Charly's blog

Alla ricerca della produttività perduta

Bini Smaghi lancia l’allarme sulla scarsa performance economica italiana [1]: «Il dato sulla crescita del Prodotto lordo nel primo trimestre di quest’anno conferma la fase di ripresa in atto dell’economia italiana. Conferma, purtroppo, anche l’incapacità di tenere il passo dell’economia europea, che da anni cresce ad un ritmo ben più sostenuto. Nel 2015 il Pil italiano è aumentato dello 0,8%, contro l’1,7% dell’area dell’euro. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano per il 2016 un incremento dell’1,1%, contro l’1,6% europeo». Al netto dei proclami Renziani e piddini, s’intende.

—- Alla ricerca della produttività perduta —-

Alla ricerca del perché, e dopo aver scartato l’andamento delle economie emergenti e la politica monetaria, il nostro afferma che il colpevole su cui puntare il dito è la scarsa produttività:

Il primo, più noto, riguarda la produttività, in particolare del lavoro — ossia quanti beni e servizi vengono prodotti in media da un addetto. Nel 2015 la produttività media del lavoro è scesa dello 0,1% in Italia e quest’anno è prevista aumentare dello 0,2%. Negli stessi due anni la produttività media nell’area dell’euro è aumentata dello 0,6% e dello 0,5%, in Germania dello 0,9% e dello 0,6%. I motivi per cui la produttività italiana ristagna, o addirittura cala, da anni — che di fatto significa che un addetto produce oggi meno beni e servizi di 15 anni fa — sono stati analizzati in lungo e in largo.

Si tratta di un ritardo accumulato in molti settori, come il basso livello di istruzione dei giovani italiani, le scarse conoscenze linguistiche e nelle materie scientifiche, la formazione professionale limitata, la bassa diffusione di internet e la scarsa conoscenza delle tecnologie informatiche, il tasso limitato di investimenti in ricerca e sviluppo, la dimensione contenuta delle aziende, le barriere relativamente più elevate alla concorrenza nelle professioni e nel mercato dei beni e dei servizi, la corruzione e la mancanza di meritocrazia nelle selezioni di personale. In tutti gli indicatori utilizzati per misurare questi fattori l’Italia si colloca nel gruppo di coda, anche se in alcuni casi si sono registrati dei passi avanti.

Ma non si manca di far notare l’andamento demografico a dir poco sfavorevole: «Secondo le statistiche Eurostat, nel 2015 la popolazione si è ridotta dello 0,1% nel 2015 e dovrebbe rimanere costante quest’anno, mentre nell’area dell’euro è aumentata dello 0,3 nel 2015 e dovrebbe crescere dello 0,4% quest’anno». Un fattore da tenere in considerazione come si vedrà a fine post.

—- Produttivi? E perché mai? —-

Le motivazioni elencate da Bini Smaghi non sono particolarmente originali dato che sono elementi citati e citati a più riprese da più e più opinionisti, ma a mancare del tutto è una possibile soluzione al problema. Per la semplice ragione che potrebbe non esserci una soluzione. Non ci credete? Bene, partiamo dal livello di alfabetizzazione degli italiani [2]:

L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana. Nel 2014, la quota di residenti in possesso di qualifica o diploma di istruzione secondaria superiore è del 35,6 per cento e quella di chi possiede un titolo universitario è pari al 12,7 per cento. L’incidenza degli individui che hanno al massimo la licenza elementare – pari al 20,0 per cento della popolazione – risulta ancora alta tra gli ultrasessantacinquenni (59,5 per cento), ma estremamente bassa fra i più giovani (1,6 per cento nella fascia 15-19 anni). Le differenze di genere nei livelli di istruzione appaiono rilevanti in tutte le generazioni.

