Charly's blog

Radici: siamo uomini, non piante

Gironzolando sul web mi sono imbattuto in questo articolo dedicato all’ennesima riforma scolastica [1], in particolar modo allo stage curriculare proposto: «In concreto, i minorenni dovranno per legge lavorare gratis per 200 ore nelle aziende se frequentanti i licei, e 400 ore se frequentanti gli istituti professionali. Sarà il dirigente scolastico a individuare le imprese disponibili all’attivazione di percorsi di alternanza e a stipulare apposite convenzioni». Tutto bene? E no, perché il grimaldello con il quale «il paradigma neoliberista e con l’assunzione del momento economico come unica sorgente di senso» vuole distruggere il senso critico e  introdurre la servitù della gleba:

Si tratta, è evidente, dell’introduzione di nuove forme di lavoro coatto minoriledi pura estorsione di pluslavoro peraltro non retribuito. Ritorna la corvée, peraltro ai danni dei minorenni, un po’ come con lo stage, che è anch’esso una forma di volgare sfruttamento del lavoro di giovani per di più umiliati dall’ossequiosità che è loto richiesta. Definire criminale la “alternanza scuola-lavoro” come sfruttamento del lavoro minorile significa, in fondo, essere ancora politicamente corretti.

 Un piano diabolico, no?

—- Servitù della gleba, chi era costei? —-

Il movente e il colpevole non sono misteriosi e sono i soliti noti:

Il potere nichilistico della finanza e del capitale mira a decapitare ogni testa pensante, sostituendola con il “cretinismo economico” (Gramsci) delle teste calcolanti, organiche alla nuova razionalità neoliberista: ecco perché tra gli obiettivi ministeriali della scuola figura la promozione del “pensiero computazionale” (sic!). Il capitale non può accettare l’esistenza di teste pensanti, di soggetti formati e portatori di identità culturale e di spessore critico, consapevoli delle loro radici e della falsità del tempo presente. Aspira, invece, a vedere ovunque il medesimo, vale a dire atomi di consumo senza identità e senza cultura, pure teste calcolanti e non pensanti, in grado di parlare unicamente l’inglese dei mercati e della finanza. Per questo, nell’ultimo ventennio la scuola è stata sottoposta a una radicale dinamica di aziendalizzazione, che l’ha rapidamente riconfigurata nelle sue stesse fondamenta. Da istituto di formazione di esseri umani in senso pieno, consapevoli del proprio mondo storico e della propria storia, la si è trasformata in azienda erogatrice di abilità e competenze indisgiungiblmente connesse con il dogma utilitaristico del “servire-a-qualcosa”.

Un gombloddo, insomma. In realtà avevamo già visto in passato la questione ed era venuto fuori un quadro assai differente. Vediamone il perché: in un rapporto lavorativo, stage compreso, il lavoratore offre le proprie prestazioni in cambio di un salario. In questo caso del salario, giustamente, non c’è traccia, ma non si nota piuttosto curiosamente che non c’è traccia neppure delle prestazioni. Uno studente al 4° o al 5° anno è in grado di offrire una prestazione lavorativa? Non del tutto, infatti dopo la conclusione del percorso scolastico ci sono stage e tirocini in attesa. Significa, in termini pratici, che l’apporto pratico dello stagista alla vita aziendale è assai ridotto se non persino nullo. A meno che non si disponga di un profilo esperto, quando si approda in un nuovo contesto aziendale si spendono i primi giorni, se non addirittura le prime settimane, a capire che cosa fare. Gli stage scolastici hanno una durata di 200 o 400 ore: 5/10 settimane full time o 10/20 settimane part time. Fatevi due conti.

Un altro elemento da tenere conto è che non tutti i percorsi scolastici sono professionalizzati, i licei, mentre gli stage non sono vincolati all’indirizzo scolastico. In termini pratici può essere che un liceale classico si ritrovi in un’azienda che produce elementi siderurgici e che un tecnico informatico finisca in un museo. Questo rafforza ulteriormente il punto precedente: che cosa fate fare al liceale classico o al tecnico informatico? Anche volendo loro insegnare il mestiere in merito, spostando fra l’altro una risorsa dal lavoro al tutoraggio, è più lecito aspettarsi che una volta finita l’esperienza gli studenti tornino ai propri progetti originari. E perché un’azienda lo dovrebbe fare? A parte per gli eventuali contributi pubblici.

