Charly's blog

L’agricoltura è il nostro futuro? Solo per l’agricoltura a contadino 0…

Se avete studiato al liceo magari vi ricordate delle Georgiche di Virgilio, l’opera con la quale si celebrava il lavoro agricolo e le virtù annesse e connesse. All’alba del terzo millennio sembra che il mondo agricolo sia tornato alla ribalta: «Forse c’è più bisogno di contadini, che di poeti o fotografi: in questo terzo millennio incominciato sotto l’ombra della crisi economica, almeno per quanto riguarda il Vecchio continente» [1]. Senza dimenticare i valori, per l’appunto: «Il presupposto di partenza è una rivalutazione della figura del contadino e della realtà rurale che esso rappresenta: un ruolo sempre più portatore di valori positivi che gli autori vogliono contrapporre a quello dell’imprenditore agricolo, proprio per “rivendicare la distanza da una visione dell’agricoltura come industria”».

Non male, no? Dall’economia della conoscenza all’agricoltura…

—- Armiamoci di zappa e zappate! —-

In realtà non manca una certa confusione in merito [2]:

Guardando ai giovani – continua Bruni – è di poche settimane fa il sondaggio di Coldiretti/Ixe’ che ha registrato  nel 57 per cento dei casi, risposte di giovani che  oggi preferirebbero gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (18 per cento) o fare l’impiegato in banca (18 per cento). Ma anche – continua il dirigente di Coldiretti Grosseto  – l’importanza di un sostegno alla competitività dell’agricoltura poiché le aziende agricole condotte dai giovani possiedono una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più”.

Definire semplicemente come agricoltura l’attività di agriturismo mi pare piuttosto riduttivo, in verità. Sia come sia le nuove aziende proliferano [3]:

Dal 2010 a oggi sono nate 117mila nuove aziende, di cui 106mila in ambito agricolo e 11mila nell’agroalimentare. I due settori hanno rappresentato l’ambito di attività prescelto dal 10,1% degli imprenditori che hanno avviato un’impresa negli ultimi tre anni. E i giovani non hanno mancato di dare il loro contributo. Sono stati 17mila gli under 30 che hanno avviato un’impresa agricola a partire dal 2010: su 100 start up, 15 sono state create da giovanissimi. Nell’agroalimentare il loro contributo sale al 18,3%. Così, se tra gli imprenditori agricoli con più di 40 anni il 43,5% ha al massimo la licenza elementare e il 31,2% la licenza media, tra i giovani il livello di istruzione aumenta significativamente. Tra gli imprenditori agricoli 25-40enni il 45,3% è in possesso di un diploma di scuola superiore e l’11,2% ha una laurea, tra quelli con meno di 25 anni il 65,3% è diplomato e il 5,2% è laureato.

Non solo nei campi, ma anche sui banchi di scuola:

Successo dell’agricoltura anche nei percorsi formativi. Tra il 2009 e il 2013, mentre è diminuito del 13,8% il numero complessivo degli immatricolati nelle università italiane, sono aumentati gli iscritti alle facoltà collegate al mondo agricolo: +43,1% per scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, +22,9% per scienze e tecnologie alimentari, +18,6% per scienze e tecnologie agrarie e forestali. […] La cultura bio che fa crescere l’azienda. Da movimento di nicchia, il biologico è diventato un vero e proprio fenomeno di mercato. Tra il 2011 e il 2012 la crescita più forte del commercio di prodotti bio si è registrata, con una certa sorpresa, nei discount (+25,5%), poi nei supermercati (+5,5%). Nel 2013 il bio ha registrato una dinamica dei prezzi inferiore (+0,3%) rispetto ai prodotti convenzionali (+4,4%). Tra le aziende bio, solo il 15,4% ha un fatturato annuo inferiore agli 8mila euro (contro il 62,8% del totale delle aziende agricole), mentre il 19,2% (rispetto al 5,5% del totale) vanta un volume economico superiore ai 100mila euro. Più aperte al rapporto diretto con il mercato, ma anche più in rete: a fronte di una media dell’1,8% delle aziende che ha un proprio sito web, tra quelle bio la percentuale sale al 10,7%.

Tutto bello, ma rimane una domanda: mi fate vedere il libro contabile di queste aziende agricole?

—- Ma l’agricoltura è in crisi! —-

In effetti una rapida ricerca ci porta alle proteste degli agricoltori [4]:

Oggi sono meno di 750mila le aziende agricole sopravvissute in Italia – si legge nel documento – ma se l’abbandono continuerà a questo ritmo, in 33 anni non ci sarà piu’ agricoltura lungo la Penisola, con conseguenze devastanti sull’economia e sull’occupazione e sull’immagine del Made in Italy nel mondo”. Dall’inizio della crisi – affermano i manifestanti – sono state chiuse in Italia oltre 172.000 stalle e fattorie, ad un ritmo di oltre 60 al giorno. Le conseguenze di ciò sono duplici: da una parte il furto di identità e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissà quale parte del mondo, ma spacciato come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente. “Le aziende italiane subiscono anche una concorrenza sleale dall’estero – sottolinea la Coldiretti – molte sono costrette a importare il 40 per cento del latte e della carne, il 50 per cento del grano tenero destinato al pane, il 40 per cento del grano duro destinato alla pasta, il 20 per cento del mais e l’80 della soia”. Altro paradosso è che il nostro Paese si classifica attualmente come principale importatore mondiale di prodotti di cui sarebbe in realtà autosufficiente, dall’olio d’oliva all’ortofrutta, con il frutteto italiano che si è ridotto di un terzo (-33 per cento) negli ultimi quindici anni, con la conseguente scomparsa di oltre 140mila ettari di piante di mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti

