Charly's blog

Benvenuti nell’estremistan: come l’automazione farà a pezzi il mondo del lavoro… in un futuro non prossimo

Sapete qual è la differenza fra un ristorante e Google? Il primo può servire una serie limitata di clienti all’interno di un’area geografica precisa, il secondo può essere utilizzato ovunque ci sia una connessione internet. Se si vuole presidiare una maggiore fetta di territorio si deve per forza di cose aprire più e più sedi, mentre per Google non cambia nulla se il suo motore di ricerca viene usato su uno o su tutti i continenti. Sul versante imprenditoriale si può notare la concentrazione tipica dei prodotti informatici: i produttori di console, sistemi operativi, motori di ricerca che hanno successo economico sono una manciata e la lista di applicazioni senza un cliente che sia uno è sterminata. Dal canto loro i ristoranti soffrono una concorrenza minore dato che i ristoranti di Roma non sono in concorrenza con quelli di Milano.

In termini drastici: l’informatica è definibile come “estremistan” con una concentrazione estremamente elevata di prodotti, produttori e di lavoratori che sfocia inevitabilmente nell’oligopolio e nell’oligarchia. Solo i clienti e i disoccupati sono largamente diffusi e viene da chiedersi come si possa essere l’una cosa senza essere l’altra. Ma basta vedere la pirateria digitale e la quantità di servizi a titolo gratuito per capire la cosa: se non si lavora non si paga. E se non si paga il business, alla lunga, franerà rovinosamente…

—- L’automazione? Vale anche per i programmatori —-

Si badi bene che non ci siamo cimentati in una riflessione di sociologia economica di carattere generale. Nei prossimi anni si preannuncia una rivoluzione epocale nel mondo del lavoro con l’impatto traumatico dell’automazione sulle più svariate professioni. Il caso più evidente è quello degli autisti/piloti/conducenti a rischio di estinzione per via dei veicoli automatici. Una volta mi è capitato di sentire che negli Stati Uniti ci sono circa 3 milioni di persone che lavorano nel settore e proviamo, allora, a immaginare gli effetti di una rapida implementazione dei veicoli senza pilota. Di sicuro non porta a un recupero di posti di lavoro persi sia perché i disoccupati non hanno le competenze per eventuali nuove posizioni lavorative sia perché non c’è il bisogno di per sé. I veicoli, infatti, c’erano già prima sia per produzione sia per manutenzione: gli operai e i meccanici non cambieranno di numero. I programmatori? Ma su tutti i veicoli si può usare un unico software scaricato gratuitamente. Morale? 3 milioni di disoccupati in più.

Per la rete si possono leggere i commenti entusiasti di idioti con la laurea in informatica o ingegneria pronti a glorificare il progresso e la tecnologia. Tutto bello, per carità, ma gli intelligentoni non capiscono che fra le vittime ci saranno anche loro. E non nelle ultime posizioni. Partiamo dagli informatici che sono impegnati a creare programmi che si programmano da soli:

“Chi siete voi?”

“Siamo gli informatici!”

“Cosa fate?”

“Programmiamo software!”

“Cosa state programmando?”

“Un software che si programma da solo!”

“Ah. E dopo esserci riusciti che lavoro farete?”

“…”

I nostri eroi non sono i soli, ovviamente. Abbiamo anche i sistemisti [1]:

In informatica, il sistemista (in inglese system administrator, o sysadmin) è un tecnico specializzato che si occupa dell’installazione, configurazione, gestione/manutenzione, aggiornamento e monitoraggio di un sistema operativo e più in generale di uno o più sottosistemi di un sistema informatico. Il ruolo del sistemista è quello di gestire, a livello infrastrutturale, il buon governo dell’hardware e del software del sistema affinché essi funzionino in modo corretto, ovvero, affinché l’insieme dei servizi offerti dal sistema informativo possa essere erogato nella maniera più efficiente possibile agli utenti, divenendone dunque responsabile. Assieme allo sviluppo (programmazione) costituisce il filone produttivo di business nell’ambito dell’informatica aziendale.

Ovvero di attività che richiedono la presenza di profili da configurare e postazioni di lavoro da far funzionare. Ma se nessuno lavora perché sostituito dalle macchine anche una simile necessità viene meno…

—- The I.A. delusion: il mito dell’intelligenza artificiale —-

Appurato che i carnefici del lavoro sono per primi i carnefici di sé stessi, è meglio sfatare un paio di miti sull’automazione ventura. Per prima cosa non abbiamo a che fare solo con profili di bassa specializzazione o di fatica, ma anche per profili elevati. Un software più o meno futuribile può tranquillamente diagnosticare una malattia, eseguire un intervento chirurgico, compilare la dichiarazione dei redditi (grazie anche alla scomparsa dei contanti), scrivere un libro o rilasciare una consulenza giuridica. Ma le suddette attività non richiedono una grande intelligenza – datemi una definizione di intelligenza, comunque – ma possono essere descritte con un algoritmo. Aggiungete una libreria, un database e la potenza di calcolo sufficiente è vi ritroverete con un sistema in grado di far fronte alle sfide quotidiane sul versante lavorativo.

Questo ci porta al secondo mito: l’intelligenza artificiale non esiste. Quando si parla di I.A. io mi aspetto un software in grado di emulare la mente umana in tutto per tutto. Peccato che sotto quest’aspetto il PC più potente mai costruito raggiunge lo stesso livello del primo: 0. Un software che supera il test di Turing non è autocosciente, semplicemente inganna un essere umano. Visto che i cani e i gatti sembrano del tutto autocoscienti, a dispetto di quel dicono gli scienziati, non mi sembra tutta questa grande sfida. Insomma, siamo tornati al cogito ergo sum e al solipsismo.

Sia come sia parliamo di macchine che sono in grado di prendere decisioni su basi prestabilite e con una logica algoritmica. Nulla più, nulla meno. Parlare di intelligenza artificiale, quindi, è fuorviante e si dovrebbe definire il fenomeno come automazione. Succede che molte attività professionali di routine possono essere scomposte e descritte in modo algoritmico in modo tale che possa essere automatizzato. Non una novità, mai sentito parlare di Taylorismo?

Moriremo tutti, allora? No e questo ci porta al prossimo mito: nei prossimi 5, 10 anni succederà poco o nulla. Molte delle tecnologie prospettate sono alla fase di prototipo e la messa a punto in un contesto reale richiederà anni e anni senza essere, poi, in grado di sostituire la forza del lavoro in toto. In più la diffusione di nuove tecnologie richiede sempre tempo, si pensi a internet che ha cominciato a dare un impulso significativo alle attività economiche solo nel decennio scorso. Il che non vuol dire che non succederà nulla:

  • La tecnologia si evolve e quel che non è possibile oggi potrebbe esserlo un domani con un esito scontato;
  • Per devastare l’economia non è necessario portare la disoccupazione al 90%: se togliamo 5 milioni di persone al complessivo di occupati pari a 22 abbiamo una rivoluzione. Mai sentito parlare di Nazionalsocialismo? È stata la disoccupazione e non l’iperinflazione a portare Hitler al potere;

Se sul versante tecnologico non ci saranno rivoluzioni indicibili nei prossimi 10 anni – niente auto volanti, I.A., astronavi, medicine personalizzate – è vero che la natura da estremistan della tecnologia sta già mostrando i primi effetti: la precarizzazione del mondo del lavoro [2]:

La protesta dei rider di Foodora da Torino è arrivata anche a Milano. E mentre cresce il numero dei ristoratori solidali con i fattorini in bici che portano cibo a domicilio e che dicono addio all’app, l’azienda si è vista rispedire al mittente la concessione di alzare di un euro la paga per ogni consegna. «Inaccettabile», dicono i rider che si fanno forti di una protesta che fa sempre più rumore. Ieri è stato revocato senza preavviso l’incontro tra la delegazione dei lavoratori e i manager della multinazionale del food delivery. I rider in rivolta, che sabato scorso a Torino hanno organizzato il primo sciopero del mondo delle start-up, pretendono che sia cancellata la retribuzione a cottimo e il ritorno al vecchio contratto con paga oraria, per questo hanno rifiutato l’aumento della paga da 2,70 a 3,70 euro a consegna. […]  Una grana per il colosso tedesco della cosiddetta gig-economy, l’economia «dei lavoretti» di cui Foodora è uno dei brand più conosciuti e che ora sui social è sommersa di messaggi indignati. La protesta torinese ripercorre sollevazioni analoghe che si sono già registrate altrove. Come a Londra dove, quest’estate, hanno incrociato le braccia i fattorini di un’app concorrente, Deliveroo. Nome diverso, ricetta simile.

Più che al futuro si ritorna al passato, fra Dickens e Marx: invece dell’intelligenza artificiale si dovrebbe parlare di precarizzazione del mondo del lavoro. Alla fin fine il problema non è tanto l’intelligenza artificiale che non esiste, ma il fatto che una platea sterminata di lavori risulta essere alienante, ripetitiva, stupida.

 

Approfondimenti:

_ la bolla dell’I.A.: https://eugene.kaspersky.it/2016/09/09/la-bolla-artificiale-dellintelligenza-artificiale-e-il-futuro-della-cybersicurezza/.

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[1] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Sistemista.

[2] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/10/15/cronaca/foodora-lo-sciopero-si-allarga-da-torino-a-milano-C6HyjUDSYO3HwQtZNUVpaP/pagina.html.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 15 ottobre 2016 da in economia con tag , , , , .
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