Questa considerazione ci porta al punto successivo: perché mai un’azienda dovrebbe investire e formare una risorsa umana che potrebbe e vorrebbe fare tutt’altro? Perché io, azienda, devo prendere una risorsa che può offrire poco o nulla, formarla, per poi vederla andare via? È più logico pensare che nel caso l’azienda potrebbe essere interessata solo a eventuali contributi pubblici, parcheggiando poi lo stagista da qualche parte a fare le fotocopie. Al riguardo abbiamo già un esempio pratico con i vari progetti di mobilità europei: non aspettavi chissà quale esperienza lavorativa. E nessun gombloddo, mi spiace.

—- Radici: siamo uomini piante? —-

Passando a un articolo assai più serio [2], troviamo lo stesso timore:

Uomini senza radici. Questa è la premessa e allo stesso tempo l’implicazione del sistema ideologico alla base dell’apparentemente ineluttabile capitalismo globale. Il processo di integrazione economica, a partire da quello europeo, presuppone, per la sua perfetta realizzazione, una specifica quanto ovvia condizione: l’assoluta mobilità dei fattori di produzione. L’intero assetto politico-economico deve essere, dunque, volto a garantire la massima flessibilità tanto del capitale quanto del lavoro. A spostarsi il più rapidamente possibile, assecondando le mutevoli condizioni di mercato, non devono essere solo le risorse materiali, ma anche i lavoratori che, non a caso, finiscono per essere concepiti come veri automi.

Il motivo è dettato da «L’assunto filosofico di fondo è che i lavoratori, qualora il gioco di domanda e offerta richieda di allocare il capitale altrove, siano pronti a far le valigie e a cambiar dimora, con buona pace delle plausibili relazioni umane e del legame con la propria terra». Fino ad arrivare a un uomo senza radici:

L’uomo con radici (sociali, professionali e territoriali) non garba al capitalismo globale, fondato sul movimento perenne e proteso verso un progresso senza limiti: esso, come suggerisce ancora Michéa, coccola l’ideale di un “uomo senza qualità” (o meglio, un uomo infinitamente flessibile e malleabile) che “non è a casa sua da nessuna parte” (internazionalismo imperante di retaggio illuminista) e che “vive un’esistenza di rotture e di traslochi”. Di fronte a questo capitalismo ideale che atomizza, snaturandole, le masse dei lavoratori riecheggia il monito sturziano sull’impossibilità di un’economia monadizzata e sulla necessità di concepire organicamente il sistema economico, proprio perché derivante dalla persona, che racchiude in sé in maniera indissolubile individualità e socialità.

Il che è tutto vero… in teoria. Se si guarda nella pratica vengono fuori dati completamente differenti. Partiamo dagli USA, la mitica terra dei vagabondi [3]:

 l’ Arizona che prima della crisi aveva un afflusso medio di centomila immigrati “domestici” (cioè americani) ogni anno, ora ne accoglie meno di cinquemila. La Florida è passata da oltre duecentomila arrivi annui, ad un saldo netto negativo: meno trentamila residenti. Il Nevada vedeva entrare in media cinquantamila nuovi abitanti all’ anno, ora non arriva più nessuno. Ci sono delle micro-eccezioni, come la Silicon Valley qui attorno a San Francisco, beneficiata dai buoni risultati di Apple, Google, Facebook, nonché dal recente boom di una nuova generazione di start-up legate a Internet, alle tecnologie verdi, alla biogenetica. Qui vicino, a Mountain View o a Cupertino, continuano ad arrivare giovani superlaureati in ingegneria, matematica, medicina. Ma sono piccoli numeri in un’ oasi, forse anche una “bolla”. La California nel suo insieme, invece, ha smesso di guadagnare popolazione da tempo. In parallelo, gli Stati del NordEst da dove si partiva in cerca di un futuro migliore, hanno visto crollare del 90% le loro uscite. È la fine di un mito americano: le migrazioni interne hanno raggiunto il minimo storico da quando le autorità federali iniziarono a misurarle, cioè dalla seconda guerra mondiale.

Per quanto riguarda l’Italia si è soliti magnificare gli expat anche se sono semplicemente dei migranti. In effetti i numeri relativi alla mobilità italiana possono sembrare, a prima vista, elevati:

Record degli italiani che emigrano all’estero. Sono stati ben 82mila i connazionali che nel 2013 hanno deciso di andarsene: un incremento del 20,7% rispetto al 2012. Ma soprattutto il numero più alto degli ultimi dieci anni. E se aumentano i “nostri” che fuggono, nel 2013 gli arrivi degli stranieri sono stati il 12,3% in meno rispetto all’anno precedente. A rivelarlo è il report dell’Istat dedicato a Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente (anno 2013) che tuttavia sottolinea come l’Italia, sebbene in calo rispetto agli anni precedenti, rimanga tuttavia meta di consistenti flussi migratori: la comunità straniera più rappresentata è quella rumena che conta 58 mila iscrizioni. Seguono le comunità del Marocco (20 mila), della Cina(17 mila) e dell’Ucraina (13 mila).

