Charly's blog

La crisi dell’Occidente? Guardate i conti in banca delle persone…

Lo studio della storia presenta, in genere, tre ordini di difficoltà:

  • Leggere il passato con gli occhi del presente;
  • Dare una lettura univoca a tutta una serie di eventi fra loro simultanei ma slegati;
  • Ignorare il preponderante ruolo del caso;

I recenti attacchi terroristici di matrice islamica, ovviamente, non potevano sfuggire allo stesso destino.

—- Ma siamo in crisi! —-

Prendiamo questo editoriale di Galli della Loggia [1]:

Cresce così ogni giorno quel sentire venato di angoscia e nutrito dall’impotenza che ormai si sente spirare un po’ dappertutto in Europa. Il sentimento della nostra decadenza, di una vera e propria crisi di civiltà. Nutrito potentemente dall’idea — o forse bisognerebbe dire dalla consapevolezza? — che una lunga fase felice della nostra storia si è chiusa per sempre e che ne è iniziata una di segno contrario: caratterizzata dalla dissoluzione dei precedenti equilibri mondiali favorevoli, dalla progressiva perdita da parte delle nostre società di una messe vastissima di opportunità preziose, dal subitaneo tramonto di convinzioni, di abitudini, di modelli di relazioni interpersonali più che degni e per l’innanzi radicatissimi

L’incipit mette insieme cose fra loro assai differenti:

  • La fine del dominio europeo sul mondo;
  • I cambiamenti culturali in atto;

Il primo punto, francamente mi interessa poco. La Svizzera non è più una grande potenza dal 1515 ma non mi pare che gli svizzeri vivano male. Allo stesso tempo i cambiamenti culturali sono normali, né più né meno dei cambiamenti biologici delle specie animali, e senza di essi saremmo ancora all’Ancien Regime: voi rimpiangete il monarca per diritto divino che regna su un paese da 4° mondo? Io no.

E per non farci mancare nulla:

Sempre più andiamo familiarizzandoci con l’idea di vivere un’epoca di sconfitta e di ripiegamento, di declino. Che non a caso è innanzi tutto un inquietante declino demografico: come se ci stesse venendo meno perfino la volontà biologica di avere un futuro.

Cerchiamo di capirci sull’idea di declino. L’Europa è in declino politico assoluto da 50 anni, ma ripeto, non mi interessa. Il non avere più colonie e popoli asserviti io la vedo come una vittoria e non come una sconfitta. Sul piano sociale, poi, fino a pochi anni fa non siamo mai stati così ricchi, liberi e in pace. Declino? Difficile a sostenersi.

Sul declino demografico, poi, si dovrebbe notare che tutte le economie avanzate presentano lo stesso fenomeno in quanto figlio della struttura socio-economica post industriale. I paesi più prolifici, d’altronde, non sono un esempio di modello socio-economico vincente dato che gli abitanti di quelle amene località scappano e vogliono venire proprio in quest’Europa lacrime&sangue. Invece di tirare in ballo presunte crisi di civiltà si dovrebbe parlare del fatto che il primo mondo deve sempre farsi carico della follia demografica del terzo mondo.

—- Crisi di civiltà? No, i frutti di 30 anni di politiche (e non solo) —-

Chiuso con la cultura si passa all’economia:

In tutt’altro campo, un trentennio di crescita debole e di salari stagnanti in Europa e non solo, accompagnati da una prolungata contrazione dovunque della spesa sociale, ci stanno conducendo a dubitare sempre di più dell’antico sogno democratico. Ritornano massicciamente tra noi antiche povertà e antiche diseguaglianze, fratture e rancori antichi. Mentre i sistemi politici delle nostre società appaiono sconvolti dalle conseguenze di quanto ho appena detto e dagli effetti della globalizzazione pseudoliberista: con i poveri, le vittime del disagio sociale, e parti massicce della classe operaia che votano per la Destra, e invece la Sinistra che sempre più si qualifica come il partito delle élite mondializzate, colte, moderniste e agiate.

Qui ci siamo, ma l’editorialista si guarda bene dal mettere chiaramente sul banco dell’imputato le politiche economiche degli ultimi 30 anni. Poche allusioni dato che la colpa, signora mia, è anche della secolarizzazione:

Anche il quadro ideale cui eravamo abituati, l’insieme dei valori e delle istituzioni deputati a incarnarli e preservarli, gli orizzonti culturali che ci erano consueti, appaiono sconvolti e in buona parte annichiliti. La pervasività dei media elettronici, con il conseguente declino della scrittura; la perdita di capacità formativa da parte dell’istruzione scolastica, non più custode come un tempo di alcun legame con il passato; infine la secolarizzazione, intrecciata a un sempre crescente individualismo frantumatore di ogni legame a cominciare da quello familiare: sono questi fattori che disegnano un orizzonte in cui una parte non piccola (forse maggioritaria) della popolazione dell’Occidente euro-americano fatica sempre di più a riconoscersi. Accade, tra l’altro, che una popolazione sempre più composta di anziani — quindi per forza di cose legata a costumi antichi — sia sospinta invece, inesorabilmente quanto paradossalmente, verso abitudini, valori, modelli di rapporti umani e stili di vita nuovi, nuovissimi (penso ad esempio a quanto sta accadendo nella sfera della vita sessuale) per essa inediti ed estranei, i quali richiedono un adattamento e un abbandono del proprio retaggio personale spesso penosi, non poche volte impossibili.

