Charly's blog

Alla ricerca dello Scontro di Civiltà: ma il libro l’avete letto?

Ogni qualvolta che accade un atto terrorista le figure istituzionali si affrettano a scongiurare lo scontro di civiltà [1]:

Va respinta con decisione la sfida del terrorismo fondamentalista che spesso maschera con pretesti religiosi la sua voglia di dominio e di sopraffazione. Scendere sul loro terreno, che è quello dello scontro di civiltà o di religione, sarebbe un grave errore, dalle conseguenze difficilmente valutabili.

L’idea di uno scontro fra civiltà (Clash of civilizations) è figlia di un’intuizione di S.P. Huntington che nel 1993 pubblicò su Foreign Affairs un saggio dedicato alla questione. Da lì poi venne sviluppata una versione approfondita che divenne il libro dato alle stampe nel 1996. E questo ci porta al punto di questo post: ma voi il libro l’avete mai letto?

—- Il grande clash: la teoria —-

Nel mio caso il libro in questione è stato il primo di stampo politologico che ho letto, giusto dopo la maturità. Neppure 10 anni dopo la pubblicazione del testo… Il libro si compone di due parti: la prima teorica, la seconda dedicata all’analisi delle relazioni internazionali sotto la luce della teoria proposta. Visto che parliamo di un testo vecchio di 20 anni è piuttosto ovvio che la seconda parte sia ormai irrimediabilmente superata e la si può saltare o, meglio, darci un’occhiata piuttosto rapida.

Quel che davvero conta è la tesi di fondo (pp. 14-15): la cultura e/o le identità culturali sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post Guerra Fredda. Anche se «gli stati nazionali restano gli attori principali della scena internazionale» e le loro azioni perseguono ancora potere e ricchezza,  sono anche ispirati da «preferenze, comunanze e differenze culturali». Il rischio è che «i conflitti più profondi, laceranti, e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse» (pp. 16-7). In termini pratici, anche se l’Occidente rimane la civiltà più potente, il suo potere è in declino rispetto a quello delle altre civiltà. Dinanzi al «tentativo occidentale di imporre i propri valori e proteggere i propri interessi, le società non occidentali si trovano a un bivio. Alcune tentano di emulare l’Occidente e di unirsi i allinearsi a esso. Altre società, come quelle confuciane o islamiche, tentano di espandere il proprio potere economico e militare al fine di contrapporsi all’Occidente». In sintesi, «il mondo post-Guerra fredda è un mondo composto da sette o otto grandi civiltà. Le affinità e le differenze culturali determinano gli interessi, gli antagonismi e le associazioni tra stati» (p.25).

In dettaglio:

  • Il mondo è diventano multipolare e la modernizzazione non è più sinonimo di occidentalizzazione;
  • Il potere dell’Occidente è in calo mentre quello asiatico è in crescita economica e quello dell’Islam in ascesa demografica;
  • L’ordine mondiale si basa sulle civiltà;
  • Fra queste l’universalismo occidentale si scontra con le peculiarità dell’Asia e contro il tribalismo islamico;
  • Nel campo occidentale si dovrebbe riconoscere sia la leadership americana sia l’elemento peculiare e non universale della cultura occidentale;

Per quanto riguarda le civiltà eccone un sunto:

  • Occidentale;
  • Latino americana;
  • Africana;
  • Islamica;
  • Sinica;
  • Indù;
  • Ortodossa;
  • Buddista;
  • Giapponese;

Allo stesso tempo l’autore definisce non complete altre quattro teorie adottate per descrivere il mondo post-Guerra Fredda:

  • La Fine della storia proposta da Fukuyama con conseguente occidentalizzazione del mondo;
  • La lotta di classe su scala globale: ricchi vs poveri;
  • La teoria realista: un sistema basato sugli stati,
  • Anarchia globale: disgregazione entità statali, anarchia, terrorismo;

—- Il grande clash, la pratica —-

Se si considera la teoria sul piano delle relazioni internazionali la si può smentire prendendo ad esempio quanto accade in Medio Oriente: non mi pare che la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran stiano facendo comunella per conquistare Vienna. Non lo fanno neppure contro Israele… Nel frattempo Obama non gira in Vietnam per turismo ma sfruttare la sponda offerta dai contenziosi territoriale che dividono il paese dalla Cina (senza dimenticare la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine) con buona pace dei presunti paesi guida per civiltà. Gli Stati persistono e l’ordine politico è tornato a reggersi sul Concerto delle Nazioni, come si diceva un tempo.

