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Di chiacchiera in chiacchiera: il Fertility day o della bellezza che non ha età

Fertility day

Di tanto  in tanto circola l’aforisma che a contare non è tanto il fatto che se ne parli bene o male, ma che se ne parli. Sarà contenta, allora, la ministra Lorenzin: il suo Fertility day  ha scatenato una reazione tempestiva sui media e sui sociali. Certo, non sono proprio rose e fiori [1]:

La fertilità sarà anche un bene comune ma i social non perdonano e attaccano direttamente il ministro, con frasi altrettanto dirette: «Ditelo alle donne che vorrebbero metter su famiglia ma sono precarie e licenziate se incinte». «Sembra una pubblicità del fascismo quando si chiedeva alla buona moglie di restare a casa e fare figli». «E quindi la femmina deve figliare sennò non è “buona”. Anni di emancipazione femminile buttati nel …», sono alcuni dei commenti al vetriolo postati su Twitter. […]A cui il popolo del web risponde: «Ora che la Lorenzin ci ha suggerito di fare figli, il ministro delle finanze ci dirà come mantenerli?». «Complimenti a chi ha ideato la comunicazione del #fertilityday, perfetta se non riesci ad avere figli e pure lo Stato ti mette ansia». Ed è stato quasi scontato il paragone con il Family Day: «Dopo il #familyday ci mancava il #fertilityday. Ma quale maternità senza lavoro e welfare».

Diamo un’occhiata alla questione.

—- il numero è potenza il piano nazionale per la fertilità —-

Sul sito del Ministero della Salute possiamo trovare il piano partorito, è proprio il caso di dirlo, dai luminari che bivaccano al ministero [2]. Lo scopo è altisonante:

Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall’altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento. Lo scopo del presente Piano è collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese.

Partendo dal presupposto che «L’attuale denatalità mette a rischio il welfare. In Italia la bassa soglia di sostituzione nella popolazione non consente di fornire un ricambio generazionale. Il valore di 1,39 figli per donna, nel 2013, colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con i più bassi livelli. Questo determina un progressivo invecchiamento della popolazione» si conclude fra le altre cose che la situazione è «dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali». Si deve diffondere, quindi, la consapevolezza che:

  • «Fin dall’adolescenza la funzione riproduttiva va difesa evitando stili di vita scorretti ed cattive abitudini (come ad esempio il fumo di sigaretta e l’alcool), particolarmente dannose per gli spermatozoi e per gli ovociti. E’ essenziale inoltre evitare, fin dall’ infanzia, l’obesità e la magrezza eccessiva e la sedentarietà, oltre a fornire strumenti educativi ed informativi agli adolescenti per evitare abitudini che mettono a rischio di infezioni sessualmente trasmesse o gravidanze indesiderate».
  • «Le giovani donne devono sapere che la “finestra fertile” femminile è limitata e vulnerabile e che la qualità degli ovociti si riduce al crescere dell’ età particolarmente dopo i 35 anni quando concepire un bambino diventa progressivamente sempre più difficile».
  • «Condizioni ambientali, professionali e iatrogene possono esporre a tossici ambientali con effetti avversi sulla salute».
  • «Le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) rappresentano un’opzione per il trattamento della sterilità, ma non sono sempre in grado di dare un bambino. Anche per i trattamenti di PMA l’età della donna rappresenta il fattore che più riduce la possibilità di avere un bambino».

