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De consolazione senectute? No, l’elogio del fallimento

Se vi è toccato studiare il latino potreste aver incrociato per strada l’elogio della vecchiaia per mano di Catone: «Cursus est certus aetatis suaque cuique parti aetatis tempestivitas est data, ut et infirmitas puerorum et ferocitas iuvenum et gravitas iam constatis aetatis et senectutis maturitas naturale quiddam habeat, quod suo tempore percipi debeat». Ed ecco la traduzione [1]:

La vita ha un corso determinato, la natura segue una via unica e questa è semplice; ogni fase dell’esistenza ha ricevuto una fisionomia tale che la fragilità dei bambini, la spavalderia dei giovani, la serietà dell’età adulta e la maturità della vecchiaia corrispondono a una predisposizione naturale da cogliersi a tempo opportuno. Non ci sono forze in vecchiaia: ma dalla vecchiaia non si richiede neppure la forza. L’esercizio e la temperanza però possono anche in vecchiaia conservare qualche cosa del primitivo vigore. Come la sfacciataggine, la passione sfrenata sono più dei giovani che dei vecchi, e nondimeno non di tutti i giovani ma di quelli immorali, così la stoltezza senile, che viene di solito detta delirio, è propria dei vecchi dissennati. In particolare una vecchiaia onorata ha ha una autorevolezza così grande che vale di più di tutte le forze della giovinezza.

Un elogio della vecchiaia tipicamente retorico da parte di fonti antiche? Sì e no, visto che gli antichi avevano un atteggiamento ambivalente e non sono mancate posizioni critiche e negative. Ma anche im tempi recenti il quadro non cambia più di tanto.

—- Vecchio: disperato o soddisfatto? —-

Lasciamo la parola a Paolo Mantegazza, autore de L’elogio della vecchiaia [2]:

L’uomo vecchio per il selvaggio è un delinquente, che deve esser punito, o una creatura schifosa, che fa ribrezzo. Egli deve esser punito con lo sprezzo, con l’odio; se occorre anche con la morte, perché ha voluto arrogarsi il sacrilego privilegio di campar molti anni. Nella famiglia è un peso seccante, un parassita. Non può più seguire i compagni alla caccia, alla pesca, alla guerra. È un inciampo nei viaggi e nella fuga. Convien nutrirlo, sorreggerlo, difenderlo. Se poi il vecchio è una donna, oh allora lo schifo che ispira è ancora maggiore. Il selvaggio dimentica che quella donna lo ha partorito, lo ha allattato, lo ha amato più di se stessa. È una creatura immonda, ributtante, che nessun maschio desidera: è assai meno del cane che lo aiuta nella caccia. Tutt’al più si può farla cuocere, si può mangiarla; ma la sua carne è dura e amara.

Ma che dire del «vecchio nella società civile, in quella in cui siam nati e viviamo; in quella società che cammina ben lavata e ben pettinata, che porta guanti e istituisce ospedali pei malati, ospizi pei vecchi; ma che fa ancora la guerra e nella fine d’un secolo così ricco di gloria e di scienza si ammala di anarchia»? Non manca, in effetti, un certo miglioramento e «Noi non uccidiamo più e molto meno mangiamo i nostri vecchi», ma allo stesso tempo «li disprezziamo spesso e spesso gettiamo loro in faccia come una colpa la loro debolezza e i loro acciacchi. Tutt’al più verso di essi si sente la compassione, quasi mai le simpatia o l’amore; si giunge fino alla pietà, quasi mai fino alla stima».

Eppure in molti si sono cimentati nell’elenco dei pregi e dei vantaggi della vecchiaia:

Il giovane non ha passato: egli è l’uomo del presente e soprattutto dell’avvenire, e nei suoi giudizi manca quasi sempre la più esatta delle misure, che è appunto il confronto del passato col tempo che è, col tempo che sarà. Egli può studiare la storia, ma ben di raro lo farà per piacere. Il vecchio invece ha veduto molto, molto sofferto e molto goduto. Nella sua lunga esperienza ha dovuto correggersi molte volte nei giudizi dati con troppa fretta o ispirati da troppa passione. E quindi più giusto, più equanime. Egli non odia il passato, ma neppure teme l’avvenire; perché sa che sono anelli di una catena, che non ha interruzioni né rotture. Egli era darvinista dieci secoli prima che Darwin nascesse, e se non è colto nelle scienze naturali o nelle filosofiche lo è egualmente, perché la teoria dell’evoluzione sta scritta in tutti i cervelli che pensano, in tutti gli organismi che vivono; da per tutto. E il vecchio che ha vissuto molto ha naturalmente in sé una più lunga storia di evoluzioni, ch’egli contempla con grande serenità, con calma grandissima. Il giovane, nel tumulto della sua vita appassionata, nel contrasto dei venti che agitano le vele della sua navicella coraggiosa, muta spesso di direzione e di movimento. Ora temerario si lancia nelle più pazze utopie, ora per reazione si fa conservatore arrabbiato; oggi socialista, domani difensore del trono e dell’altare; or credente, or miscredente; sempre però sicuro di se stesso e della propria fede. Quante volte ne ha mutati gli articoli! Il vecchio invece ha trionfato delle procelle e soprattutto ha imparato a conoscere la navicella, in cui ha navigato per tanti anni. Dopo aver attraversato il mare delle dubbiezze è entrato nel porto tranquillo e sicuro di poche e sicure convinzioni. Egli non si tormenta più nella ricerca dell’inintelligibile o nella conquista dell’infinito. Al di là del suo giardino e del suo orto ha messo Dio o uno zero, e se ne accontenta. Egli ha opinioni ben determinate in religione, in politica e in morale, e non perde il tempo nel metter acqua in un cribro o nel correr dietro alle tante fate morgane, che brillano sull’orizzonte dell’uomo giovane.

