Charly's blog

Il potere delle identità, il potere dell’eterno mutevole

Abbiamo già avuto modo di vedere l’importanza di un’identità culturale condivisa all’interno di una comunità. Le norme giuridiche che regolano una comunità, infatti, sono espressione della cultura maggioritaria, se non assoluta, che domina su un dato territorio di riferimento. Si badi bene che si tratta dei fondamenti della convinvenza e non di aspetti minoritari o insignificanti. La coesistenza del kebab e della pizza sarà pure un esempio di differenza culturale, ma in termini pratici la cosa è irrilevante dal punto di vista giuridico e sociale. Il discorso sarebbe ben diverso se si discutesse sulla leicità o meno di stuprare le minorenni perché si vestono da boooottttaneeee, non trovate?

Detto in termini più semplici: se non c’è una cultura condivisa non c’è una comunità ma, nel miglior dei casi, una serie di culture rinchiuse nei propri ghetti o, nel peggiore, la guerra civile che confluirà nella pulizia etnica o nel genocidio. Non è un progetto o un’ideologia, ma mera necessità pratica.

 

—- Cultura: panta rei —-

Una delle conquiste dell’Illuminismo, si suole dire, è l’idea della libertà d’espressione, di pensiero e di culto. Tutto bello, per carità, ma anche qui si registra che le suddette libertà non possono andare in contrasto con il quadro giuridico dominante. Non c’è libertà di sorta per i sacrifici umani, l’apologia del genocidio e amenità simili. Si deve sottolineare, soprattutto, quanto la libertà di culto valga nella sola misura dell’irrilevanza teologica. Due confessioni contrapposte come i cattolici e i protestanti possono dirsi peste e corna sui punti dottrinali, salvo poi essere concordi sul piano etico. Se così non fosse uno dei due contendeti dovrebbe cedere o le strade dovrebbero dividersi. Alla fine sempre lì si torna: la concordanza sui punti socioculturali base o nessuna comunità.

Questo ci conduce al punto successivo: qual è la cultura dominante a cui sottomettere le proprie azioni? Prendiamo in esame due fattori:

  • territorio;
  • tempo;

Non ci vuole una profonda conoscenza delle scienze sociali – che, ovviamente, male non fa – per notare quanto le culture cambino nel tempo sia nei suoi tratti fondamentali sia per l’estensione del territorio. Il caso dell’Europa è ecclatante con il passaggio da una teocrazia cristiana a un’areligiosità diffusa basata sul liberalsocialismo con venature edoniste e libertarie. Il mondo islamico di oggi non è altro che quello che l’Europa era un tempo con solo la mezzaluna al posto della croce. Non una gran perdita, direi.

Parlare di identità culturali, allora, vuol dire prendere in considerazione fenomeni mutevoli sia nel tempo sia nello spazio. Quello che oggi viene definito come italiano non era neppure immaginabile decenni o secoli fa. Nè ora possiamo definire l’italianità del futuro, sempre ammesso che nel futuro l’Italia ci sia ancora. L’Impero Romano doveva essere eterno, mi pare. In definitiva tutto il discorso su radici, identità e tradizioni è una chiacchiera sul nulla e nasconde un obiettivo politico che si dichiara ispirato dal passato per acquisire, chissà perché poi, una legittimità politica. Come si possa essere tradizionlisti e italiani allo stesso tempo, francamente, mi sfugge: Venezia e Roma sono state indipendenti per mille anni mentre l’Italia unita arranca dopo 150 anni. Perché la Repubblica Italiana dovrebbe avere più diritti storici di quella veneta?

Ma si deve dire che nel delirio storico siamo in buona compagnia. L’ambasciatore israeliano all’Onu non ha trovato nulla di meglio che citare la Bibbia nel proclamare i propri diritti sulla Palestina. Aspetto con ansia che l’ambasciatore italiano citi l’Eneide e il diritto divino, discendiamo da Venere e Marte ricordiamolo, di Roma di governare il mondo…

 

—- Lo strutturalismo platonico identitario? Non ha diritti —-

Mai sentito parlare di nazionalismo indù? Ecco qui [1]

«Modi appartiene a quegli ambienti del nazionalismo di destra che non hanno mai abbandonato l’idea di rimpiazzare la Repubblica indiana, che i suoi fondatori hanno voluto fondata su una netta separazione tra la religione e le istituzioni, con uno Stato teocratico indù. E se si è persuasi che gli indù meritino un posto privilegiato o siano più legittimati di altri a vivere in questo paese, oltre che esprimere posizioni contrarie ala nostra Costituzione credo ci si attesti su una linea che più che nazionalista definirei apertamente sciovinista, se non fanatica. E questo sciovinismo fa intrinsecamente parte dell’ideologia e della formazione politica del nuovo premier indiano».
Del resto, l’ombra del razzismo e di una cultura totalitaria, hanno accompagnato l’intero sviluppo storico del nazionalismo locale. 

E ancora: «Nata negli anni Venti del Novecento, quella che ha assunto il nome di Hindutva, vale a dire l’esistenza di un nesso tra “l’essere indiani e l’essere indù”, è un’ideologia che considera parte della civiltà del paese, per altro fondata su un meticciato millenario, la sola maggioranza religiosa induista, circa l’80% della popolazione, mentre sostiene che gli appartenenti alle minoranze musulmana, 14%, e cristiana, 2%, dovrebbero praticare i loro culti in privato e identificarsi pubblicamente con gli indù». In due parole: l’India è un paese indù.

Tempo fa mi ero divertito a perculare il frame platonico/strutturalista che recita “l’Italia cattolica romana” argomentando, ancora una volta, sulla mutevolezza culturale, sull’areligiosità del paese e sul fatto che fra la cultura e le persone il rapporto non è a senso unico ma interattivo. Il discorso, ovviamente, vale per tutti gli altri tradizionalismi che ammorbano il pianeta nonché per il relativo successore, il liberalsimo. Checché ne dica Fukujama anche il liberalismo ha i secoli contati e fra 200 o 500 anni potrebbe fare la fine dei guelfi o dei ghibellini.

Un simile stato delle cose non può che impattare sulla leggitimità delle identità culturali. Perché un paese ha una precisa identità culturale e non un’altra? Per la storia? Ma la cultura è mutevole, si è visto, ed è cambiata rendendo vani i richiami al passato e cambierà ancora rendendo fatui i legami con il presente. E se una cultura, poi, si fosse affermata con la violenza? Scava scava, una cultura è dominante su un determinato territorio solo tramite la forza e l’unico diritto che può invocare è il diritto della forza. Che non esiste, sia chiaro, ma è solo proclamato dal lupo di fronte all’agnello.

Morale? Si combatte strenuamente per un’identità culturale la cui unica legittimazione, se non è fantasiosa o mitica, è la forza o il numero ma che è cambiata e che cambierà ancora nel corso della storia. Il tutto perché la suddetta identità è essenziale per la vità di comunità nella quale gli esseri umani vivono. Solo l’unico a notare una cinica beffa dell’evoluzione? Gran bella cosa la biocultura…

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[1] Cfr. http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-%E2%80%9Cfascismo-soft%E2%80%9D-dei-nazionalisti-indu/.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 gennaio 2017 da in cultura con tag , , .
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