Si propone allora «un progetto di educazione e di didattica riproduttiva che preveda corsi di formazione sulla fisiologia e la patologia riproduttiva, strumenti informatici e mediatici indirizzati alla popolazione e alla medicina di base, conferenze, trasmissioni radio e televisive che producano cultura e consapevolezza popolare in tema di salute riproduttiva». Basta pugnette: corso educativo e sesso, procreatore perfetto. E pazienza se sono nozioni già assodate alle medie…

—- Diamo i dati: demografia e culle vuote —-

Nel documento non manca un’apprezzabile sezione volta ad analizzare i trend demografici del paese:

La forte diminuzione della natalità è confermata dalle oltre 42 mila nascite in meno in quattro anni. La contrazione della fecondità, pur con dinamiche temporali differenti, ha riguardato tutti gli Stati europei. Nei Paesi Nord-europei essa è stata più precoce, con una ripresa delle nascite a partire dalla fine degli anni ’80. Nei Paesi dell’Europa orientale la riduzione più consistente si è presentata a partire dagli anni ’90. Nei Paesi del Mediterraneo, la caduta si è manifestata a partire dagli anni ’80. L’ISTAT ha calcolato1 che dei 514.308 nati vivi in Italia, nell’anno 2013, circa il 20% proviene da donne straniere. A diminuire sono i nati da genitori entrambi italiani (circa il 16 per cento in meno tra il 1999 e il 2012), mentre sono in continuo aumento i nati con almeno un genitore straniero, che hanno raggiunto le 105 mila unità nel 2013, arrivando così a rappresentare circa un quinto dei nati della popolazione residente. Il profilo demografico del Paese è caratterizzato dal costante aumento percentuale del numero di ultrasessantacinquenni, in rapporto al totale dei giovani fino a 14 anni. Nessun altro Paese della UE a 28 ha una così elevata proporzione di persone appartenenti alla terza e quarta età.

Non siamo i soli in questa amena situazione: «Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa restano al di sotto della soglia di sostituzione, con differenze di pochi decimi di punto rispetto alla media UE, pure se registrano più alti tassi di natalità rispetto all’Italia o alla Germania. I Paesi dell’area EstEuropea e Mediterranea, insieme alla Germania, presentano invece un tasso di fecondità totale pari o inferiore a 1,5». Fra le cause si cita «il ritardo dei giovani nel guadagnare la loro indipendenza dalle famiglie è uno dei fattori che contribuiscono al notevole differimento nella formazione di nuclei familiari» nonché l’aumento dell’età media al parto:

l’età media al parto, giunta ormai a 32 anni circa; la quota di donne giunte al parto a più di 30 anni di età passa dal 70% al 73% nel quinquennio 2005 – 2010. L’incremento è riconducibile all’aumento delle partorienti con 40 anni ed oltre. Rispetto al 2012, le madri over 40 sono raddoppiate (dal 3,1% al 6,2% nel 2012). Particolarmente elevato è stato l’aumento delle quote di over 40 al primo figlio, passate dal 1,5% al 4%, mentre le madri fino a 24 anni sono diminuite dal 13 all’11,4%. L’età media al parto si è avvicinata ai 30 anni nell’ultimo decennio anche nell’insieme dei Paesi UE, passando da un valore medio globale di 29,2 anni nel 2003 a 29,8 anni nel 2012. Se nella prima annualità soltanto 6 Paesi (Spagna, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca) superavano i 30 anni di età media, tale valore, nel 2012, è stato superato da più della metà degli Stati. Sempre nel 2012, la graduatoria dei Paesi UE, in base all’età media al parto caratterizza, inoltre, il nostro Paese per il terzo valore più elevato (31,4 al 2012) dopo la Spagna e l’Irlanda.

Eppure non manca il narcisismo, signori miei: «da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo. Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità» ma allo stesso tempo «la crisi economica ha determinato un’elevata disoccupazione giovanile, tra le più alte d’Europa e questo ha reso ancora più difficile per i giovani ideare progetti di vita autonoma rispetto alla famiglia d’origine. Il ritardo nell’uscita dalla casa dei genitori si riflette anche nel ritardo nel progettare la nascita del primo figlio». E poi si nota «la mancanza di un sistema di welfare che punti sulla conciliazione tra vita lavorativa e genitorialità. Le giovani donne sanno che nei colloqui per ottenere un posto di lavoro o un avanzamento di carriera gioca un ruolo negativo il fatto che siano in età potenzialmente fertile o addirittura il fatto di avere già dei figli. Inoltre, i problemi di conciliazione vita-lavoro in Italia restano rilevanti e rappresentano un ostacolo all’occupazione femminile. Per le donne i problemi di conciliazione incidono anche attraverso la distanza dal luogo di lavoro». Insomma, degli stronzi narcisisti, ma con fondate ragioni socioeconomiche…

