Charly's blog

Noi Italia: i dati Istat, 2° pillola

Avete presente il detto “se ritenete costosa l’istruzione provate l’ignoranza”? Ecco, oggi vediamo quanto l’Italia onori l’importanza del capitale umano [2].

—- La scuola —-

L’incidenza della spesa pubblica in istruzione sul Pil nel 2013 si conferma stabile al 3,6%, mentre «negli ultimi anni prosegue il miglioramento del livello di istruzione per gli adulti, con una quota di 25-64enni che ha conseguito al massimo la licenza media scesa tra il 2004 e il 2015 di oltre 11 punti. Oltre la metà dei giovani 15-24enni sono impegnati in un percorso di formazione superiore». Ma «a livello europeo l’Italia si colloca tra gli otto paesi con una incidenza della spesa pubblica in istruzione sul Pil inferiore a quella media, con quasi 3 punti di distanza dalla Danimarca che mostra la quota più elevata».

Se si considerano, tuttavia, gli obiettivi della Strategia Europa 2020 si deve far notare che non sono stati aggiunti. La quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi in Italia è scesa al 15% (il 17,7% tra gli uomini e il 12,2% tra le donne), superando l’obiettivo nazionale del 16% fissato per il 2020. Nel 2015 il 25,3% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario, un livello di poco inferiore al 26% stabilito come obiettivo per l’Italia ma lontano dal 40% fissato per la media europea. Infine, nel 2015 i giovani di 15-29 anni che non studiano e non lavorano sono oltre 2,3 milioni (il 25,7% della relativa popolazione), con una incidenza più elevata tra le donne rispetto agli uomini. E se si considera l’aggiornamento professionale durante l’arco della vita solo l’8,0% degli italiani tra i 25 e i 64 anni risulta impegnato in corsi o aggiornamenti.

Apprendimento permanente

Il confronto con l’Europa è deprimente: «l’Italia risulta quart’ultima anche nella graduatoria dei 25-64enni con livello di istruzione non elevato (con una incidenza di adulti poco istruiti quasi doppia rispetto all’Ue28) e quint’ultima in quella dei giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi (15,0% contro una media Ue28 dell’11,1%). Nel caso della partecipazione degli adulti ad attività formative, l’Italia presenta valori leggermente più bassi della media europea, collocandosi in una posizione centrale. Il tasso di partecipazione dei giovani 15-24enni al sistema di istruzione e formazione italiano nel 2013 è inferiore di oltre 6 punti percentuali al valore medio europeo, superiore solo a quello di Austria, Bulgaria, Regno Unito e Grecia. In merito ai 30-34enni con titolo di studio universitario, sedici paesi dell’Ue hanno già raggiunto il target europeo del 40% fissato nella Strategia Europa 2020, mentre l’Italia continua a ricoprire l’ultima posizione. Infine, riguardo la quota di giovani che non lavorano e non studiano, l’Italia si conferma al penultimo posto nella graduatoria dei 28 paesi europei, seguita solo dalla Grecia, e con un andamento in controtendenza rispetto ai principali partner europei dove la quota è in diminuzione». Ed ecco la percentuale dei 30-4 laureati:

30-4 istruzione universitaria Europa

In compenso l’Italia è quasi nel podio degli adulti con la sola licenza media:

Adulti licenza media europa

— La Ricerca e lo Sviluppo —-

Assieme alla spesa per la scuola troviamo la spesa per R&S che «è aumentata sia in termini assoluti, passando dai 20.502 milioni di euro del 2012 a 20.983 nel 2013, sia in rapporto al Pil». Ciononostante continua il trend discendente del numero dei brevetti per milione di abitanti. Il personale impegnato in attività di R&S (espresso in termini di unità equivalenti a tempo pieno) «risulta pari a 246.764 unità, con una crescita rispetto al 2012 del 2,7%. Gli addetti alla R&S sono mediamente 4,1 ogni mille abitanti. Continua l’aumento della percentuale di giovani 20-29enni che consegue un titolo universitario in discipline tecnico-scientifiche, che ha raggiunto il 13,5%» contro il 10,7% del 2005. Nel complesso la spesa in R&S è passata dall’1,09 del 2005 all’1,31 del 2011.

Traslando quel che si semina nell’ambito scolastico a quel che si raccoglie nel settore economico, «il quadro generale della struttura produttiva Italiana è caratterizzato dal perdurare della crisi economica, contraddistinta dal drastico calo del numero di imprese. Nonostante la diminuzione del numero di imprese per mille abitanti, nel 2013 la dimensione media si mantiene stabile (circa 4 addetti); il settore della micro impresa conserva perciò un ruolo non trascurabile nell’intero sistema produttivo. E’ proprio la micro impresa, nel settore dei servizi, a dominare il panorama delle attività del sistema economico italiano, che come nei sistemi economici più avanzati, manifesta la tendenza alla diminuzione dell’intensità industriale con organizzazioni più complesse di dimensioni medie». Prosegue «la perdita di competitività delle imprese italiane dopo il recupero del biennio 2010-2011. A livello settoriale la situazione di più bassa competitività si riscontra nel comparto delle costruzioni».

Se si considera il contesto europeo, «emerge invece la maggior frammentazione del tessuto produttivo italiano, con una dimensione media di impresa di gran lunga inferiore al dato europeo. Tra le maggiori economie, Germania e Regno Unito hanno imprese mediamente più grandi e al tempo stesso quote più basse di lavoratori indipendenti, segnale di una prevalenza di forme organizzative di tipo societario». Contro i 3,8 addetti per impresa del belpaese abbiamo il 12,1 della Germania e il 10,2 del Regno Unito. Solo il Portogallo, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Grecia presentano un valore inferiore.

L’Italia si riconferma anche il paese con la più alta vocazione imprenditoriale: i valori sono più che doppi rispetto alla media europea, il 30,2% del totale nel 2013, secondo solo al 35,5 della Grecia.

Notevole il divario della competitività di costo:

Competitività di costo

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[2] Cfr. Cfr. http://noi-italia.istat.it/.

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Questa voce è stata pubblicata il 12 aprile 2016 da in Diamo i dati con tag , , .
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