Charly's blog

Cresce il PIL? Non vorrei essere un gufo, ma…

L’Istat rilascia i dati relativi al PIL e Renzi esterna [1]

«I numeri dimostrano che l’Italia è tornata. Non la lasceremo in mano ai catastrofisti che godono quando le cose vanno male». Lo scrive su Facebook il premier Matteo Renzi commentando la crescita del pil dello 0,8% nel 2015. «Avviso: post urticante per gufi e talk», premette. Poi afferma: «Con questo Governo le tasse vanno giù, gli occupati vanno su, le chiacchiere dei gufi invece stanno a zero».

«Il deficit è sceso per la prima volta da anni sotto il 3%: quest’anno abbiamo fatto il 2,6% (miglior risultato degli ultimi dieci anni). E nel 2016 scenderemo ancora», sottolinea poi Renzi. Il premier cita fonti dell’Istat sul deficit e assicura l’impegno del governo perché il rapporto tra deficit e pil continui a scendere anche il prossimo anno.

«Il boom del JobsAct è impressionante. Nei due anni del nostro Governo abbiamo raggiunto l’obiettivo di quasi mezzo milione di posti di lavoro stabili in più. E Inps ricorda come siano aumentati i contratti a tempo indeterminato nel 2015 di qualcosa come 764.000 unità!», sottolinea ancora Renzi.

Che Renzi abbia un rapporto con la realtà, per dire, un tantino creativo è un dato di fatto. Forse sarebbe il caso di leggere i dati Istat e di considerare il contesto geopolitico mondiale prima di lanciarsi in proclami vittoriosi, il tutto senza essere gufi. Ma vediamoli questi numeri.

—- Diamo i dati: il report Istat —-

Nel 2015 «il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.636.372 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è aumentato dello 0,8%, registrando una crescita dopo tre anni consecutivi di flessioni» [2]. Se si analizza il PIL nel dettaglio la situazione è come segue:

Composizione PIL

Dal lato della domanda interna «nel 2015 si registrano, in termini di volume, variazioni positive nei consumi finali nazionali (0,5%) e negli investimenti fissi lordi (0,8%). Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 4,3% e le importazioni del 6,0%.  La domanda interna ha contribuito positivamente alla crescita del Pil per 0,5 punti percentuali (1,0 al lordo della variazione delle scorte) mentre la domanda estera netta ha fornito un apporto negativo per 0,3 punti».

Sul piano dell’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche «misurato in rapporto al Pil, è stato pari al -2,6%, a fronte del -3,0% del 2014.  L’avanzo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil è stato pari all’1,5% (1,6% nel 2014)».

Per quanto riguarda il versante occupazionale [3] «dopo il calo di dicembre 2015 (-0,2%), a gennaio 2016 la stima degli occupati cresce dello 0,3% (+70 mila persone occupate), tornando al livello di agosto. La crescita è determinata dai dipendenti permanenti (+99 mila) mentre calano i dipendenti a termine (-28 mila) e gli indipendenti restano sostanzialmente stabili. L’aumento di occupati riguarda sia gli uomini sia le donne. Il tasso di occupazione, pari al 56,8%, cresce di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente».

La stima dei disoccupati a gennaio è stabile: «il tasso di disoccupazione è pari all’11,5%, pressoché invariato dal mese di agosto».  A gennaio la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni vede un lieve calo dello 0,4% (-63 mila) e il calo è determinato dalla componente femminile e riguarda soprattutto le persone tra i 50 e i 64 anni. Il tasso di inattività scende al 35,7% (-0,1 punti percentuali).  Rispetto ai tre mesi precedenti, «nel periodo novembre 2015-gennaio 2016 si registra il calo delle persone inattive (-0,3%, pari a -43 mila) a fronte di un lieve incremento dei disoccupati (+0,3 %, pari a +9 mila) e una sostanziale stabilità del numero delle persone occupate».  Nel complesso «su base annua il numero di occupati è in crescita dell’1,3% (+299 mila), mentre calano sia i disoccupati (-5,4%, pari a -169 mila) sia gli inattivi (-1,7%, pari a -242 mila).

Occupati e disoccupati

Tutto bello se non fosse che gli altri paesi europei fanno meglio: «i dati disponibili per i principali paesi sviluppati indicano un aumento del Pil in volume negli Stati Uniti (2,4%), nel Regno Unito (2,2%), in Germania (1,7%) e in Francia (1,2%)». La risposta di Renzi? Questa [4]:

“E’ evidente che abbiamo un Pil più basso di altri Paesi perchè stiamo facendo tagli da cura da cavallo e la spesa pubblica fa Pil”. Lo ha detto il premier Matteo Renzi, in conferenza stampa con i giornalisti stranieri in Italia, affermando che “noi abbiamo fatto una spending review per 25 miliardi, più di quello che voleva Cottarelli che diceva 20 miliardi”.

Ci mancava solo la spending review dagli effetti depressivi. Ogni commento è superfluo non solo in merito, ma anche sul fatto che la spending review sia stata condotta per davvero.

—- Le incognite gufesche sul renzismo ridanciano —-

Partiamo dal lavoro: gli effetti del Jobs Act sul piano lavorativo sono trascurabili e più che nuova occupazione si tratta di trasformazione dei contratti precari. Il rischio, però, viene dalla fine degli incentivi occupazionali [5]:

Infatti, con le nuove tutele crescenti, il rischio è che, allo scadere dei tre anni di decontribuzione, quando il tempo indeterminato diventerà di nuovo costoso per i datori di lavoro, le aziende tornino ad assumere a tempo determinato, liberandosi dei contratti a tempo indeterminato prima che le tutele “crescano” troppo.
Bisogna inoltre tenere a mente che, secondo i sostenitori del Jobs act, l’aumento delle assunzioni e delle cessazioni evidenziato dai dati rappresenterebbe un passo verso un sistema in cui il lavoratore può essere assunto e licenziato più facilmente, sulla scorta di ammortizzatori sociali rinforzati e delle cosiddette politiche attive. Le misure in merito contenute nel Jobs act, anche secondo alcune analisi Ocse, potrebbero favorire un aumento dei livelli di produttività e di occupazione nel lungo periodo.

E non si deve dimenticare che stiamo parlando della situazione economica più rosea degli ultimi tre anni. Ma il mercato del lavoro rimane in uno stato comatoso.

Un discorso non meno preoccupante riguarda la crescita del Pil: nonostante la situazione favorevole (QE, calo del prezzo del petrolio, situazione di crescita complessiva), l’Italia arranca dietro gli altri paesi. Considerato che la situazione geopolitica attuale non promette niente di nuovo per il prossimo futuro e che le clausole di salvaguardia sono lì dietro l’angolo, se fossi in Renzi mi preoccuperei un pochino di più e twitterei un pochino di meno. Ma , francamente, non ho ancora capito se si tratta di mera propaganda o se il nostro amato Premier non ha tuttora capito lo scenario prossimo venturo. E temo la risposta.

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[1] Cfr. http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/renzi_esulta_pil_gufi_stanno_zero-1583065.html.

[2] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/181311.

[3] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/181292.

[4] Cfr. http://www.askanews.it/politica/renzi-pil-cresce-meno-perche-tagli-spending–cura-da-cavallo-_711741447.htm.

[5] Cfr. http://www.lavoce.info/archives/39391/come-cambia-il-mercato-del-lavoro-dopo-il-jobs-act/.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2016 da in economia con tag , , , , .
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