Le imprese agricole, infatti, si dibattono in un mondo caratterizzato dai bassi margini di guadagno: «Il contadino italiano, per avere un caffè da 1 euro, dovrebbe andare al bar mettendo sul bancone 11 uova, oppure un chilo di carne di toro o di maiale, 6 chili di frumento tenero o di mais, quasi 3 chili di riso o 2 di mele. Se produce arance, in cambio della tazzina, ne deve consegnare 6 chili. Gli va meglio con le patate o con i pomodori di serra: ne bastano 2 chili. L’allevatore di vacche deve portare almeno 3 litri di latte e magari il barista gli chiede 10 o 20 centesimi in più in cambio della “macchia”. Non è in incubo e nemmeno uno scherzo: questi sono attualmente i prezzi veri dell’agricoltura italiana, ovviamente all’ingrosso, che entrano nei bilanci delle aziende agricole rischiando di farle crollare. Deflazione è purtroppo una parola ora conosciuta anche nelle campagne» [5].

—- Contadino? In via di estinzione —-

Non so quanto tempo abbia speso Virgilio a zappare, ma dubito fortemente che le persone dedite ad esaltare la vita contadina si siano mai cimentate con l’attività. Se si considera il settore agricolo non si può far a meno di notare i seguenti elementi:

  • Concorrenza estera con conseguente riduzione dei prezzi per rimanere competitivi;
  • Cambiamento climatico con relativi effetti sulla resa agricola;

Il combinato disposto di questi due fattori porta a un settore economico dove il lavoratore tipico corrisponde a questo profilo: «A Rosarno un bracciante prende venticinque euro al giorno per lavorare nei campi. Otto ore: dalle otto di mattina alle quattro del pomeriggio. Secondo il contratto nazionale di categoria, un lavoratore agricolo dovrebbe essere pagato circa 45 euro a giornata e invece qui prendono la metà, spesso in nero. Alcuni lavoratori sono pagati a cottimo: un euro a cassetta per le clementine o i mandarini, cinquanta centesimi a cassetta per le arance».

Se si parla di agricoltura in senso stretto, quindi, è meglio distinguere dal sottoproletario dal proprietario che può dilettarsi con l’agriturismo o produzioni di nicchia (dal “biologico” al vino pregiato) e che non si sporca le mani, dal bracciante che lavora e zappa per davvero. E le prospettive di carriera non mi paiono esaltanti, né vedo il romanticismo insito nel raccogliere le patate o i pomodori.

Nell’ultimo secolo, infine, la percentuale di occupati nel settore agricolo è crollata per via dell’automazione e negli anni a seguire questa tendenza non farà che aumentare. L’attività agricola, sfortunatamente per i contadini, è facilmente traducibile in linguaggio macchina lasciando l’incombenza a software e algoritmi. Poi, certo, si può sempre buttare alle ortiche l’odiata tecnologia e tornare in un’organizzazione socio-economica feudale, basta ridurre il tenore di vita e il numero degli abitanti dell’Italia…

Approfondimenti:

_ zappare, cosa vuol dire: http://lucascialo.altervista.org/conviene-fare-agricoltore-agricoltura/.

_ il futuro dell’agricoltura, a contadino 0: http://www.stampa3d-forum.it/farmbot-nuova-rivoluzione-agricola/.

___________________________________________

[1] Cfr. http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2013/07/05/news/tempo_di_ritorno_all_agricoltura_arrivano_i_contadini_per_scelta-140918635/-.

[2] Cfr. http://www.ilgiunco.net/2016/03/07/coldiretti-i-giovani-vogliono-tornare-allagricoltura-ma-serve-accesso-al-credito/.

[3] Cfr. https://www.giornaledellepmi.it/lagricoltura-asset-strategico-per-tornare-a-crescere/.

[4] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Crisi-made-in-Italy-la-protesta-della-Coldiretti-su-autostrada-del-Brennero-9465a130-13d8-44c2-9b4f-7b3577841681.html.

[5] Cfr. http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/06/08/news/l_agricoltura_nella_tempesta_perfetta-140737337/.

 

Annunci

3 commenti su “L’agricoltura è il nostro futuro? Solo per l’agricoltura a contadino 0…

  1. magiupa
    22 agosto 2016

    si potrebbe discutere sulle scelte fatte dalle organizzazioni di agricoltori e appoggiate dai governi, affette da gravi deficenze di realismo che stanno preparando baratri ancora più profondi nella nostra eccellenza agroalimentare in cambio di manierismi di nicchia di nessun impatto economico.
    Rimaniamo un paese di trasformatori e quasta fissa del kilometro 0 alla lunga sarà un boomerang.

    • Charly
      24 agosto 2016

      Mi riferivo più al rapporto fra occupazione, produttività e limiti fisici alla produzione. Per aumentare gli occupati nel settore si può solo abbattere la produttività…

      • magiupa
        25 agosto 2016

        io mi riferivo principalmente ai limiti fisici della produzione,che sono ben più pesanti di quelli millantati dalle associazioni degli agricoltori e spesso fatti propri dal governo.
        Per parlare di qualcosa che conosco bene,le farine italiane sono obbligatoriamente prodotte con aggiunta di grani esteri,nn perchè la ns agricoltura sia inferiore ma perchè i ns terreni producono grani di qualità inferiore che per la panificazione nn sono adeguati.
        O misceli con grani più pregiati esteri o additivi….siamo un paese di eccellenza,sicuro,nelle produzioni di nicchia o nelle lavorazioni,per le materie prime nn abbiamo mai brillato per limiti oggettivi e mai brilleremo.
        aver basato disciplinari di produzione sulla provenienza delle materie prima invece che sulle loro effettive caratteristiche si rivelerà un boomerang per il nostro paese.

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 21 agosto 2016 da in economia con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: