Charly's blog

Il Rapporto Annuale Istat 2016: 2° parte

Nella prima analisi del Rapporto Annuale eravamo rimasti con i giovani che non figliavano e non uscivano di casa. Ma al netto delle approfondite elucubrazioni filosofiche che compaiono sui giornali, si potrebbe buttare un occhio alla situazione economica complessiva:

Il mercato del lavoro dell’Unione europea si conferma in lieve ripresa anche nel 2015. Le persone occupate di 15 anni e più sono aumentate nell’ultimo anno di circa 2,4 milioni (+1,1 per cento), mentre il tasso di occupazione 15-64 anni sale al 65,6 per cento (+0,8 punti percentuali). Tuttavia, il numero degli occupati rimane inferiore ai livelli pre-crisi del 2008 di circa 2,2 milioni di unità e il tasso di occupazione rimane invece sostanzialmente stabile sui livelli del 2008. La ripresa è più modesta se si considera l’Unione monetaria (Uem) dove nel 2015 il tasso di occupazione è salito al 64,5 per cento (+0,7 punti percentuali rispetto al 2014 e -1,3 punti rispetto al 2008). Gli occupati nella Uem sono circa 3,2 milioni in meno che nel 2008. Nella media dei paesi Ue l’incremento del tasso di occupazione nel corso dell’ultimo anno interessa sia gli uomini (0,7) sia le donne (0,9). Tuttavia, rispetto al 2008, mentre per le donne l’indicatore cresce di 1,5 punti percentuali, raggiungendo il 60,4 per cento, per gli uomini il tasso di occupazione (70,8 per cento) non raggiunge il livello pre-crisi (-1,8 punti percentuali). Pertanto, tra il 2008 e il 2015 nei tassi di occupazione si riduce il divario di genere, che scende a 10,4 punti (dai 13,7 del 2008). In alcuni paesi le distanze restano elevate: è il caso dell’Italia, dove il tasso d’occupazione maschile è del 65,5 per cento e quello femminile del 47,2 per cento, con un divario di 18,3 punti percentuali nel 2015.

In effetti l’Italia non brilla per performance economica e mentre «il tasso di disoccupazione della Ue si attesta al 9,4 per cento (dal 10,2 per cento del 2014), pur rimanendo superiore di 2,4 punti percentuali rispetto al 2008. Nell’ultimo anno si riduce di circa 1,9 milioni il bacino dei disoccupati, che tuttavia rimane superiore al valore del 2008 di circa 6,2 milioni di unità. La riduzione del tasso di disoccupazione e del numero dei disoccupati ha interessato quasi tutti i paesi della Ue», quello italiano «si riduce dal 12,7 all’11,9 per cento e le persone disoccupate diminuiscono di 203 mila unità. Ciononostante, sia il tasso di disoccupazione sia il numero di disoccupati rimangono al di sopra del livello del 2008. Nella Ue il divario di genere nei tassi di disoccupazione tende ad annullarsi, ma in Italia, pur riducendosi, rimane di 1,4 punti a svantaggio delle donne». Se non hai i soldi è piuttosto difficile mantenere una famiglia, non trovate?

—- E il welfare? —-

Questo ci porta dritti al secondo punto: il welfare. Se consideriamo i paesi Ue la spesa per le prestazioni sociali è pari, in media, al 27,7 per cento del Pil e risulta più elevata in paesi quali la Danimarca, la Francia, la Finlandia e la Grecia (compresa nel 2013 tra il 32,1 e il 30,3 per cento), mentre è più bassa in Estonia, Lituania, Romania, Lettonia (poco più del 14 per cento). Se si considera l’importo medio pro capite, «Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Finlandia spendono per prestazioni sociali12 importi più elevati, compresi tra i 14.551 e gli 11.322 euro annui. Di contro, per Bulgaria e Romania gli importi si aggirano intorno ai mille euro; poco più alti quelli di Lettonia, Lituania e Polonia (tra i 1.600 e i 1.800 euro). La media Ue è pari a 7.406 euro (Figura 5.1). L’Italia presenta valori in linea con la media Ue sia per quanto riguarda la spesa in rapporto con il Pil sia per l’ammontare della spesa pro capite».

