Charly's blog

Start up? Siano lodati i lavori mediocri

Si è già visto che dietro alla retorica dell’eccellenza si nasconde molta confusione, nel migliore dei casi, o, nel peggiore, si tratta di una truffa bella e buona volta a schiacciare il livello salariale dei lavoratori… e dei liberi professionisti. E sì, se si vuole pagare mediocramente l’eccellenza dal lato imprenditoriale si finisce, poi, a essere pagati mediocramente per un servizo/prodotto eccellente dal lato dei consumatori. Insomma, una scemenza totale.

Oggi vediamo il fatello gemello di questa follia: l’idea che sul lavoro ci voglia il talento e che solo i cervelli, rigorosamente in fuga, possano emergere. Perché, si sa, sul lavoro si deve emergere e tutti diventano imprenditori prima o poi. O no?

 

—- Start up e talento, talento e start up —-

Un esempio tipico della retorica in questione [1]:

“La mobilità è diventata un ingrediente chiave dello sviluppo di talenti: trascurando di incoraggiare mobilità internazionale e ‘circolazione dei cervelli’, il talento creativo non raggiungerà la fase di pieno sviluppo. Il dibattito sulla migrazione deve passare da emozioni a soluzioni: adottando una prospettiva orientata al talento, gli Stati trarranno vantaggio dalla gestione della circolazione delle persone”, si avverte. E le ‘pratiche di gestione’ fanno la differenza in termini di capacità di attirare i talenti: oltre agli incentivi economici e al tenore di vita, un’altra discriminante importante nella capacità di attirare i talenti, infatti, è la professionalità della gestione e l’investimento nello sviluppo dello staff. Non solo. “I lavoratori non qualificati continuano a essere sostituiti da robot, mentre gli algoritmi determinano la delocalizzazione dei lavoratori della conoscenza: mentre la tecnologia e altri fattori continuano a ridefinire la mobilità, i lavoratori della conoscenza – si evidenzia – ne subiscono le conseguenze e tale evoluzione segnala la possibile delocalizzazione di interi settori di attività. Alcuni potrebbero dover lavorare virtualmente da casa per diversi datori di lavoro, mentre altri saranno costretti a riqualificarsi e trasferirsi lontano per trovare lavoro”. “In un mondo caratterizzato dalla circolazione di talenti, città e regioni – si rimarca – rivestono un ruolo sempre più importante nella gara per aggiudicarsi il talento globale: agilità e branding delle città sembrano essere discriminanti più critiche rispetto alla dimensione, poiché sempre più metropoli adottano politiche creative per attirare i talenti da tutto il mondo”.

Senza poi dimentcare le Start up [2]:

«Tenete sempre a mente passione e capacità di circondarvi di talenti»: per Piacentini sono questi gli ingredienti fondamentali per una startup vincente. […] Poi l’ex bocconiano ha parlato dell’importanza di avere team variegati: «È importante portare a bordo con voi gente che ne sa più di voi, ma che abbia le competenze utili a cambiare il sistema precedente. Bisogna diffidare delle persone che vengono dal sistema che si vuole distruggere: chi viene da quel settore dà segnali vecchi». Delle sue prime settimane a Palazzo Chigi, Piacentini spiega che «il vuoto da colmare nella cosa pubblica era soprattutto la mancanza di competenze tecnologiche».  

Ecco il mantra del 21° secolo: talento e start up, star up e talento.

 

—- Start up ‘sto cazzo —-

Se ci fate caso molti problemi nascono da una mancata precisione nel significato del termine adottato sia da parte di chi lo utilizza sia da parte di chi lo sente. Vale per il connubio xenofobia/razzismo che sinonimi non sono, vale anche per il rutilante mondo delle start up e del talento.

Partiamo dalle start up: di che roba si tratta? Ecco la solita Treccani [3]:

Fase iniziale di avvio delle attività di una nuova impresa, di un’impresa appena costituita o di un’impresa che si è appena quotata in borsa. Il termine di derivazione anglosassone significa «partire, mettersi in moto».

Quando si parla di start up, quindi, si prende in considerazione l’avvio di una nuova attività imprenditoriale senza particolari riferimenti a un settore lavorativo specifico. L’impressione è che l’utilizzo del termine inglese porti a pensare il tutto sotto una luce nuova e innovativa quando, in realtà, si tratta dell’assai più banale e concreta attività di fondare un’impresa/azienda non presente sul mercato. Da qui cade anche la tanta pretesa carica innovativa o di novità dei startupper all’amatriciana: in genere tutte le nuove imprese sono innovative nel processo o nel prodotto (vale anche se il prodotto non è nuovo in sé, ma non era presente prima in un determinato mercato) pena l’esclusione dal mercato a meno che il mercato sia così in espansione da poter assorbire tutto e tutti. Dura poco e lo si chiama miracolo economico, in genere.