Un altro autore che si è espresso sulla materia è Bobbio, il quale non manca di rilevare la natura duale della vecchiaia [3]:

Il vecchio soddisfatto di sé della tradizione retorica e il vecchio disperato sono due atteggiamenti estremi. Li ho messi in particolare rilievo per indurci a riflettere ancora una volta sulla varietà dei nostri umori verso la vita nel pluriverso dei valori contraddittori in cui ci muoviamo, e quindi sulla difficoltà di comprendere il mondo e, dentro questo mondo, noi stessi. Tra questi due estremi vi sono infiniti altri modi di vivere la vecchiaia: l’accettazione passiva, la rassegnazione, l’indifferenza, il camuffamento di chi si ostina a non vedere le proprie rughe e il proprio indebolimento e si impone la maschera dell’eterna giovinezza, la ribellione consapevole attraverso il continuo sforzo, spesso destinato al fallimento, di continuare inflessibilmente il lavoro di sempre, o, al contrario, il distacco dagli affanni quotidiani, e il raccoglimento nella riflessione o nella preghiera, il vivere questa vita come se fosse già l’altra, lacerati tutti i vincoli mondani. La vecchiaia non è scissa dal resto della vita precedente; è la continuazione della tua adolescenza, giovinezza, maturità. Rispecchia la tua visione della vita e cambia il tuo atteggiamento verso di essa, secondo che hai concepito la vita come una montagna impervia da scalare, o come una fiumana in cui sei immerso e corre lentamente alla foce, o come una selva in cui ti aggiri sempre incerto sulla via da seguire per uscire all’aperto. C’è il vecchio sereno e quello mesto, il soddisfatto giunto tranquillamente alla fine delle proprie giornate, l’inquieto che ricorda soprattutto le proprie cadute e attende trepidante l’ultima da cui non riuscirà più a sollevarsi; chi assapora la propria vittoria e chi non riesce a cancellare dalla memoria le proprie sconfitte.

Per poi concludere che «Vi corrisponde l’immagine della vita come una strada, ove la meta si sposta sempre in avanti, e quando credi di averla raggiunta, non era quella che ti eri raffigurata come definitiva. La vecchiaia diventa allora il momento in cui hai la piena consapevolezza che il cammino non solo non è compiuto, ma non hai più il tempo di compierlo, e devi rinunciare a raggiungere l’ultima tappa». Insomma, pregi, disperazione, accettazione. È tutto quello che ha da offrire il dibattito? Sì, ed è proprio questo il problema.

—- Homo Erectus, il fuoco e un filosofo —-

Prendiamo la notte, prendiamo il gelo: si può, forse, negare che siano elementi negativi, fonte di pericolo? Ovviamente no, non si può. Ma si deve anche ricordare che il freddo ci permette di apprezzare la luce e il gelo ci permette di apprezzare il calore. E per il cibo crudo? Nessun problema: se la Natura avesse voluto fornirci di uno lanciafiamme l’avremmo avuto in dotazione. E, quindi, non lamentiamoci a vivere al freddo, al gelo… un momento: noi non viviamo né al freddo né al gelo. E perché mai? In termini pratici grazie all’intervento di costui:

L’ Homo Erectus, non di certo un esempio di torreggiante intelligenza, a un certo punto capì come addomesticare il fuoco con tutte le conseguenze del caso. Ma non è difficile immaginarci le dotte discussioni degli Erectus filosofi dedicate ai pregi del freddo e del gelo (De consolatione frigidi?), nonché i dogmi degli Erectus teologi dedicati al “dio” a forma di ominide che promette il calore e la luce eterni a chi vive nella fede e della fede. Qualcosa di familiare, non trovate?

Il nostro simpatico amico Erectus oltre al fuoco ci ha donata anche un’altra cosa. Vi invito, infatti, a guardare la questione da un’altra prospettiva. Invece di prendere in considerazione i pro e i contro di questo o di quel fenomeno, soppesate cosa fare per risolvere il problema. La risposta al gelo e al buio è stata il fuoco senza che nessuno blateri di ordini naturali, volontà divine o scemenze simili. Così come sono state inventate molte altre invenzioni (medicine, energia elettrica, media, veicoli) per rispondere alle specifiche esigenze e necessità che si sono di volta in volta presentate. Non mi è chiaro, allora, perché si dovrebbe fare una clamorosa e ingiustificata eccezione con la vecchiaia e la morte? I problemi sul versante pensionistico sono noti, mentre la saggezza della vecchiaia nasce dalle esperienze e non dalle rughe. Un immortale con millenni alle spalle è di gran lunga superiore a un vecchio che si trascina.

Ben lungi dall’essere un elogio della vecchiaia, allora, i fiumi di inchiostro versati sull’argomento sono soltanto l’elogio di un fallimento. Un fallimento certificato di filosofi e teologi che davanti a un problema possono solo muovere la bocca e non cercare e trovare una soluzione. Ecco se avessero speso meno tempo a chiacchierare e avessero inventato il metodo scientifico prima, magari…

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[1] Cfr. http://versionitradotte.blogspot.com/2009/10/catone-tesse-lelogio-della-vecchiaia.html.

[2] Cfr. http://livros01.livrosgratis.com.br/lb000910.pdf.

[3] Cfr. http://www.dirittoestoria.it/3/In-Memoriam/Norberto-Bobbio/Bobbio-De-senectute.htm.

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Un commento su “De consolazione senectute? No, l’elogio del fallimento

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Questa voce è stata pubblicata il 28 febbraio 2016 da in religione, scienza con tag , , , , , , , , .
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