Destra e sinistra, allora, non vogliono dire più nulla? Dipende: se si parla delle posizioni politiche sottointese da queste etichette, beh, è palese. Non abbiamo più la sinistra degli oppressi né tantomeno la destra dei padroni. Il che non vuole dire affatto che non ci siano e che non ci possano più essere posizioni politiche fra loro contrapposte. Questa intervista di Ludovic de Danne, il Segretario Generale del movimento lepenista all’europarlamento, spiega bene la faccenda [3]:

Lei mi sta descrivendo una Francia profondamente spaccata: da una parte l’asse destra-sinistra, dall’altra il Front National.
La politica francese è divisa, come lo è la società. Da una parte c’è il cosiddetto Pays lègal(paese legale), composto da una classe dirigente esterofila e bobo (bourgeois behèmien), dall’altra il Pays reèlle (Paese reale), quella Francia profonda e popolare che si rifà agli ideali di grandeur e di Francia eterna, ma che no ha rappresentanza ufficiale. Noi vogliamo essere l’espressione legale del paese reale. Vogliamo portare nella politica quei sentimenti che ne sono stati esclusi per troppo tempo. Vogliamo riportare la natura della Francia all’interno delle sue istituzioni. E’ soprattutto per questo che a votarci non è solo il popolo conservatore, ma anche quello che una volta era socialista e che oggi si sente tradito. Tradito dalle politiche neoliberali che hanno distrutto lo Stato Sociale. Ma tradito anche dall’immigrazione, che sta azzerando i diritti salariali e sindacali e portando ad una guerra tra poveri. Io non sono un cospirazionista, non ritengo cioè che i flussi migratori siano stati organizzati a tavolino per condurre all’attuale situazione. Quello che è certo è però che sia destra che sinistra hanno favorito nella stessa misura questo fenomeno e le conseguenze alle quali oggi assistiamo.

Il classico contrasto fra destra e sinistra non è più quello fra oppressi e oppressori o fra tradizione (inventata) e progresso (qualcuno l’ha più visto?): la dicotomia passa fra globalizzanti e globalizzati. I primi sono degli attivi beneficiari e promotori della globalizzazione, i secondi la subiscono e ne sono penalizzati. Che poi non si chiamino più destra e sinistra è, francamente, irrilevante.

L’immigrazione ne è una dimostrazione palese: da una parte abbiamo i cosmopoliti istruiti che parlano più lingue e che passano di posizione in posizione professionale migliorando il proprio reddito, vivendo una sorta di bolla sociale frequentata da persone loro pari che condividono gusti, formazione, aspirazioni. Dall’altra abbiamo una massa di disperati che sono sfruttati dal capitale e che sono messi in feroce concorrenza con altri disperati. Sradicati e alienati, i migranti vivono ai margini della società o all’interno di una comunità di connazionali privi di vere possibilità di ascesa sociale o di effettiva integrazione.

Anche la dicotomia classica lavoratore/padrone, ormai, non ha più nulla da dire: sia il lavoratore sia il padrone soffrono la concorrenza straniera, sia il padrone sia il lavoratore sono bloccati nel loro paese d’origine senza la possibilità di delocalizzarsi in un altro paese. O, se hanno una simile possibilità, corrono il serio rischio di finire nella massa di sfruttati con il relativo declassamento socio-economico. Il che spiega perché gli operai e i padroni protestano assieme e non si scannano gli uni con gli altri: sono nella stessa barca. E sempre questo fattore spiega perché i piccoli, le PMI, sono in palese contrasto con le multinazionali. Quest’ultime navigano nell’oceano globale, le altre rischiano di annegare.

—- La politica è conflitto —-

Per quanto mutato, allora, il conflitto politico rimane e permane. La retorica tecnocratica basata sull’idea di “riforme” inevitabili – senza mai entrare nel dettaglio, ovviamente – nasconde in sé il germe della dittatura: se tutte le scelte politiche “corrette” sono figlie della tecnica le elezioni politiche non sono necessarie, c’è solo il bisogno di un paio di tecnici nella sala dei bottoni. Il delirio tecnocratico di un Mario Monti qualsiasi, per intenderci. Fra l’altro il montismo non è altro che il mantra dei globalizzanti che scatena, ovviamente, le reazioni dei globalizzati. Ma quest’ultimi, si sa, sono dei pericolosi populisti…

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[1] Cfr.  http://www.instoria.it/home/dicotomia_politica_destra_sinistra.htm.

[2] Cfr. http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/12/09/la-sinistra-postmoderna-il-neoliberismo-e-la-fine-della-democrazia/

[3] Cfr. http://www.ilgiornale.it/news/milano/parla-front-national-destra-e-sinistra-non-esistono-pi-1218394.html.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24 febbraio 2016 da in Uncategorized con tag , , , .
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