Charly's blog

La globalizzazione scoppia?

Ecco la definizione di globalizzazione [1]:

Fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche, specie nel campo della telematica, che hanno spinto verso modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti. Da un lato, si assiste, infatti, a una progressiva e irreversibile omogeneità nei bisogni e a una conseguente scomparsa delle tradizionali differenze tra i gusti dei consumatori a livello nazionale o regionale; dall’altro, le imprese sono maggiormente in grado di sfruttare rilevanti economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing dei prodotti, specie dei beni di consumo standardizzati, e di praticare politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti i mercati. L’impresa che opera in un mercato globale, pertanto, vende lo stesso bene in tutto il mondo e adotta strategie uniformi, a differenza dell’impresa multinazionale, il cui obiettivo è invece quello di assecondare la varietà delle condizioni presenti nei paesi in cui opera.

O più semplicemente: «Il termine g. è spesso usato, come sinonimo di liberalizzazione, per indicare la progressiva riduzione, da parte di molti paesi, degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali». Avete notato che la globalizzazione non se la passa tanto bene?

—- Immigrati e lavoro, globalizzazione e protezionismo —-

Lasciamo la parola al candidato republlicano, Trump [2]:

Il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, ha dichiarato che la permanenza degli Stati Uniti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) potrebbe essere in discussione: “Rinegozieremo gli accordi o usciremo”, ha detto a un giornalista della Nbc che gli domandava come avrebbe potuto rendere compatibili le promesse protezioniste con le ferre regole che governano il commercio internazionale. Trump, infatti, ha più volte criticato l’assetto non discriminatorio dei rapporti commerciali che permette a Paesi come la Cina di beneficiare della concorrenza basso costo. “Questi accordi commerciali sono un disastro. Il Wto è un disastro”, ha detto il candidato repubblicano, che medita di imporre tasse specifiche sui beni delle aziende americane che delocalizzano la produzione all’estero.

Ed ecco quello democratico, la Clinton [3]:

Hillary Clinton promette di “fermare accordi commerciali che uccideranno posti di lavoro, inclusa la TPP“, Trans-Pacific Partnership ossia l’accordo di libero scambio tra Usa e 11 nazioni del Pacifico. Parlando da Warren, Michigan, la candidata democratica alle elezioni presidenziali americane ha detto che nominerà un chief trade prosecutor, una figura chiamata a perseguire le nazioni che giocano in modo anticoncorrenziale. L’ex segretario di Stato ha aggiunto che “come presidente, alzerò la voce contro la Cina e chiunque altro provi ad avvantaggiarsi dei lavoratori e delle aziende americane”.

E infine la ministra britannica Rudd [4]:

Theresa May chiede ai manager britannici di guardare ai lavoratori inglesi prima di pescare nel grande bacino internazionale nelle assunzioni e Amber Rudd, battagliera ministra dell’Interno, traduce l’auspicio in fatti. Parlando alla Convention dei conservatori, la ministra ha detto che alle società sarà richiesta la lista dei lavoratori stranieri. Una mossa che ha fatto subito discutere e spinto l’opposizione laburista a definire “xenofoba” la Convention di Birmingham. Nelle intenzioni di Amber Rudd così facendo le aziende sarebbero più propense ad assumere inglesi anziché stranieri. Questo non solo consentirebbe – é l’idea della Rudd – di mettere un freno all’immigrazione ma anche di favorire l’occupazione dei cittadini inglesi.

Non che dal versante europeo la musica sia tanto differente [5]:

L’accordo commerciale fra Unione Europea e Stati Uniti Ttip è morto, almeno per ora, ucciso dalla crisi economica del 2008, dall’ondata populista in entrambi i continenti, dalla Brexit, e dalle elezioni imminenti in molti Paesi al centro delle trattative. A rendere ufficiale quanto già appariva ovvio a molti osservatori, è stato il ministro tedesco dell’Economia e vicecancelliere Sigmar Gabriel, che ieri ha parlato così in un’intervista: «I negoziati con gli Usa sono de facto falliti, perché noi europei non ci vogliamo assoggettare alle richieste americane. Le cose su questo fronte non si stanno muovendo».