Tasso di fecondità

Tasso di fecondità

—- Ma il figlio me lo mantieni tu? —-

Il rapporto poi si perde fra malattie, spermatozoi e ovociti vari saltando con noncuranza gli elementi citati in precedenza. Sulla questione è facile ribattere:

La disoccupazione giovanile che si è assestata (dati Istat) al 39,2%, in crescita di 2 punti percentuali rispetto al mese precedente, e l’aumento della precarietà rappresentano infatti un efficacissimo anticoncezionale. Senza contare i dati desolanti sulla ripresa che si sono rivelati al di sotto delle pur modestissime aspettative. Nel secondo trimestre del 2016 il prodotto interno lordo è rimasto invariato rispetto ai primi tre mesi dell’anno (quando era cresciuto dello 0,3%) ed è aumentato dello 0,7% nei confronti del secondo trimestre del 2015.

E, d’altronde, lo stesso rapporto cita le cause economiche e le carenze del welfare. E non aspettatevi faville dagli immigrati [3]:

La riduzione delle nascite cui si assiste nel 2014 è il frutto concomitante di un analogo comportamento di contenimento riproduttivo da parte sia delle italiane sia delle straniere. Le nascite da donne straniere, che nel 2012 avevano raggiunto un massimo di 102 mila e che nel 2013 erano scese a 99 mila, nel 2014 sono stimate in 97 mila. Di queste, 72 mila sono state concepite da coppie con partner entrambi stranieri e 25 mila da madri straniere in coppia con partner italiani. La fecondità delle donne straniere, pur continuando a contribuire concretamente alla fecondità generale, risulta in calo e, per la prima volta da quando viene regolarmente misurato il fenomeno, scende sotto la soglia dei 2 figli per donna, attestandosi a 1,97. Peraltro, il calo della fecondità delle straniere è stato regolarmente riscontrato dal 2008 in poi, anno in cui il loro TFT si attestava a 2,65 figli per donna, contro i 2,1 del 2013.

Con buona pace di tutti gli anzianotti, con al massimo un figlio a carico, dediti a moraleggiare sui giovani di oggi e le condizioni di vita di ieri. In compenso è chiaro perché il ministro punti sulla battaglia culturale: come abbiamo già avuto modo di dire si tratta di roba a costo zero che ti permette di cianciare per anni e anni, anni e anni. Mettere mano ai problemi economici e rivedere il welfare, invece, costa ed è difficile. Risulta scontata la strada che si sarebbe scelto di percorrere…

Approfondimenti:

_ soldi buttati: http://www.lettera43.it/politica/fertility-day-campagna-boomerang-e-soldi-buttati_43675258540.htm.

_ pecunia non olet: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/09/01/poche-storie-in-italia-non-si-fanno-figli-perche-le-donne-non-lavorano/31643/.

_ e la Danimarca come fa: http://www.lastampa.it/2016/06/03/multimedia/esteri/dopo-gli-spot-sul-sesso-e-fare-pi-figli-c-il-boom-di-nascite-in-danimarca-tbRz0k9VDO0YFx9sTDFWtL/pagina.html.

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[1] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/08/31/societa/fertility-day-parte-la-campagna-e-sui-social-subito-polemica-ByHa4vKh802TC8rdtUJDwK/pagina.html.

[2] Cfr. http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_2_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=eventi&p=daeventi&id=431.

[3] Cfr. http://www.istat.it/it/files/2015/02/Indicatoridemografici2014.pdf?.

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Un commento su “Di chiacchiera in chiacchiera: il Fertility day o della bellezza che non ha età

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Questa voce è stata pubblicata il 1 settembre 2016 da in società con tag , , .
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