E adesso quel numero è salito a 100.000, non si tiene di solito conto di quelli che rimangono: quasi 60 milioni. Persino in un sistema politico basato sulla mobilità come quello europeo i numeri sono desolatamente bassi: « La mobilità annua dentro i confini Ue è dello 0.29%  decisamente più bassa rispetto ad altri paesi come l’Australia (1,5% diviso tra otto stati) e gli USA (2,4 %  su 50 stati), secondo dati OCSE del 2012.  Solo 7.5 milioni di lavoratori europei, il 3,1%, su 241 milioni, sono professionalmente attivi in un altro stato membro. Secondo i dati raccolti dal Parlamento Europeo a influire sulla poca mobilità sarebbero la scarsa conoscenza delle lingue e la difficoltà nel trovare lavoro» [5]. Con buona pace dell’uomo senza radici.

—- E la cultura? Quella vera, non la cultuva —-

Passando agli aspetti culturali – quelli veri, non le scemenze umanistiche – si è già avuto modo di vedere gli aspetti perniciosi della migrazione sia in termini di invio che di ricezione. Più in generale, a dispetto della globalizzazione economica, si è assistito alla rinascita del locale, la glocalizzazione [6]:

Termine, sinonimo di glocalismo, formulato negli anni Ottanta del secolo scorso in lingua giapponese, successivamente tradotto in inglese dal sociologo Roland Robertson e poi ulteriormente elaborato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman, per indicare l’applicazione a livello locale dei prodotti o servizi creati grazie alla globalizzazione, attraverso un processo che mette in relazione le specificità delle singole realtà territoriali con il contesto internazionale (per es. l’utilizzo del web per fornire servizi di carattere locale ma a livello internazionale). Se da un lato la g. rappresenta il tentativo di difendere l’originalità della cultura, della produzione e delle identità locali dal conformismo e dall’appiattimento della globalizzazione, dall’altro lato è la forma con cui singole specificità locali, modellandosi su canoni e forme globalizzate, aspirano ad assumere rilevanza internazionale, secondo il motto think global, act local. Dal 2001 è attivo anche il Glocal forum, un’organizzazione internazionale nata con l’obiettivo di creare una rete di coordinamento globale delle singole realtà locali riguardanti circa 120 città di tutto il mondo.

Con buona pace dei simpatici filosofi marxisti e dei gombloddari del Kapitale, le persone rimangono poco mobili e le culture non sono state devastate dalla globalizzazione come si temeva in origine. Anzi, si è assistito alla rinascita dei localismi: le varie repubbliche venete, corse, scozzesi, catalane.

Un altro aspetto da tenere conto, invece, è la simpatica mania dei tradizionalisti di imporre radici a destra e manca. Fusaro parla di tradizioni e di identità di cui, personalmente, non so che farmene. Nessuno impone a chicchessia di lasciare il proprio paese anche se in termini economici questo atteggiamento è la causa della propria rovinaa differenza di qualcuno che vuole imporre le proprie tradizioni inventate. Al riguardo ho sempre trovato divertente vedere i tradizionalisti di destra lamentarsi dell’Islam radicale. Dovrebbe essere il loro sogno: ruolo pubblico della religione, tradizione imposta, uomo metafisico al posto dell’odiata scienza. Cambia solo un aspetto: al posto della croce c’è la mezzaluna, per il resto sono intercambiabili. Si vede che la coerenza non è un frutto della tradizione.

Approfondimenti:

_ Identità, violenza e radici: http://www.uaar.it/libri/identita-violenza/.

_ L’invenzione della tradizione: http://www.internazionale.it/opinione/lee-marshall/2013/10/17/linvenzione-della-tradizione.

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[1] Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/06/la-buona-scuola-introduce-lo-sfruttamento-minorile/2522857/.

[2] Cfr. http://www.lintellettualedissidente.it/economia/il-moderno-homo-oeconomicus-ovvero-luomo-senza-radici/.

[3] Cfr. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/23/si-fermato-il-sogno-americano-stati-uniti.html.

[4] Cfr. http://www.valigiablu.it/migranti-giovani-italia-lavoro/.

[5] Cfr. http://www.eastonline.eu/it/opinioni/european-crossroads/combattere-la-disoccupazione-attraverso-la-mobilita.

[6] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/glocalizzazione_(Lessico-del-XXI-Secolo)/.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 marzo 2016 da in economia con tag , , , , .
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