Spesa protezione sociale

Eppure, pur essendo nella media in termini di spesa il sistema italiano non lo è in termini di efficacia:

Il sistema di protezione sociale del nostro Paese è, tra quelli europei, uno dei meno efficaci. Questo risultato è riconducibile alla preponderanza nel sistema italiano della spesa pensionistica che comprime il resto dei trasferimenti sociali.18 Nel 2014 il tasso delle persone a rischio di povertà si riduceva, dopo i trasferimenti, di 5,3 punti (dal 24,7 al 19,4 per cento) a fronte di una riduzione media nell’Unione europea a 27 paesi di 8,9 punti (Figura 5.7). Le disparità all’interno dell’Unione sono notevoli. L’Irlanda è il paese europeo con il sistema di trasferimenti sociali più efficace, in grado di ridurre l’indicatore di rischio di povertà di 21,6 punti; segue la Danimarca (14,8 punti di riduzione). Soltanto in Grecia (dove il valore dell’indicatore si riduce di 3,9 punti) il sistema di trasferimenti sociali è meno efficace di quello italiano.

Niente lavoro e niente assistenza, viene quasi da chiedersi perché non spuntino fuori marmocchi come se piovesse. E le donne immigrate, si obietta? La realtà presenta il conto a tutte prima o poi [2]:

La fecondità delle immigrate  risulta in calo e scende per la prima volta sotto la soglia dei 2 figli per donna, attestandosi a 1,97. Si registra un calo continuo da quando nel 2008 si iniziò a calcolare quel dato: allora era a 2,65 figli per donna, contro i 2,1 del 2013.  Si tratta comunque di un tasso di fecondità nettamente superiore a quello delle italiane, che si attesta a 1,31 figli per donna.

Sarà pur vero che non di solo pane si vive, ma senza pane non si percorre molta strada.

Indice Gini

—- E la qualità del lavoro? —-

Non c’è molto lavoro in giro e vediamone adesso la qualità. Le assunzioni nel corso del 2015 hanno riguardato prevalentemente personale dipendente: «vi ha fatto ricorso il 58,0 per cento delle unità manifatturiere e il 40,9 per cento di quelle dei servizi. Oltre il 40 per cento delle aziende dei due comparti (rispettivamente il 43,2 e 44,0 per cento) ha inoltre dichiarato di aver usufruito della decontribuzione prevista dalla Legge di Stabilità 2015 per le assunzioni a tempo indeterminato». Rimane in fatto, tuttavia, che la percentuale di imprese che si è avvalsa di contratti esterni non é trascurabile: «il 41,1 per cento delle imprese dichiara di aver fatto ricorso a contratti di collaborazione coordinata e continuativa od occasionale, il 33,7 per cento a contratti di somministrazione o di staff leasing o al lavoro accessorio (voucher)».

Il nuovo contratto a tempo indeterminato vige nella maggioranza delle assunzioni: «vi hanno fatto ricorso rispettivamente il 68,2 per cento delle imprese della manifattura e il 62,5 per cento di quelle dei servizi; il 40,2 e il 41,2 per cento si è avvalso di quello a tempo determinato. L’introduzione, prevista dal Jobs Act, del contratto a tutele crescenti a partire dal mese di marzo dello scorso anno ha, inoltre, determinato un consistente ricorso anche a questa forma contrattuale (per il 27,7 per cento delle imprese manifatturiere e il 22,7 di quelle dei servizi)». L’utilizzo del contratto di lavoro intermittente o ripartito o di apprendistato è stato invece generalmente meno frequente, utilizzato da meno di un sesto delle imprese di entrambi i comparti.

Rimane in ogni caso la vexata quaestio della conversione dei rapporti di lavoro, prevalentemente atipici e già presenti nell’impresa, nella nuova tipologia contrattuale. Con riferimento alle assunzioni a tempo indeterminato, il fenomeno è relativamente frequente «coinvolgendo più della metà delle unità, ovvero il 56,5 per cento delle imprese della manifattura e il 53,7 per cento di quelle dei servizi. Nel comparto manifatturiero le assunzioni effettuate nel 2015 hanno rappresentato la prosecuzione di un rapporto lavorativo precedente, normato da una diversa tipologia contrattuale: per il 55,6 per cento delle piccole imprese, il 60,7 per cento delle medie e il 68,8 delle grandi. Per le imprese del terziario, la percentuale è stata pari rispettivamente al 54,8 e 56,3 delle piccole e medie imprese, al 33,3 per cento delle grandi». Con buona pace del piddino medio.

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[1] Cfr. http://www.istat.it/it/archivio/185497.

[2] Cfr. http://www.stranieriinitalia.it/attualita/attualita/attualita-sp-754/oltre-5-milioni-di-stranieri-residenti-in-italia-ma-fanno-meno-figli.html.

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Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 24 maggio 2016 da in economia con tag , , , , .
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