Sul piano teorico poi la suddivisione in civiltà è rozza perché da per assodato l’esistenza di confini netti nonché l’uniformità culturale fra paese e paese. E storicamente parlando l’appartenenza alla stessa civiltà non ha mai portato a politiche molto comuni (l’alleanza della Francia con i Turchi contro gli Spagnoli, per dirne una).

Anche se parzialmente erronea sul piano delle relazioni internazionali – l’attrito fra le diverse culture sui valori fondamentali c’è – i punti più interessanti sono due:

  • Il rapporto fra modernizzazione e occidentalizzazione;
  • La convivenza interculturale;

Partiamo dal primo punto: «L’espansione dell’Occidente ha stimolato la modernizzazione e l’occidentalizzazione delle società non occidentali. Le élite politiche e intellettuali di quelle società hanno risposto all’influenza occidentale fondamentalmente in tre modi: rifiutando entrambe; abbracciando entrambe; abbracciando la prima e rifiutando la seconda». Ma complessivamente l’effetto di emulazione si è esaurito: «Modernizzazione, in definitiva, non significa necessariamente occidentalizzazione. Le società non occidentali possono modernizzarsi, e l’hanno fatto, senza abbandonare la propria cultura e senza adottare in blocco valori, istituzione e costumi occidentali». Anzi si fa notare che «la modernizzazione rafforza tali culture e riduce il potere relativo dell’Occidente. Sotto molti importanti aspetti, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale» (pp. 104 -5).

In alcuni casi com’è successo in molti paesi islamici l’occidentalizzazione è andata persa con il passaggio generazionale e mentre negli anni ’60 i nordafricani o i mediorientali guardavano all’Occidente oggi i loro figli e nipoti hanno riesumato il Corano salvo poi lamentarsi del disastro economico conseguente. Nel testo manca solo la riflessione che la contemporaneità – e non modernità per piacere – non è affatto sinonimo di europeità, ma la sua sostanziale distruzione: basta effettuare un confronto fra quello che siamo oggi e l’Europa storica figlia di Carlo Magno che è morta con la Rivoluzione del 1789.

Per quanto riguarda il secondo punto, invece, risulta del tutto mancante. Essendo un testo dedicato alla relazioni internazionali il contrasto interculturali è poco trattato se non in funzione del rapporto fra Stati. Il che è un vero peccato visto che è il settore dove il contrasto è più evidente.

—- E fu vera gloria? —-

Dare un giudizio definitivo sul testo è piuttosto complesso. La tesi di fondo è praticamente erronea ma presenta elementi corretti sul piano storico e, cosa peggiore, presenta caratteri di verosomiglianza che le permette di essere facilmente intuibile da chi non ha mai letto il libro e che la rende adattabile a praticamente tutto. Il punto su cui sarebbe davvero interessante non viene mai trattato, ma è pregevole per quanto incompleta la disamina fra l’incontro/scontro dell’Europa con il resto del mondo. In definitiva si può dire che il libro è ormai obsoleto ma è uno di quelli che si deve leggere per capire non tanto il mondo in sé, ma come le persone possono interpretare il mondo su base ideologica.

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[1] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Terrorismo-Mattarella-dice-grave-errore-dire-che-si-tratta-di-uno-scontro-di-civilta-92d7ed32-48bd-405e-a844-72dea71fc081.html?refresh_ce.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2016 da in cultura con tag , , .
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