Charly's blog

La polemica sul burqa? La certificazione della fine della società aperta

Il divieto di indossare il burkini sulle spiagge di Cannes ha trovato alcuni sostenitori di rilievo come il premier francese Valles [1]:

Il premier francese Manuel Valls appoggia i sindaci che nel suo Paese hanno imposto il divieto al burkini, l’indumento femminile islamico da spiaggia che copre interamente il corpo. In una intervista al quotidiano La Provence, ha detto: “Le spiagge, come ogni spazio pubblico, devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non è un nuovo tipo di costume da bagno o una moda. E’ la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna“. Escludendo che Parigi possa legiferare in proposito, ha aggiunto che il burkini “non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica”.

Mentre la Merkel attacca il velo integrale anche al di fuori delle spiagge:

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ritiene che il burqa sia un ostacolo all’integrazione. “È mia opinione che una donna con il velo integrale abbia poche possibilità di integrarsi nella società tedesca“, ha detto Merkel in dichiarazioni rilasciate al portale Redaktionsnetzwerk Deutschland (Rnd). Merkel ha aggiunto che spetta al ministro dell’Interno Thomas de Maizière trovare il modo di proibirne l’uso davanti ad alcune autorità o in certi luoghi pubblici.

Vediamo di indagare sulla questione.

—- Il velo, chi era costui? —-

Seppur misconosciuto da quei cialtroni ignoranti che corrispondono al nome di cattolici, anche nel Cristianesimo abbiamo il velo almeno in sede liturgica. Ecco a voi San Paolo, il vero fondatore del Cristianesimo [3]:

Ma io voglio che sappiate che il capo d’ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l’uomo, e che il capo di Cristo è Dio. 4 Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto, fa disonore al suo capo; 5 ma ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo, perché è lo stesso che se fosse rasa. 6 Perché se la donna non si mette il velo, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se è cosa vergognosa per una donna il farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. 7 Poiché, quanto all’uomo, egli non deve velarsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; 8 perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; 9 e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo. 10 Perciò la donna deve, a motivo degli angeli, aver sul capo un segno dell’autorità da cui dipende. 11 D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. 12 Poiché, siccome la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna, e ogni cosa è da Dio. 13 Giudicatene voi stessi: E’ egli conveniente che una donna preghi Iddio senz’esser velata? 14 La natura stessa non v’insegna ella che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? 15 Mentre se una donna porta la chioma, ciò è per lei un onore; perché la chioma le è data a guisa di velo. 16 Se poi ad alcuno piace d’esser contenzioso, noi non abbiamo tale usanza; e neppur le chiese di Dio.

Ed eccone l’interpretazione [4]:

Ora mentre per un uomo coprirsi il capo sarebbe mancare di rispetto a Cristo (e infatti durante la Messa celebrata da un Vescovo gli viene tolto anche lo zucchetto prima della preghiera eucaristica), per una donna sarebbe mancanza di rispetto gloriarsi della sua bellezza esteriore davanti a Dio, non riconoscendo il primato dello spirito e dello spirituale sulla vanità dell’esteriore. Per questo san Paolo afferma che non è conveniente che una donna faccia la preghiera davanti a Dio a capo scoperto. C’è anche un’altra motivazione, senz’altro meno nobile, ma non meno importante: la donna è soggetta all’uomo (cioè al marito), nel senso che appartiene a lui e a lui solo. Una donna senza velo e ben acconciata, inevitabilmente attira l’attenzione degli uomini che la guardano. Questo, oltre che essere quanto mai inopportuno in Chiesa, è anche mancanza di rispetto verso il marito, a cui, solo, appartiene la moglie (fermo restando che è vero anche il contrario). Per cui portare il velo, almeno in Chiesa, è segno esteriore con cui si riconosce il primato dello spirito (unica cosa che conta davanti a Dio), si mortifica la vanità esteriore (destinata a sciogliersi come brina al sole col passare inesorabile del tempo), si esalta e si afferma la santità intemerata e incorruttibile dell’unione nuziale. In Chiesa gli uomini non devono guardare le donne, meno che mai quelle degli altri, ma pensare a Dio e a pregare. E basta.