Insomma, non si va più in chiesa ed ecco i disastri:

È in questo modo che si è creata in molti l’idea di un incombente destino di decadenza, di una crisi di civiltà. Un’idea alla quale ha dato un contributo decisivo — io credo, e lo dico sapendo di dire qualcosa che a certe orecchie suona blasfemo — il constatare da parte della gente comune, dell’uomo della strada, come stessero progressivamente scomparendo dall’orizzonte del pensiero politico dell’Occidente e dalla sua azione concreta, ambiti ideali, dimensioni e modalità pratiche che non solo ne avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì assicurato un successo così rilevante. Fatti oggetto a vario titolo, negli ultimi trent’anni (ma naturalmente tutto è cominciato assai prima), di una delegittimazione ideologico-culturale sempre più penetrante, l’impiego della forza, la dimensione dello Stato, e il Cristianesimo, più in generale il nesso religione-società, sono stati messi più o meno del tutto fuori gioco. In certo senso sono virtualmente — e agli occhi di molti «semplici», sospetto, inspiegabilmente — scomparsi dall’orizzonte sia pubblico che privato. È stata per gran parte l’opera di élite superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succubi delle mode, le quali hanno così creato un vuoto culturale e sociale enorme.

Colpa delle èlite, no? In effetti se irrido le religioni è perché ho letto il Corriere e non la Bibbia…

—- Mi è sembrato di vedere una crisi! —-

La crisi che sta attraversando il sistema politico con i mezzi di rappresentanza tradizionali – partiti, sindacati – è figlia della crisi economica o, meglio, delle trasformazioni in corso del sistema economico mondiale. Il connubio globalizzazione/ tecnologia ha portato alla progressiva riduzione del tradizionale ceto medio con un rinnovato incedere della proleratarizzazione di massa. I partiti politici non sono in crisi per il destino cinico e baro, ma per via degli effetti negativi che l’economia versa su una parte consistente della popolazione. Altrimenti l’ascesa di uno come Trump non si spiegherebbe, no? Mi pare ovvio: se le persone stanno male si rivolgono ai mezzi tradizionali e se essi falliscono si rivolgono ad altro. Scandaloso? No, scontato.

Aggiungiamo al tutto le migrazioni – o allocazioni delle risorse umane nell’ottica di un economista, si vedano gli articoli dedicati all’apporto economico degli immigrati –, le delocalizzazioni, la precarizzazione del mondo del lavoro e il quadro è completo. Di crisi di valori non c’è traccia, al massimo si può parlare di tradimento dell’armistizio sociale fra classi su cui si era basato il secondo dopoguerra. E l’apporto dell’andare in chiesa, in tutto questo, francamente mi sfugge.

Perché, allora, tirare in ballo la cultura? Sbrodolare su improbabili battaglie culturali ha il vantaggio che puoi tirare avanti per anni e aggratis (lo stesso vale per il mondo del lavoro: invece di mettere mano ai problemi si parla di cambiare la mentalità ai lavoratori. D’altronde voler essere pagati per il lavoro svolto è un brutto vizio…), mentre mettere mano all’apparato produttivo non è possibile e rivedere la distribuzione del reddito è costoso. Facile, ma con il rischio di non capire niente dei fenomeni in corso, slegati fra loro tra le altre cose.

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[1] Cfr. http://www.corriere.it/opinioni/16_luglio_26/spaesati-deboli-noi-europei-paura-declino-50b258f4-5298-11e6-9335-9746f12b2562.shtml.

 

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4 commenti su “La crisi dell’Occidente? Guardate i conti in banca delle persone…

  1. fla_ts
    29 luglio 2016

    siccome a quelli con i conti in banca più pesanti non importa nulla di cambiare una situazione a loro favorevole è normale che venga favorita una distrazione di massa per portare l’attenzione lontano dal vero problema di natura sociale.

    • Charly
      30 luglio 2016

      Ma prima o poi dovranno sbatterci la testa.

      • fla_ts
        30 luglio 2016

        prima o poi penseranno di risolvere i loro problemi sbattendo la nostra testa 🙂

      • Charly
        2 agosto 2016

        Spero non la mia 😛

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 luglio 2016 da in Uncategorized con tag , , , .
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