Charly's blog

Sul referendum (3° parte)

Corsi e ricorsi della storia. Nel 2005 così si scriveva nell’area PD della riforma costituzionale targata Berlusconi [1]:

Nella sua naiveté Berlusconi ne è, nel mondo occidentale, l’interprete più nitido. Egli si riconosce un’eccezionale autorità personale che può illuminare soltanto chi ha, per la politica, una vocazione. Vive per essa e non di essa (come, al contrario, quei “funzionari di partito” che gli sono avversari). Egli vuole esercitare il potere per realizzare, a vantaggio della comunità, la propria capacità di dare valori, significato e indirizzo alla vita secondo una “concezione del mondo” maturata con successo “in azienda” e in ogni altra “impresa” affrontata. È naturale, è coerente – a pensarci – che questa volontà e questo potere carismatico abbiano voluto consolidarsi in una Costituzione. Nell’humus istituzionale di un sistema democratico pluralista e pluripartitico, Berlusconi è a disagio. Incontra ostacoli, lungaggini, barriere, balances che gli fanno venire (ammette) “l’orticaria”. Burocrazie, partiti, governo, Parlamento, organi di garanzia, magistrature, calcoli elettorali, lo condizionano, lo appesantiscono. Avviliscono i suoi poteri a “mediazione dei conflitti”. Li riducono soltanto alla snervante direzione dell’agenda di governo.

E oggi il medesimo Berlusconi così si esprime sulla riforma Renzi – Boschi: «Se la riforma costituzionale avrà il via libera al referendum di ottobre “con il combinato disposto della legge elettorale”, questo porterà a “una cosa che non possiamo chiamare con un altro nome se non regime”, secondo Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia lo ha dichiarato durante la presentazione della lista azzurra per le comunali di Milano, al teatro Manzoni» [2]. Teatrino della politica? Non più di tanto visto che Renzi non solo fa le stesse cose che voleva fare il Silviosauro, ma usa persino lo stesso registro linguistico. E che si diceva nell’area PD nel 2005? Questo: «Della cultura “cesaristica” di Berlusconi si sa e si è detto, ma quella che ha ispirato la Costituzione del 1947 dov’è? È ancora viva? Se è viva, perché tace, perché non si mostra?». Corsi e ricorsi della storia, si è detto.

—- Chi comanda nello Stato di domani? —-

Come ha messo in rilievo Benigni, la riforma costituzionale non tocca la prima parte che enuncia i diritti e i doveri del cittadino e si focalizza sulla seconda parte che disciplina l’organizzazione complessiva dell’ordinamento statale [3]. Il primo articolo a essere modificato è l’art. 55:

La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea.

Oltre dalla divisione delle prerogative le due camere si distinguono anche per la differente metodologia di elezione degli onorevoli: se «la Camera dei deputati è eletta per cinque anni», il Senato «è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica». Non chiedetemi la logica di ‘sta roba.

L’art. 70 descrive nel dettaglio le funzioni delle due camere. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere «per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari», mentre: «Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata». In termini pratici la Camera è palesemente in una posizione di vantaggio sul Senato e può anche ignorarne i rilievi: «la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti». E per quanto riguarda lo stato di guerra: «la Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari». Sempre alla Camera spetta il compito di dare la fiducia all’esecutivo (art. 94) e sempre la Camera si pronuncia in solitaria sull’amnistia e l’indulto, ma si deve far notare che Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea sono approvate da entrambe le Camere».

Accentrare i poteri su una camera non è di per sé sbagliato, il problema nasce dal rapporto fra le due camere e dai limiti posti al potere della Camera. Vi ricordate dell’analisi della prima parte sulla legge elettorale? Nel quadro attuale un partito al 25% del primo turno che ottenesse la maggioranza al ballottaggio si porterebbe a casa sia il Governo, sia una netta maggioranza alla Camera nonché la possibile tenuta in contemporanea della carica di Primo Ministro e Segretario del partito di maggioranza (con conseguente potere di controllo su i rimanenti enti politici). Si passa, quindi, da un sistema come quello attuale caratterizzato dalla dispersione del potere finanche eccessiva a uno dove pochi ottengono tutto o quasi. E i controlli sul loro operato? Rimangono solo le elezioni, a porcate già fatte…

—- E lo Stato? —-

Se si considera l’art. 114 vediamo la soppressione delle province e l’art. 117 tira giù il solito lenzuolone di competenze fra lo Stato e le regioni. La legislazione concorrente è scomparsa, per fortuna, ma le problematiche permangono. Si può notare, infatti, che non solo lo Stato ha in alcuni punti competenze sovrapposte con le regioni, ma anche una sorta di principio di supremazia: « Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale». Ma allo stesso tempo «È fatta salva la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni l’esercizio di tale potestà nelle materie di competenza legislativa esclusiva. I Comuni e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite, nel rispetto della legge statale o regionale».

Non manca poi, l’autonomia finanziaria: «I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea». E il fondo «fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante». Si tratta, in definitiva, di un sistema piuttosto centralizzato dove le varie prerogative localistiche, dotate di un’autonomia fiscale che è ben lungi dall’essere un forma di federalismo fiscale, possono essere scavalcate dal potere centrale.

Fra le altre cose si regista l’abrogazione dell’evanescente CNEL e la modifica dell’istituto referendario (art. 75): «È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente forza di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti gli elettori. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

—- Che fare, ordunque? —-

Al netto di altre tecnalità, come le procedure legislative, o di assolute banalità, tipo la riduzione dei costi della politica con la riduzione degli onorevoli, lo scopo della riforma è evidente: accentrare il potere in chi vince le elezioni privilegiando la governabilità a discapito della rappresentatività. Effettivamente se non fosse per la legge elettorale il problema potrebbe essere di portata minore, ma considerato il combinato disposto fra l’Italicum e la nuova Costituzione potremmo avere un grosso problema. La divisione dei poteri e il reciproco controllo non nasce per paralizzare l’attività di Governo, ma per assicurarsi di avere un controllo e di porre un limite alla stupidità di chi comanda. A meno che non finisca al potere una congrega di super statisti, non vorreste che ci siano pesi e contrappesi istituzionali in grado di limitarne l’esuberanza? Considerate, al riguardo, la bontà dell’attuale classe dirigente.

Alla fine la domanda è solo una: volete dare tutto questo potere a un Renzi, un Salvini, un Grillo o un Berlusconi? Se la risposta è sì basta approvare la riforma. Ben restando che se potessi voterei per un no, sia per la Costituzione in vigore sia per la riforma.

[fine]

Approfondimenti:

_ ieri e oggi: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/referendum-10-anni-fa-dicevano-salvate-la-costituzione-dalle-riforme-unilaterali-oggi-sono-schierati-per-il-si/.

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[1] Cfr. http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/politica/rifoist2/ingenua/ingenua.html.

[2] Cfr. http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/referendum-costituzionale-l-allarme-di-berlusconi-se-passa-la-riforma-entriamo-in-un-regime-_3007336-201602a.shtml.

[3] Cfr. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/04/15/16A03075/sg.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2016 da in politica con tag , , .
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