Non si tratta di una fissa dei monoteisti dato che nella Roma antica vigeva la stessa usanza [5]:

Nella società romana la ‘donna per bene’ sposata, cioè la matrona, era caratterizzata dal fatto di non uscire in pubblico con la testa scoperta. Tale uso aveva inizio con il matrimonio: la vergine che andava sposa indossava un velo, detto flammeum (che probabilmente era di un colore arancio, poiché le testimonianze che ci sono giunte al riguardo ce lo descrivono talvolta come giallo, talvolta come ‘color sangue’), che però copriva anche il volto. Una volta sposata la ragazza era destinata appunto a non uscire mai più di casa a testa nuda: essa infatti veniva coperta con un lembo della palla, un mantello che era indossato sopra la stola, che era la veste –lunga fino ai piedi-che, a partire da una certa epoca, divenne l’abito che contraddistingueva le matrone. E l’impiego della palla nel modo che si è detto caratterizzava tutte le occasioni della loro vita in cui si recavano fuori casa. Ma qual era il significato di questo costume? Certamente esso si collegava con la necessità che tale categoria di donne tenesse un atteggiamento improntato alla massima riservatezza: essenziale era infatti il dovere di evitare ogni comportamento che potesse aprire la strada all’adulterio, che non doveva certo essere commesso da colei che era destinata a riprodurre la stirpe di suo marito. E, appunto, ogni contatto visivo improprio (analogamente a quanto avveniva per altre forme di contatto) poteva costituire la premessa di un adulterio, divenendo strumento di seduzione. Per questo motivo, una donna che non si preoccupasse di coprire la testa con la palla quando usciva di casa in un certo senso era come se si fosse comunque macchiata di tale colpa: e poteva, per questo, anche essere ripudiata dal marito.

In effetti chi fu più abile nel promuovere la parità dei sessi? Il mondo classico, ovviamente. Spoiler: sarcasmo.

—- Toh, mi si è rotta la società aperta —-

Torniamo all’oggi. Un principio cardine di una società aperta è l’autodeterminazione: l’unico limite alla mia libertà non è tanto la libertà dell’altro – non vuol dire nulla – ma il non arrecare danno al prossimo. Una persona – nel caso specifico donna ma vale anche per gli uomini – si può vestire o svestire come meglio crede. In più le suore sono un palese limite alla possibilità di imporre capi di vestiario. Se la suora può andare in spiaggia velata lo potrà pur fare anche una tipa del 3° mondo, no? E con qui il discorso sarebbe chiuso.

Tutto bello, se non fosse che ci sono in gioco altri fattori. Prendiamo in esame la fatidica libera scelta [6]:

 I miei sono musulmani praticanti ma non mi hanno mai imposto nulla. […]io non mi sento me stessa senza il velo e il mio non è un messaggio di sottomissione, ma solo un modo per sentirmi più vicina a Dio, un po’ come accade per le suore cattoliche. Certo, esistono donne obbligate da padri e fratelli a portare il velo, ma questi poco sanno di cosa realmente significhi essere fedeli, perché il Corano recita che ‘Non c’è costrizione nella religione’, perché rispettare un precetto senza convinzione non ha senso né per te né per Dio. Quando viene imposto è solo il risultato di un bieco maschilismo che disprezzo profondamente. Come il niqab imposto in Arabia Saudita o il burqa afghano. Non esistono versi del Corano dove si parla di coprire le donne con un sacco che annulli completamente la loro personalità. Anche per questo penso sia giusto non portare certi indumenti nei Paesi in cui è vietato coprirsi il viso perché bisogna essere riconoscibili. Il niqab non ha nulla a che vedere con l’Islam, e anche gli Imam dovrebbero spiegarlo nei loro sermoni. Aiuterebbe a favorire l’integrazione, così come potrebbe fare molto la scuola, che dovrebbe essere preparata ad affrontare la società multiculturale di oggi”.

La decisione sarà sì libera, ma entra anche nel contesto del rifiuto della cultura occidentale contemporanea. Un rifiuto che di per sé non vuol dire nulla, ma che se unito ad altri no cambia il quadro e non poco:

  • Divisione fra politica e religione;
  • Ruolo delle donne;
  • Accettazione degli omosessuali;
  • Difesa del quadro legislativo attuale;

Nella discussione in corso non si deve focalizzare l’attenzione su un misero pezzo di stoffa, ma sullo scontro fra una parte degli immigrati con il quadro legislativo attuale. E che questo punto sia ben chiaro: più che scontro di valori, assistiamo alla pretesa di una parte degli immigrati di violare impunemente le leggi italiane. Le norme giuridiche sono espressione valoriale, ve lo siete dimenticato? Il che vuol dire che la mera provenienza da altre parti del mondo non autorizza a violare la legge impunemente.