Non male, vero? Quando i Salvini e le Le Pen di turno sostenevano tesi simili venivano etichettati come razzisti e xenofobi. E adesso tocca agli esponenti del mondo anglossassone, che fino a poco tempo fa erano i promotori della globalizzazione, dare la priorità ai lavoratori autoctoni e mettere in dubbio la virtù taumaturgica della libera circolazione delle merci.

—- E il capitale come fa? —-

Morta la liberazione circolazione di merci e persone rimangono soltanto i flussi finanziari. E anche qui si registra una marcia indietro [6]:

Il Fondo Monetario Internazionale ufficializza una svolta storica sui flussi di capitale: misure di controllo possono rivelarsi giustificate e utili per evitare che interi Paesi soccombano a terremoti finanziari. I “capital controls”, dunque, diventano una nuova arma nell’arsenale dell’Fmi a difesa della stabilità di economia e mercati globali.

Il cambio di marcia, in preparazione da almeno tre anni e suggerita da recenti prese di posizione dello stesso managing director Christine Lagarde, è stato codificato da un documento preparato dallo staff dell’organizzazione, discusso dal board il 16 novembre e reso pubblico ieri. Ma la scelta ha ugualmente fatto scalpore: l’Fmi si è da sempre distinto come paladino del libero mercato. Le tensioni sui mercati dei capitali, dove enormi flussi si muovono rapidissimi, e il peso crescente dei paesi emergenti impongono tuttavia oggi ripensamenti di quel dogma in nome di un maggior pragmatismo.

Se è vero che «i flussi di capitale possono avere benefici importanti per singole nazioni tra i membri del Fondo e nell’economia globale», è altrettanto certo che «comportano anche rischi, perché possono essere volatili e vasti in rapporto alle dimensioni dei mercati domestici». Modi e tempi di una completa liberalizzazione, continua il documento, «devono essere pianificati adeguatamente», garantendo «benefici superiori ai costi», senza presumere che sia «un obiettivo appropriato per tutti i Paesi in qualunque momento».

E  il peggio deve ancora venire: ricordate la squinza britannica che non vuole i lavoratori stranieri? E mi spiegate per quale motivo i suddetti stranieri dovrebbero accettare le merci o i capitali inglesi? Se si regola uno o più pilastri sui quali poggia la globalizzazione è normale aspettarsi conseguenze sugli elementi rimanenti e il protezionismo è dietro l’angolo.

Avendo già avuto modo di vedere quanto la base teorica che regge l’immigrazione di massa – il multiculturalismo – sia assolutamente infondata dal punto di vista sociologico, unendo poi la persistenza della voglia di comunità – lo Stato-nazione – e la costante bocciatura politica delle idee globaliste, non è difficile prevedere un futuro poco roseo per la globalizzazione. O, meglio, per la globalizzazione che si è vista fin qui: la questione è se è possibile avere un’altra globalizzazione o se si proporrà l’abolizione del diritto di voto. I commenti relativi alla Brexit, non a caso, erano dediti a squalificare chi aveva l’ardire di votare secondo le proprie convinzioni piuttosto che cercare di comprendere le ragioni dietro ai comportamenti. Siamo sempre lì: non basta gridare al populismo

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[1] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/globalizzazione/.

[2] Cfr. http://www.wallstreetitalia.com/news/trump-o-si-cambiano-gli-accordi-o-usa-fuori-dal-wto/.

[3] Cfr. https://it.finance.yahoo.com/notizie/usa-2016-clinton-contro-accordi-commerciali-che-uccidono-190216670.html.

[4] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/10/05/esteri/le-aziende-facciano-liste-dei-lavoratori-stranieri-polemica-per-la-proposta-della-ministra-britannica-0owDRmuiYECQ6ugyXCLelI/pagina.html.

[5] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/08/29/economia/leuropa-non-si-piega-allamerica-il-trattato-commerciale-ttip-morto-7TQ8cy9KaFKoG12NWUAm4I/pagina.html.

[6] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-04/lfmi-volta-pagina-controlli-063901.shtml?uuid=AbPUpu8G.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2016 da in economia con tag , , , .
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