Bene, l’economia insegna che un risorsa scarsa ma molto richiesta ha di conseguenza un elevato valore. Se le lauree a carattere scientifico sfornano pochi dottori ne dovrebbe conseguire che il tasso di occupazione dovrebbe essere prossimo all’100%. Mica tanto:

Condizione occupazionale laureati

Lo si era già visto con il bocconiano di turno: le lauree a carattere scientifico sono poco battute non per pigrizia ma lo scarso valore intrinseco in termini occupazionali. Se ti laurei nel settore ti conviene andare all’estero, amen. Il motivo è presto detto, ecco le dimensioni delle imprese italiane:

Tabella 1: numero di imprese per addetti.

Addetti Imprese Numero addetti
1 2.655.768 2.480.178
2 – 9 1.578.054 5.341.753
10 – 19 137.212 1.795.963
20 – 49 54.218 1.613.195
50 – 249 22.039 2.125.788
250 + 3.646 3.520.706
Totale 4.450.937 16.877.583

Fonte: Istat

Le imprese italiane sono piuttosto piccole e operano in settori lavorativi dove la conoscenza scientifica (e la ricerca pura) è limitata a discapito di quella tecnica e professionale. La cosa si riflette anche sul minore tasso di occupazione rispetto a paesi quali Francia, UK e Germania delle lauree generiche italiane per via del numero ridotto dei ruoli amministrativi e manageriali. Gli italiani, allora, non sono poco istruiti per via del destino cinico e baro, ma per la scarsa richiesta di titoli di studio elevati da parte del mondo del lavoro. Capito perché chi ha noie in Italia spesso e volentieri si occupa felicemente altrove? Proprio per via della mancanza d’imprese idonee all’impiego di determinati profili professionali.

—- Ehi Ciro, raddoppia il forno! —-

Permettetemi di presentarvi Ciro il pizzaiolo. È il titolare della classica pizzeria d’asporto: un forno e un pizzaiolo, un paio di tavoli. Negli ultimi anni non riesce a utilizzare il forno al 100% perché non ha abbastanza clienti. Eppure la produttività è un importante indicatore economico e fedele ai dettami dell’Oskar Giannetto di turno Ciro assume un altro pizzaiolo e acquista un altro forno. I risultati? Finisce in rosso perché il numero dei clienti è rimasto immutato ma i costi sono aumentati.

Il caso di Ciro non è isolato e può essere applicato alla signora Silvana titolare di un bar o a Massimo titolare di uno studio medico. La produttività non è solo dettata dai fattori di produzione (istruzione, tecnologia, organizzazione) ma anche da quelli di vendita. Se non hai i clienti non hai motivo di aumentare la produzione pena un maggiore costo di produzione (raddoppio del forno, più personale) e l’abbandono della merce invenduta in magazzino. Questo ci porta al secondo tassello: se prendiamo gli ultimi 20 anni siamo alle prese con un’inevasa domanda di merci e di servizi? Direi di no, il Pil è stato stagnante o in recessione, così come l’andamento demografico. Né l’export può salvare la baracca dato che alcune attività non possono esportare per ovvi motivi strutturali: carrozzerie, bar, parrucchieri, pizzerie, studi medici, librerie, o i liberi professionisti come ragionieri e avvocati, medici e idraulici. Il problema è che quando si pensa alle attività economiche si considerano solo le imprese manifatturiere e non tutto il resto che concorrono sia al Pil sia al calcolo della produttività (ma non all’export).

Un discorso analogo vale per la scarsa diffusione d’internet: ma se sei un bar in un paese di 5.000 abitanti, che te ne fai di un sito web? Voi andreste a 20, 30 km di distanza per un caffè o per una messa impiega?

Approfondimenti:

_ internet e le imprese: http://www.istat.it/it/archivio/143752.

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[1] Cfr. http://www.corriere.it/cultura/16_maggio_16/produttivita-demografia-ragioni-nostro-ritardo-b9ee9a78-1ac9-11e6-bdfe-4c04a6b60821.shtml.

[2] Cfr. http://www.istat.it/it/files/2015/12/C07.pdf.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 18 maggio 2016 da in economia con tag , , , .
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