E non si parla di teoria, basta vedere come la situazione è rapidamente degenerata in Francia, Belgio, Olanda, Svezia. Tutti paesi che hanno avuto una lunga tradizione migratoria alle spalle con il risultato che è ben visibile sotto gli occhi di tutti.

—- Lo chiamavano condominio —-

Il problema della società aperta è che assomiglia a un condominio: se tutti rispettano il regolamento condominiale, il fondamento valoriale equivalente alla legge, tutto scorre liscio come l’olio. Ma è sufficiente che una sola famiglia rompa il rispetto del quadro normativo per creare il caos. La società aperta non ha avuto problemi ad aprire le proprie porte a chi veniva da fuori con la convinzione che si sarebbero adeguate al quadro normativo vigente volto a garantire la libertà di scelta a sé e agli altri. Ma così non è successo e si è assistito a una radicalizzazione crescente favorita dall’edificazione di moschee e dalla predicazione di imam senza controllo: provate ad aggirarvi in quei quartieri in tacchi e minigonna o a baciarvi fra uomini…

La battaglia sul burqa, quindi, è un solo un “no” che si dovrebbe pronunciare davanti alle pretese dei non europei di imporre una visione del mondo in antitesi a quello che siamo ora. E si badi bene che un conto è avere a che fare con lo 0,1 che richiede di godere di una libertà, di un’eccezione. Ma come sarebbe la situazione se quel 0,1 diventasse il 10%? O il 50%? In quali e quanti paesi del terzo mondo si può girare svestiti o due omosessuali si possono baciare fra loro senza problemi? D’altronde anch’io sono un immigrato e mi adeguo alle leggi e ai costumi del paese in cui risiedo. E anche a voi tocca fare lo stesso se vi spostate in un paese estero. E qualcuno mi deve spiegare perché mai chi viene in Europa da fuori ne dovrebbe essere esentato. Se non si apprezza il paese che si è scelto nessuno impone a nessuno una residenza forzata. Il mondo è un posto grande e Ryanair è economica.

Un discorso a parte sono le seconde e terze generazioni che, in teoria, sono cittadini. Ma basta vedere gli attentati per capire che non basta essere uscite dalla vagina da una certa latitudine per acquisire la cittadinanza. Se si rifiutano i valori enunciati dalle varie carte costituzionali si ha a che fare con un criminale (ripeto: le norme giuridiche sono espressioni valoriali). Senza dimenticare, poi, che gli islamici non sono gli unici a mettere il mondo civile a fuoco e fiamme: che dire degli ultraortodossi ebrei che si rifiutano di sedere a fianco delle donne? Sempre una libera scelta, mi pare. Accettiamo pure quella?

Ai più smaliziati non sfuggirà il paradosso che anche una società che si definisce libera presenta delle imposizioni tanto quanto le società che libere non sono. Vero, e il  motivo è da ricercare nel fatto che ogni società per esistere come tale deve avere una fondo valoriale comune che poi produce il quadro legislativo vigente. Si tratta solo di capire con quale imposizione si vuole avere a che fare: quella di stampo europeo o quella in vigore a Teheran? Insomma, la libertà di fare come si vuole è stata in vigore per un paio di generazioni ed è finita male per colpa di alcuni. È tempo d’imporre dei secchi e decisi no e quel qualcuno ha solo da biasimare sé stesso.

Approfondimenti:

_ http://www.huffingtonpost.it/marco-palillo/quanta-ipocrisia-dietro-la-battaglia-contro-il-velo-islamico_b_9644726.html.

_ http://www.acmid-donna.it/acmid/index.php?option=com_content&view=article&id=334:burqa-e-ora-di-finirla-con-le-ipocrisie&catid=2:stampa&Itemid=4.

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[1] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/valls-burkini-incompatibile-con-nostri-valori-33793ec0-19ba-42e3-aeed-91f33e3c747c.html.

[2] Cfr. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Merkel-Migranti-Burqa-d46e7b1a-2c30-4177-9aff-a82fa548d0dc.html.

[3] Cfr. http://www.biblestudytools.com/riv/1-corinzi/passage/?q=1-corinzi+11:2-16.

[4] Cfr. http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1178_Pompei_Il_velo_delle_donne.html.

[5] Cfr. http://www.donnamed.unina.it/velo_abbigl2.php.

[6] Cfr. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/velo-nellislam-una-scelta-libera-e-consapevole/526479/.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24 agosto 2016 da in religione con tag , , , , .
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