Charly's blog

Ancora sulla natalità: storia di marmocchi e posti di lavoro

Abbiamo già avuto modo di analizzare le difficoltà sociali che nascono con le convivenze multiculturali e quanto l’etichetta “multiculturale” voglia dire poco, in realtà. In giorni di Fertility Day si sente spesso dire che il problema demografico verrà risolto con e dall’immigrazione [1]:

Tra tutti i paesi membri l’Italia era e resta quella messa peggio, perché lo scarto tra popolazione attiva e anziani è già il più alto. Se anche agli altri servono lavoratori stranieri, per noi questo bisogno è più urgente. D’altronde il medesimo allarme viene lanciato ormai a intervalli regolari, con toni sempre più drammatici con il passare del tempo. Nel ’94 era stato il nostro Cnr a parlare di «rischio estinzione» se non avessimo allargato i cancelli per gli immigrati, passando dai 50 mila all’anno di allora ad almeno 300 mila. Anche su questo punto specifico, il divario decisivo non è tra destra e sinistra ma tra negazionisti e occhiapertisti. Sentite cosa diceva l’ex ministro dell’Interno berlusconiano Giuseppe Pisanu sul Sole 24 Ore: «Siamo in pieno declino demografico e quindi anche economico e politico. Soltanto gli immigrati potranno salvarci. I numeri ci dicono che il futuro benessere degli italiani dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare 300 mila lavoratori stranieri all’anno».

Un riflesso della mentalità economica più del tanto criticato buonismo: mi avanzano da una parte, me ne mancano dall’altra, mischio il tutto. Facile, no? La risposta la sapete già.

—- Non di solo pane si vive: che mangiano gli stranieri? —-

L’idea che gli stranieri figlino di più per mirabolanti doti della natura si scontrano con i dati statistici che mostrano che con il passare del tempo il numero di marmocchi per donna cali comunque: ovvia dimostrazione che i limiti socio-economici che pendono sulla natalità sono validi tanto per i nativi quanto per gli altri. Si potrebbe sempre pensare di limitarsi a pescare da fuori, di volta in volta, quanto necessiti per riempire i buchi del tessuto sociale. E anche qui, a parte i soliti problemi culturali, non ci si avvede di un piccolo particolare: ma gli stranieri mangiano?

Per mangiare, si sa, si deve lavorare. Peccato che il tasso di occupazione italiano al primo trimestre di quest’anno sia pari al 56,3% e che il tasso migliore degli ultimi 10 anni sia un 58 e rotti. E se ve lo state chiedendo l’ultimo dato relativo al tasso di occupazione femminile è pari al 47,3%, mentre quello maschile raggiunge il 65,3%. I disoccupati, invece, superano i 3 milioni – nel 2007 erano poco meno di 1,5 milioni – con un tasso di disoccupazione dell’11,6% [2]. E non ci vuole molto a trovare articoli dedicati ai giovani in fuga per motivi lavorativi o ai pensionati in fuga per ragioni economiche e per il costo della vita.

Se si riflette un minimo sulle discussioni degli ultimi anni in merito all’andamento del mercato del lavoro è facile notare quanto sia radicata e diffusa l’idea che il numero dei posti di lavoro sia una variabile indipendente dal ciclo economico. Da qui il moraleggiare sui giovani che non vogliono fare i lavori umili – infatti i camerieri e i fattorini sono tutti over 50 – o del mismatch fra domanda e offerta. E pazienza se le posizioni che rimangono scoperte sono poche migliaia… Al netto delle idiozie degli apprendisti stregoni del lavoro, il numero delle posizioni lavorative dipende dall’andamento economico: se il PIL cresce hai lavoro sennò nisba. Soluzioni alternative, tipo il “lavorare meno/ lavorare tutti”, si scontrano con il calo della produttività e il crescere dei costi per i datori di lavoro. E l’andamento economico, non a caso, è negativo: dopo anni di stagnazione economica ci siamo ritrovati con alcuni anni di recessione con l’impatto facilmente intuibile sui redditi e l’occupazione.

Tornando al discorso originale, spesso si dice che gli stranieri rubano il lavoro. Ma è difficile rubare qualcosa che non c’è: l’economia italiana non genera abbastanza posti di lavoro per i nativi né tantomeno è in grado di farlo per gli stranieri. Non a caso gli stranieri che si vogliono fermare in Italia sono pochi e per la maggior parte è solo una terra di transito.

—- Ma i lavoratori non sono tutti uguali —-

La mancanza delle posizioni lavorative disponibili e non coperte non è l’unico ostacolo che si frappone all’integrazione lavorativa dello straniero. Abbiamo altri due punti dolenti:

  • Skills;
  • Lingua;

Chi proviene da altre parti del mondo, spesso disastrate a livello economico e sociale, difficilmente può vantare un elevato set di skills professionali, men che mai di skills professionali spendibili in una società post industriale. L’idea che si possa ricoprire un lavoro qualunque si scontra con il fatto che i lavori qualunque sono in via d’estinzione e per lavorare bisogna poter vantare determinate capacità ed esperienze.

In più c’è l’ostacolo linguistico: difficile lavorare se non si comprendono il cliente, il collega e il superiore. Né bastano un paio di mesi di studio per ovviare al problema: l’unica lingua simile all’italiano che si può apprendere in poco tempo è lo spagnolo, ma si tratta dello spagnolo di strada e non di quello professionale. Fra un medico e un muratore c’è una bella differenza. Ma comunque si parla di lingue fra loro decisamente simili: riuscireste ad apprendere l’arabo in due mesi? E perché un iracheno dovrebbe apprendere il tedesco o l’italiano nello stesso lasso di tempo?

Gira e rigira, per risolvere il problema si dovrebbe mettere sui banchi di scuola milioni di persone per anni e anni per poi scoprire che i posti di lavoro non ci sono. E senza neppure considerare il danno arrecato ai paesi d’origine un simile esodo di risorse umane. L’idea di risolvere i problemi demografici italiani saccheggiando gli altri paesi non solo non è fattibile, ma è persino egoista e non cooperativo. E pensare che lo chiamano buonismo

Approfondimenti:

_ pensionati all’estero: http://www.pensioneallestero.it/.

_ giovani in fuga: https://fugadeitalenti.wordpress.com/centro-studi-fdt/.

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[1] Cfr. http://stagliano.blogautore.repubblica.it/2010/05/24/dal-suicidio-demografico-ci-salveranno-gli-immigrati/comment-page-1/.

[2] Cfr. http://dati.istat.it/.

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2 commenti su “Ancora sulla natalità: storia di marmocchi e posti di lavoro

  1. Rettiliano Verace
    5 settembre 2016

    90 minuti di applausi. Finalmente qualcuno che tiene il cervello acceso prima di parlare.

    • Charly
      5 settembre 2016

      Beh, almeno ci provo.

I commenti sono chiusi.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 settembre 2016 da in economia con tag , , , , .
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