E non c’è bisogno di argomentare che l’Italia sia il paese delle piccole imprese e dei piccoli imprenditori. In pratica l’Italia è il paese di chi lo startupper l’ha fatto e con successo per anni e anni. Nè tantomeno la si può buttare in caciara sull’innovazione dei processi aziendali dato che il kaizen e il lean management sono venuti prima. Per essere precisi sono venuti prima nel senso di enunciazione ed elaborazione teorica dato che quelle attività le si facevano prima, zitti zitti, ad occhio. Morale? Gli startupper non sono delle figure nuove e innovative, sono solo delle persone che desiderano essere imprenditori fondando la propria attività. Nulla di nuovo sul fronte occidentale dato che lo si è fatto per secoli. Ah, per la cronaca: «Eppure il tasso di fallimento tra le neo aziende è molto alto. Circa l’80-85% non arriverebbe ai primi 3 o 5 anni di vita» [4]. Sono l’unico a considerare la moda delle start up  allo stesso livello della scuola delle tre i di berlusconiana memoria?

 

—- Ma cosa vogliono le imprese? —-

Passiamo alle imprese: che profilo cercano? Ma è ovvio, vogliono un talento innovatore e pieno di ambizione in grado di ricoprire la mansione lavorativa. Tutti bello, ma cosa vuol dire talento? Di certo non può essere la mera capacità di ricoprire la mansione perché questo aspetto si chiama professionalità, non talento. L’unica definizione possibile è che per talento si intenda la capacità di andare oltre l’esistente innovando sia i processi aziendali sia il prodotto/servizio esistenti. Ma così facendo ci ritroviamo due nuovi elementi:

  • processi aziendali e prodotto/servizio esistenti;
  • carriera;

Lungi da me ritenere come perfette le imprese esistenti, ma non aspettatevi chissà quali margini di miglioramento. Non è che appena usciti dall’università ci si possa dedicare alla riorganizzazione di imprese con decenni di storia alle spalle che impiegano 150.000 lavoratori partendo da una posizione starting level. Guardate che per fare quello c’è il management composto da persone che non scherzano in fatto di esperienza e competenza.

Se il primo punto è poco praticabile, tuttavia, non si ha maggiore fortuna con il secondo. Le imprese vogliono gli ambiziosi, si è detto. Possibile ma è certo che un ambizioso vuole crescere e fare carriera. Sfortunatamente le imprese hanno una struttura piramidale lasciando pochi spazi da ricoprire in senso verticale. Esattamente come un esercito: per un Alessandro Magno c’erano migliaia e migliaia di falangiti che serravano i ranghi battaglia dopo battaglia.

Tornando a noi, che cosa succede se assumi un ambizioso che poi si ritrova senza spazi di crescita? Banale, lascia l’azienda. E al netto dei fanatici della flessibilità, sconsiglio fortemente a valutare con positività un elevato turn over lavorativo. L’esperienza, purtroppo, non la si può insegnare e la prima vittima dell’elevato turn over è la qualità e poi a seguire la produttività. Senza parlare, infine, della motivazione e del senso di appartenenza aziendale.

A cosa ci portano tutte queste considerazioni? Che un’azienda, a rigor di logica, non cerca necessariamente il talento misto all’ambizione ma la professionalità per ricoprire determinate posizioni. Non c’è spazio né necessità per migliaia e migliaia di innovatori e rioganizzatori, mentre servono milioni di anonimi professionisti che vanno a ricoprire una casella nell’organigramma aziendale. Cari imprenditori, mi spiegate quanto talento e ambizione ci vogliono per compilare una busta paga o per far funzionare i processi interni aziendali (per chi scrive sono quelli HR)?

Talento, start up e compagnia cantante sono solo una moda che possono ritrovare un’applicazione pratica solo a determinate condizioni. Se è compresibile che i giornalisti abbiano preso un granchio colossale è da chiarire perché dei professionisti ci siano casacati. In alcuni casi è scontato perché sono dei professionisti che su ‘sta roba ci campano, in altri no. Misteri dell’imprenditoria.

 

Approfondimenti:

_ lean management: http://www.treccani.it/enciclopedia/postfordismo_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/.

_ Start up flop: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2014/12/03/i-falsi-miti-delle-startup-innovative-tutti-i-numeri-del-2013/.

_ Start up mito: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/mito-start-up-una-riflessione-politicamente-scorretta/.

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[1] Cfr. http://www.adnkronos.com/lavoro/cerco-lavoro/2016/01/25/non-solo-cervelli-fuga-lavoro-che-dove-sta-talento_OKhXuGB0rtHvxd5DtoTlOJ.html.

[2] Cfr. http://www.lastampa.it/2016/11/22/tecnologia/news/piacentini-servono-passione-e-talenti-per-una-startup-vincente-xJilg8pZMtSPsvTDaZfH3N/pagina.html.

[3] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/startup_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/.

[4] Cfr. http://www.lastampa.it/2013/11/10/economia/febbre-da-startup-si-rischia-la-bolla-otto-su-dieci-falliscono-in-tre-anni-1PAzov4i1MHwAOqauVm1oK/pagina.html.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 gennaio 2017 da in economia con tag , , , .
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