Charly's blog

Il Rapporto Annuale Istat 2016: 1° parte

L’Istat ha dato alle stampe l’edizione di quest’anno del Rapporto Annuale e mi sembra doveroso darci un’occhiata. Partiamo dalla demografia [1]:

La popolazione residente decresce e invecchia. Nel 2015 la popolazione residente si riduce di 139 mila unità (-2,3 per mille) rispetto all’anno precedente. Al 1° gennaio 2016 si stima sia pari a 60,7 milioni di residenti. Quella di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, con una perdita di 179 mila unità. Anziché crescere, la popolazione invecchia. La stima dell’indice di vecchiaia al 1° gennaio 20161 è pari a 161,1 persone di 65 anni e oltre ogni 100 giovani con meno di 15 anni (171,8 nel Centro e 143,5 nel Mezzogiorno). La simultanea presenza di una elevata quota di persone di 65 anni e oltre e di una bassa quota di popolazione al di sotto dei 15 anni colloca il nostro Paese tra i più vecchi del mondo, insieme a Giappone (indice di vecchiaia pari a 204,9 nel 2015) e Germania (159,9 nel 2015).

Nulla di nuovo, è risaputo. Sul versante delle nascite «nel 2015 le nascite sono state 488 mila (otto per mille residenti), 15 mila in meno rispetto al 2014 e nuovo minimo storico dall’ Unità d’Italia. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità, giungendo a 1,35 figli per donna». Considerando che nello stesso anno «i morti sono stati 653 mila, 54 mila in più dell’anno precedente (+9,1 per cento)» ne risulta che la differenza tra nascite e decessi è scesa ulteriormente (saldo naturale pari a -165 mila).

Il risultato è la decrescita: «il saldo naturale decisamente negativo, non più contrastato efficacemente dal saldo migratorio, positivo ma sempre più contenuto, determina la decrescita della popolazione registrata nel 2015. Il saldo migratorio netto con l’estero stimato per il 2015 è di 128 mila unità (273 mila iscrizioni dall’estero meno 145 mila cancellazioni per l’estero), circa un quarto di quello stimato per il 2007, anno di massimo storico per i flussi migratori internazionali».

—- Generazioni —-

Se passiamo all’analisi per classi d’età, «tra il 1926 e il 1966 il peso percentuale della popolazione in età 0-24 si riduce di circa dieci punti percentuali. Il processo prosegue con riduzioni sempre più consistenti della quota di popolazione in quella fascia di età (12 punti percentuali in meno per entrambi i sessi dal 1952 al 1992) e si consolida negli anni successivi, tanto che oggi il nostro Paese è una delle punte più avanzate di questo fenomeno (15 punti percentuali in meno dal 1976 al 2016)». Il risultato è che l’Italia è uno dei paesi con il più basso peso specifico delle nuove generazioni: «la quota di queste classi di età dal 1926 al 2016 si è pressoché dimezzata. Nel 2016 la popolazione fino a 24 di età è scesa sotto il 25 per cento, mentre in Francia questa quota è del 30,4 per cento. 5 Si tratta di sei milioni di giovani in meno per l’Italia».

Il confronto con la Francia non è privo d’interesse: «i due paesi hanno una vita media molto simile e più o meno lo stesso ammontare di popolazione, ma una storia molto diversa. La differenza maggiore sta nella fecondità francese che, dopo una fase di diminuzione, ha ripreso ormai da tempo ad aumentare fino a superare la soglia dei 2 figli per donna. Inoltre l’immigrazione è più consolidata nel tempo». Solita storia, insomma: politiche specifiche più immigrazione.

La questione è importante perché «la diminuzione del peso demografico dei giovani viene spesso letta in relazione allo squilibrio con la popolazione anziana e alla sua sostenibilità, e al conseguente rischio di una perdita di rilevanza dei giovani anche nella società e nelle priorità politiche». Pessime nuove, quindi: «Il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere senza soluzione di continuità. Si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni Venti (cioè subito dopo la Grande Guerra), ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello stimato di 1,5 figli per le donne della generazione del 1970».

—- A casa con i genitori —-

Nel 2014 in Italia il 56,9 per cento delle giovani tra i 18 e i 34 anni e il 68,0 per cento dei coetanei vivono ancora con i genitori (il 62,5 per cento per il complesso dei due sessi contro il 48,1 per cento della media europea). Come al solito si citano elementi culturali: «Questo comportamento accomuna il nostro Paese ad altri dell’Europa mediterranea caratterizzati da legami familiari “forti”. Anche in Spagna, Grecia e Portogallo i giovani restano più a lungo nella casa dei genitori (anche quando lavorano) e se ne distaccano prevalentemente quando vanno a vivere in coppia, spesso sposandosi e andando a risiedere in una casa di proprietà acquistata grazie al sostegno delle famiglie di origine. Al contrario, nei paesi dell’Europa centro-settentrionale avviene più frequentemente che, per motivi di studio e di lavoro, i giovani si allontanino presto dalla famiglia di origine, andando a vivere in affitto e sperimentando una fase di vita indipendente come single o in convivenza con amici o partner». E chissà perché si dimentica di citare che il welfare dei cattivi paesi meridionale è di tipo familiare, quello dei paesi scandinavi è di tipo universale. Se i figli sono mammoni i genitori, allora, sono figlioni?

Ma ci sono anche altri elementi non poco interessanti: «diminuisce la quota dei genitori in coppia, dall’altro aumenta quella dei single, dei partner in coppia senza figli e dei genitori soli. Nella fascia di età 40-44 anni diminuisce la percentuale di uomini e donne in coppia con figli (rispettivamente 20,4 e 18,3 punti percentuali in meno), a vantaggio di un aumento della quota di single (+9,6 punti percentuali per gli uomini e +6,0 per le donne) e di persone in coppia senza figli (+2,6 punti percentuali per gli uomini e +4,4 punti percentuali per le donne). In questa fascia d’età, aumenta di 3,3 punti percentuali la quota di donne in condizione di genitore solo, mentre quella degli uomini rimane stabile. Nelle classi d’età successive (45-49 e 50-54 anni) si è osservata un’analoga dinamica familiare: riduzione delle quote di genitori in coppia (comunque maggioritari), aumento di quelle di single, di coppie senza figli e di madri sole. Una donna su quattro a 55-59 anni è in coppia senza figli (2,7 punti percentuali in meno), contro il 16,9 per cento degli uomini (1,9 punti in meno), mentre le quote di persone sole aumentano per entrambi i sessi, in particolare per gli uomini che raddoppiano e arrivano agli stessi livelli delle donne (13 per cento circa)».

Persino tra i più anziani è arrivato il vento del cambiamento: «tra i 60 e i 64 anni la condizione di genitore in coppia è ancora prevalente tra gli uomini ma non più maggioritaria, mentre tra le donne prevale la condizione di coppia senza figli. In forte aumento la quota di single tra gli uomini (6,7 punti percentuali in più), più stabili e su quote più elevate le single. Tra gli uomini di 65-69 anni diminuisce la quota di quanti vivono in coppia con o senza figli e aumenta quella dei single. Per le donne tra 65-74 anni di età, grazie al miglioramento delle condizioni di vita, l’esperienza familiare muta profondamente: diminuisce la quota di donne che vivono sole e, più lievemente, di madri sole, mentre aumenta di oltre 10 punti percentuali quella di donne che vivono in coppia senza figli. Il vantaggio femminile in termini di vita media determina quote più che doppie di anziane di 70 anni e più che vivono sole rispetto a quelle degli anziani soli. Più in generale, il miglioramento delle condizioni di salute e della qualità della sopravvivenza comporta un aumento della quota di uomini di 75 anni e più in coppia senza figli».

[ continua ]

_________________________________________________________________

[1] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/185497

Annunci

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2016 da in Uncategorized con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: